venerdì 20 giugno 2014

IL SENSO DELLA PERFEZIONE...

(http://www.beforethey.com/tribe/himba)

...Un naturalista probabilmente lo percepisce in maniera soggettiva, un matematico invece lo interpreta come il risultato inequivocabile di una formula. Per Platone un cerchio o un triangolo retto erano forme ideali, definibili matematicamente, ma mai realizzate in pratica, una sorta di perfezione teorica.
Un cerchio tracciato a mano è una approssimazione imperfetta della circonferenza ideale che a sua volta è una figura astratta. Allo stesso tempo, una specie vivente, definita da un olotipo, cioè da una forma riconosciuta come ideale, è una approssimazione imperfetta di una categoria di organismi, assimilati alla perfezione, o meglio alla standardizzazione.
Ernest Mayr attribuiva la ricerca della perfezione geometrica, purtroppo applicata alle forme viventi (basti pensare gli standard geometrici assurdi che ancorano biometricamente le razze canine o bovine) alla scoperta tardiva della teoria dell’evoluzione.
Tale concezione distorta della realtà biologica la si riconosce per esempio (purtroppo) nella terminologia razziale umana. La maggior parte degli “afroamericani” sono considerati razza mista, ma il perfezionismo (essenzialismo) è talmente radicato che i moduli identificativi non prevedono di barrare caselle con categorie intermedie, non affini allo standard...
I paleontologi discutono, spesso animatamente, per stabilire se un reperto fossile è appartenente ad una categoria piuttosto che ad un’altra affine, ad esempio Australopitecus e Homo sapiens. Qualsiasi evoluzionista (anche paleontologo) sa però che devono essere esistiti individui intermedi tra le due categorie. Guardando il problema in maniera macroscopica, cioè approssimativa, la questione non si pone perchè i parametri che delimitano le due categorie, fissati a priori con l’olotipo, consentono di collocare il reperto in esame nella sua posizione tassonomica certa.
Microscopicamente invece si incontrano problemi non indifferenti. Una analisi approfondita suggerisce l’idea che sia una follia quella di far rientrare un fossile in una categoria piuttosto che in un’altra. Non c’è mai stata una madre Australopiteco che abbia partorito un bambino H. sapiens, perchè un figlio appartiene sempre alla specie della madre (a meno che si intervenga artificialmente attraverso inoculazione di ovulo estraneo, ma questa è tutta un’altra storia).
Il metodo di etichettare le specie con nomi discontinui è legato ad una concezione antiquata e pre-evoluzionistica, come quella linneiana fissista, quella del presente che non tiene conto degli antenati. In questo contesto quindi i primi evoluzionisti, cioè consapevoli dei trascorsi storici della vita, dovrebbero proprio essere i paleontologi.
Se per qualche “miracolo” potessimo trovare i resti fossili di tutti  i nostri antenati, sarebbe impossibile applicare il metodo tassonomico linneiano....(Sogno, da evoluzionista gradualista convinto, il momento del futuro in cui le collezioni museali naturalistiche saranno talmente complete da escludere la possibilità di etichettare i singoli reperti perché legati da una continuità indissolubile e indiscutibile nello spazio e nel tempo).
Il record paleontologico è per natura discontinuo, per motivi legati alla probabilità di fossilizzare non conserva tutti gli individui vissuti in passato, pertanto si manifesta a noi costellato di “vuoti”, gli stessi gap che i creazionisti amano citare per ridicolizzare la Teoria dell’evoluzione. Ma questi vuoti, fastidiosi per gli evoluzionisti estremisti (quale il sottoscritto), sono un un dono indispensabile per i tassonomisti, che hanno buoni motivi per attribuire alle specie nomi distinti.
Scrive Dawkins*:”Discutere se un fossile è “veramente” un australopiteco o un Homo sapiens è come discutere se George può essere definito “Alto”. Non basta dire che George è 1,80 cm?”
L’uomo è materialmente incapace di considerare o idealizzare uno spettro continuo di cambiamento. L’uomo non può considerarsi un elemento di passaggio, un tramite tra il passato ed il futuro, ma necessariamente un traguardo, un caposaldo, un punto di arrivo indiscutibile. Se ci guardiamo intorno superficialmente intravvediamo dei caratteri umani peculiari generati della pressione selettiva su popolazioni residenti in aree diverse del pianeta e li chiamiamo ridicolmente razze. Se osserviamo con più attenzione tutti gli individui che ci circondano, la suddivisione diventa ancor più rimarcata perché si ravviserebbero somiglianze solo tra individui appartenenti a singoli ceppi famigliari. Approfondendo ancor più l’indagine, rendendola effettivamente microscopica invece, arriveremmo a codificare il nostro codice genetico, osservando che le differenze tra individui, tra famiglie e tra popolazioni sono nell’ordine impercettibile dello 0, 00000ecc. facendo risultare l’uomo il tutt’uno quale è.
Siamo antievoluzionisti per natura, solo l’”imperfezione” cioè la bellezza, ci può salvare.

Reference
Post ispirato da "L'essenzialismo", di R. Dawkins, Internazionale, 6/12 giugno 2014.
*R. Dawkins, L'essenzialismo, Internazionale, 6/12 giugno 2014, pag. 57.

1 commento:

  1. I llove reading a post thhat will make people think. Also,
    thanks for allowing for me to comment!

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