mercoledì 16 luglio 2008

Rinvenimento di resti fossili di Emys orbicularis (Linnaeus, 1758) in un clasto di torba del fiume Po: indagine paleoambientale

Il fortunoso rinvenimento di resti ossei fossilizzati di un esemplare di Emys orbicularis in età riproduttiva, su una barra di meandro del Po ha permesso di affrontare una discussione legata alla facies sedimentaria coinvolta nella produzione di strati torbosi ed alla dinamica fluviale che può aver portato frammenti di questi strati antichi su formazioni sedimentarie recenti.
La presenza di esemplari in vita di E. orbicularis sul territorio italiano, ed in particolare nella provincia di Cremona, rappresenta un utile strumento di comparazione per ricostruzioni paleoambientali. Diversi sono i siti segnalati in provincia nei quali sono stati eseguiti studi ed avvistamenti di popolazioni di Emys (GHEZZI, 2005). Alcuni di questi siti, in particolare quelli dove l’intervento antropico risulta ancora limitato, garantiscono un utile scorcio di ambiente paludoso “primordiale”, caratterizzato da rigogliosa vegetazione arborea con associazioni faunistiche costituite oltre che da E. orbicularis, da rettili, anfibi, pesci, insetti, micromammferi ed uccelli. In generale un ambiente con acque stagnanti, ricco di vegetazione, con fondale fangoso o anche pozze d'acqua stagionali, come confermato dal ritrovamento nella matrice torbosa analizzata, di resti frammentari ed integri di conchiglie appartenenti al genere Planorbis.
Attualmente E. orbicularis presenta in Italia una distribuzione disomogenea, sintomo della dipendenza da habitat sempre più coinvolti nelle attività antropiche, che favorisce la permanenza di numerose sottospecie (13 finora riconosciute).
Purtroppo i resti ossei rinvenuti non rappresentano uno strumento utile né per effettuare determinazioni relative alla sottospecie d’appartenenza né tanto meno al sesso dell’individuo. Risultano infatti caratteri morfologici distintivi le dimensioni ed il peso, le differenze di pigmentazione, una certa concavità del piastrone nei maschi adulti ed una maggior lunghezza della coda, associata al maggiore spessore e allo spostamento dell’apertura cloacale all’indietro, dovuto alla presenza del pene (LANZA, 1983, MENASSÈ, 1993; ARNOLD, 2004).
Una stima dell’età del fossile risulta complessa vista l’assenza di contesto stratigrafico del clasto torboso di rinvenimento. Una soluzione legata ad analisi radiometriche sul carbonio dei vegetali carbonificati della matrice potrebbe garantire l’attribuzione di un’età, sempre che i resti in esame siano più giovani di 5730 anni, valore limite del tempo di dimezzamento del 14C.
Il Genere Emys in base ai reperti fossili trovati in più località dell'Europa Centrale, risalirebbe al Pliocene (10 Milioni circa di anni fa), ma la maggior parte dei generi attuali degli Emididi era già comparsa nell'Oligocene (30 milioni circa di anni fa) sia nel Nuovo che nel Vecchio Mondo. Il caso del fossile in esame invece riguarda certamente resti olocenici, datazione che potrebbe essere ulteriormente affinata mediante indagine dell’associazione paleobotanica o radiometrica sui resti vegetali inclusi.


martedì 8 luglio 2008

QUAL E' IL SOMARO?

Notizie ANSA dal G8

Trovato l'accordo sul clima: le otto potenze mondiali si impegnano a dimezzare le emissioni di gas responsabili dell'effetto serra entro il 2050, nel frattempo è indispensabile aumentare la produzione di petrolio per contenere i costi dell'economia.




lunedì 7 luglio 2008

OGM: ORGANISMI GENTILMENTE MALTRATTATI

La caratteristica principale e unica delle sementi modificate è di essere coperte da brevetto. Dovrebbe far riflettere chiunque il fatto che gli Ogm furono varati negli USA (1980), e poi in Europa (1998), insieme ad incredibili nuove leggi brevettuali che, per la prima volta nella storia, consentivano di privatizzare il “bene comune” più prezioso: la materia vivente del pianeta.
Da quel momento è bastato introdurre un gene estraneo in una pianta perché l’intera pianta diventasse proprietà privata, come fosse un’invenzione umana e non un elemento della natura.
Scriveva The Guardian nell’ottobre del ’97: “Con rapidità sorprendente un gruppetto di imprese sta cercando di prendere il controllo di produzione e commercializzazione della merce più importante del mondo: il cibo”.
Negli ultimi venti anni il binomio modifica genetica e brevetto (i cui diritti si riscuotono ad ogni ciclo riproduttivo o risemina) è stato per le aziende biotech, insieme all’acquisto delle aziende sementiere, non strumento di maggiore benessere per agricoltori o cittadini, ma strumento di una guerra economica, sotterranea e di conquista, o, se vogliamo, di una nuova forma di colonizzazione a cui siamo tutti esposti.
Ciò spiega perché ogni strategia sia stata usata per imporci il cibo transgenico:
- nonostante gli Ogm abbiano fino ad oggi tradito tutte le promesse su produttività, sostenibilità, capacità di “sfamare il mondo”
- nonostante si siano rivelati assai dannosi per l’ambiente, la salute, la sovranità alimentare che sola garantisce la sicurezza alimentare, la libertà di scelta alimentare, la biodiversità e la tutela dei diritti umani
- nonostante siano stati quasi sempre catastrofici per l’economia dei paesi poveri (vedi Argentina e India)
- nonostante siano una minaccia per i paesi che come il nostro puntano sui prodotti di qualità
- nonostante si siano rivelati un cattivo investimento anche per i paesi produttori.
Charles Benbrook, già direttore Agricoltura della “Academy of Science” statunitense, ha spiegato in occasione di un convegno a Roma alla Camera dei Deputati, il 18/05/03, che gli studi fatti su 8.200 siti sperimentali universitari degli USA dimostrano che gli Ogm non producono di più, ma dal 7 al 10% in meno, mentre inquinano 4 volte di più. Oggi l’imponente studio di Friends of the Earth, “Who benefits from GM crops: the rise in pesticide use” conferma questi dati e li peggiora (l’uso del glifosato, sostanza cancerogena, è aumentato in USA di 15 volte in 11 anni). Il direttore della Soil Association britannica, P. Melchett, dice “i prodotti con i quali le compagnie biotech dicono di poter “sfamare il mondo” non hanno mai recato un aumento di produzione complessivo, ma al contrario una riduzione”.
Fonte:Comitato Scientifico EQUIVITA