giovedì 28 febbraio 2013

ANCYLOCERAS

Questo nuovo post è un omaggio al mio caro amico Emiliano Troco e ad un suo dipinto recentemente realizzato che mi auguro di poter vedere, entro breve tempo, all'interno della mia collezione.

Ancyloceras sp. (Atelier Troco)

Qualche tempo fa ci dedicammo, io solo inizialmente ed Emiliano con profonda e prolungata dedizione, alla realizzazione di una ricostruzione paleontologica ispirata ad alcuni miei bozzetti realizzati in giovane età. 


Ammoniti: ipotesi trofiche

Lo scopo di quegli schizzi era uno studio finalizzato ad uscire dal luogo comune che vuole le ammoniti predatori dinamici e attivi, alla stregua degli altri cefalopodi attuali, introducendo invece, una nuova concezione trofica passiva, una sorta di predazione statica realizzata, ad esempio, attraverso il mimetismo e  “l’imboscata” (vedi Scaphytes sp.),

Scaphytes sp. (collezione privata)

oppure attraverso la cibazione planctonica: quella di organismi passivi che, trasportati dalle correnti, attraverso appendici pendule poco dinamiche, riescono a raccogliere il cibo necessario (come la caravella portoghese ad esempio o alcuni chiroteutidi abissali).

Caravella portoghese (Physalia physalia)

Clava di Chiroteutide abissale

Gli esemplari descritti nel dipinto di Troco sono ascrivibili al genere Ancyloceras,  un mollusco cefalopode estinto appartenente alla sottoclasse  ammonoidea. Questo genere di ammoniti visse nel Cretaceo inferiore tra 120 e 106 milioni di anni fa. I suoi resti si rinvengono in varie parti del mondo, in particolare in Europa. Molto comuni, ultimamente, sono i fossili di Ancyloceras provenienti dal Marocco.

Ancyloceras sp.

Questo animale era una delle ammoniti svolte più note, e dà il nome a un intero sottordine. La conchiglia aveva una bizzarra forma a “sassofono”, con la camera d’abitazione a forma di U, seguita da una lunga struttura diritta (bastone) che terminava in un fragmocono spiralato e parzialmente srotolato. 

La sezione del giro si presentava ovale o circolare, e l’ornamentazione era costituita da una serie di coste arrotondate e sottili, molto fitte; nella parte avanzata della conchiglia, nei pressi della camera di abitazione, alcune coste erano particolarmente grandi e nodose, provviste di tubercoli spinosi. Sulla superficie esterna della camera di abitazione le coste erano più distanziate, mentre la sutura possedeva un lobo stretto e molto profondo.
Si è sempre pensato che queste fossero un  genere di ammoniti a caccia attiva.
Ancyloceras era tipica di ambienti marini piuttosto profondi, dove la pressione dell’acqua era notevole. Il clima dell’ambiente in cui viveva, probabilmente, era subtropicale, e le acque erano calde e piuttosto ossigenate… ricche di plancton.
L’interpretazione seguita da Troco nella ricostruzione di Ancyloceras si basa sullo studio del paleoambiente, delle sue caratteristiche di produttività planctonica e dell’ipotesi che questa struttura complessa della conchiglia potesse essere, oltre che d’ostacolo ad una vita attiva, un adattamento evolutivo consono ad un trofismo  a base di plancton.

sabato 23 febbraio 2013

TOKYO NATIONAL MUSEUM OF NATURE AND SCIENCE

Visitare un museo è un momento sempre emozionante perché ricco di aspettative e di soddisfazioni nell’incontrare reperti resi famosi dai libri, ed entusiasmante per il possibile ritrovamento di inattese sorprese.
Mi è capitata l’occasione di soggiornare a Tokyo per un paio di giorni, non potevo certo farmi scappare l’opportunità per una visita al National Museum of Nature and Science.
Si raggiunge il museo attraversando un fantastico parco verde con laghetto e giardino zoologico. In 3 minuti si passa dal caos soffocante della metropoli multistrato alla quiete favorita dalla barriera verde che si interpone tra il frastuono di auto e treno ed il Museo Nazionale della Natura e delle Scienze.
Il museo si staglia in un enorme edificio, sviluppato verso l’alto con due ali contrapposte: una che contiene la “Natura” e una le “Scienze”. Un secondo edificio ospita poi un’esposizione.
Si viene accolti all’ingresso principale da due bastioni inusuali: una locomotiva a vapore sulla destra e una balenottera azzurra sulla sinistra. L’ingresso, però, non avviene attraverso l’entrata principale bensì attraverso un accesso sottostante, raggiungibile lateralmente. Accolgono i numerosissimi visitatori, per gran parte giovani giapponesi e famiglie con bambini, numerosi addetti al desk, sempre gentilissimi e professionali. 
Il Ticket d’ingresso è abbastanza economico, 600 Yen (circa 5 euro).
Messi gli ingombranti nel guardaroba gratuito, mi accingo a visitare le sezioni e, sarà il caos dei visitatori, o la foga di iniziare la visita, ma le sezioni risultano difficilmente localizzabili, specialmente per i turisti occidentali. L’impressione è quella di trovarsi in un enorme labirinto che, guida alla mano, si fatica comunque a risolvere.
Raccapezzato l’orientamento si parte per le sale espositive. Ci si accorge soltanto dopo aver visitato qualche sezione che l’esposizione, in entrambe gli edifici è fatta su differenti piani, tre per la precisione e in entrambe gli edifici in due ali contrapposte: quattro “pile” di piani espositivi in due edifici diversi, ravvicinati ed interconnessi.
Lo spettacolo è sbalorditivo. Ogni esposizione è estremamente moderna, pulita, ben allestita, e traboccante di reperti ed esemplari. Il Museo sembra rispecchiare il Giappone: troppo piccolo per contenere tutti i suoi abitanti.
Nonostante il sovraffollamento di reperti, una volta compreso il meccanismo espositivo si procede “naturalmente”, come fosse dell’uomo il posto nella natura. 
Visito il piano più basso che contiene antichi strumenti per l’osservazione e la misurazione. Microscopi di ottone, sismografi, orologi, bussole, sestanti, telescopi, sono sapientemente distribuiti ed intercalati da video proiezioni esplicative e da volontari altamente professionali dediti a specifici esperimenti di settore. Dopo la visita della sala strumenti, prima di iniziare il percorso più naturalistico, faccio una breve sosta, circa 10 minuti nel teatro 360°: un’esperienza commuovente.
Una sfera arancione accoglie i visitatori che opportunamente gestiti e ragguagliati dal personale entrano ordinatamente per assistere allo spettacolo convinti di trovarsi al cinema. Non sanno, loro, di essere i protagonisti dello spettacolo. Le porte si chiudono, il buio è totale e poi inizia il documentario, proiettato su tutta la superficie interna della sfera. In pochi secondi ci si trova, letteralmente immersi in un contesto talmente dinamico da imporre una miglior presa alla barra centrale. Si assiste al filmato in piedi, ma la rotazione delle immagini, il tuffo nell’oceano, il volo di gabbiano o il pesce che inghiotte la sfera, danno la sensazione di movimento a tal punto da perdere l’equilibrio.
Due filmati, uno sulla formazione del pianeta Terra ed uno, il più entusiasmante sull’ecosistema marino, costituiscono un’esperienza eccezionale. 
Sono uscito con la sensazione di aver colto per intero il messaggio: “L’uomo è parte integrante di un pianeta ed ha la fortuna di poterlo osservare dal suo interno. Ma non può dimenticare di esserne parte”.
Il resto della mattinata, fino alle 14.00 circa (ero entrato alle 10.00) si è svolto tra la preistoria del Giappone, l’evoluzione dell’Uomo, la Paleontologia degli invertebrati, quella dei vertebrati mesozoici e cenozoici, la biodiversità attuale dei mammiferi terrestri, dei mammiferi marini e della fauna marina, degli invertebrati terrestri e marini, dell’anatomia comparata; l’esposizione della scienza e della tecnologia, con un vero Zero Giapponese in bella vista e con una meteorite, caduta e rinvenuta in Cina, di dimensioni enormi, quasi interamente composta di Ferro (Siderite).
Ho provato una soddisfazione infinita per aver visto, per la prima volta dal vero e da vicino, uno scheletro completo di Archelon, chelone mesozoico, antenato gigante delle odierne tartarughe.
Quali sono stati i pezzi più entusiasmanti? Ne farò un elenco non ordinato, perché la loro scelta è soggettiva e perché non possono in alcun modo essere messi in una classifica: uno scheletro completo di plesiosauro, diverse ammoniti giganti, di cui una sconvolgentemente opalizzata con un intenso colore rosso iridescente, una meteorite gigante, un tirannosauro, uno scheletro da studio medico interamente costruito in legno (con una precisione che soltanto il colore può suggerire trattasi di materiale cellulosico e non fosfatico), un’intera sala di grandi mammiferi imbalsamati, uno scheletro quasi completo di Indricotherium e trilobiti ornamentati tali da sembrare oggetti di oreficeria. Dimenticavo un’incredibile collezione di coleotteri giganti ed un erbario con piante incluse nel plexiglas.

Nel complesso, il Museo della Natura e della Scienza di Tokyo è finora uno dei più grandi e spettacolari che mi sia capitato di vedere. 
L’oriente, per noi occidentali, è un altro mondo; questo Museo è qualcosa del genere, anche se le collezioni internazionali colmano il divario. Esso non ha nulla da invidiare al Natural History Museum di Londra o al Field Museum di Chicago. E’ assolutamente superiore al superbo Senckenberg Museum di Francoforte, e nemmeno paragonabile a nessun museo italiano (non siamo neanche lontanamente all’altezza di un confronto).
Nonostante i numerosissimi calchi esposti, si percepisce una ricerca assidua e impegnata nel completamento delle collezioni, una esposizione raffinata sempre improntata alla interattività col pubblico, una preparazione superba (anche se sarebbe doveroso distinguerle per settore) dei reperti esposti, una predisposizione del museo di mettersi a servizio del visitatore e la costante presenza di personale volontario capace di coinvolgere in appassionanti esperimenti, senza mai infastidire il pubblico con insistenze. La predisposizione del museo è fatta anche dalla gente che vi lavora. Ho notato, e non è per nulla difficile, una chiara impronta espositiva evoluzionistica, percepibile nella sequenza degli organismi esposti o nell’anziano volontario che propone ai bambini (ma anche agli adulti), giochi di correlazione tra le immagini di animali ed alcuni calchi di crani esposti su di un tavolo. 
Mi ha stupito l’elevato numero di famiglie Giapponesi in visita con numerosissimi bambini.
Nella fila d’attesa al Teatro 360° ho meditato un poco su questo aspetto, e sono convenuto nel credere che qualcuno di questi bambini, grazie a questa visita, probabilmente riuscirà a riconoscere e convogliare le proprie passioni divenendo un naturalista. Questo mi ha fatto percepire quanto, i naturalisti, siano casi di neotenia culturale: permane in essi la curiosità infantile educata ed indirizzata da leggi e informazioni fatte proprie grazie all’età adulta. Al bookshop mi sono accorto di non essere più bambino solo perché ero molto più alto.
Difetti del Museo di Tokyo? La lingua Giapponese è giustamente la lingua madre, se non ci fossero i nomi in latino avrei probabilmente abbandonato. Un museo del genere non può non avere le etichette esemplificative o le spiegazioni vocali anche in inglese. Probabilmente l’audioguida è in lingua tradotta, ma il visitatore che vuole agire libero secondo proprie passioni deve essere messo in condizioni di comprendere. Un’ultima minore pecca: la fila (interminabile) al ristorante interno.
Se volessimo fare una classifica dei migliori musei naturalistici del mondo, probabilmente il  National Museum of Nature and Science di Tokyo occuperebbe uno dei primi 3 posti (vorrei dire il primo, ma non ho ancora visitato l’American Museum of Natural History di New York).
Di seguito alcuni scatti museali...

Astrolabio sferico







Teatro 360°



Ammonite gigante



Plesiosauro



Zero



Scheletro per studi anatomici



Anatomia comparata



Jeletzytes



Fossili e ammonite opalizzata



Anatomia comparata



Tyrannosaurus rex



Tyrannosaurus rex



Indricotherium



Archelon



Meteorite 

venerdì 15 febbraio 2013

Episodi di storia naturale extra e terrestre...

15/02/2013 - Una spettacolare pioggia di meteoriti ha provocato stamani violente esplosioni a bassa quota nell'atmosfera negli Urali e nelle regioni centrali della Russia. Lo hanno riferito le agenzie, citando le autorità locali e testimoni. Oltre cento persone sarebbero rimaste lievemente ferite nella regione di Chelyabinsk, circa 1.500 chilometri a est di Mosca.

I frammenti, spiega il ministero delle Emergenze russo, sono caduti in un'area poco popolata e oltre 250 persone hanno telefonato per chiedere assistenza medica. Principalmente si è trattato di ferite dovute ai vetri rotti dalle esplosioni, causate dalla pioggia di meteoriti. Si riportano anche danni a edifici, come il crollo del tetto di una fabbrica di circa seimila metri quadri. Un video amatoriale mandato in onda dalla televisione russa mostra un oggetto cadere nel cielo attorno alle 9.20 ora locale, le 4.20 in Italia, lasciando una coda bianca e un intenso lampo.

"C'è stata una pioggia di meteoriti, senza caduta di frammenti a terra, un meteorite è esploso sopra la regione di Tchelibinsk. L'onda d'urto ha scosso i vetri in diverse località", ha detto a Interfax un portavoce locale del Ministero delle situazioni d'emergenza.








I sassi sono episodi di Storia Naturale sussurrati all'orecchio di chi sa ascoltare. 
E questi si son fatti sentire. Bene.

giovedì 14 febbraio 2013

STATUS SYMBOL

Questo manufatto, rinvenuto nel Norfolck, risalente al Paleolitico inferiore (250.000 anni fa), è stato preso come dimostrazione di una ricerca estetica da parte dell’uomo preistorico fin dai suoi arbori.


Nell’ascia a mano fotografata sopra, oltre alla notevole centralità del fossile, c'è il fattore altrettanto interessante della sua simmetria. Come la stessa ascia, anche la conchiglia fossile presenta una simmetria bilaterale(Superfamiglia Pectinacea), che coincide con quella del manufatto. Infatti, il guscio del fossile, può essere considerato in allineamento simmetrico all’interno del manufatto con l’umbone puntato esattamente nella direzione opposta a quella della punta dell’ascia. Questo allineamento simmetrico tra fossile e artefatto suggerisce un profondo interesse per la ricerca di simmetria bilaterale che va dall’orientamento del fossile fino alla forma amigdaloide a mandorla o a goccia dello strumento.
Questi indizi di ricerca sono estremamente significativi ed offrono un raro esempio dimostrativo di quanto la simmetria sia da sempre stata ricercata nelle amigdale acheuleane. Numerose infatti sono le citazioni relative alla forma bilaterale simmetrica delle asce a mano come uno dei primi segni di interesse estetico. Allineamenti simmetrici sono stati notati in altri reperti di questo periodo di tempo (Bednarik, 1988: 99).
John Feliks, nel suo lavoro “The Impact of Fossils on the Development of Visual Representation” (1998), sostiene, grazie alla corposa trattazione geometrica di seguito riassunta, di aver dimostrato l’esistenza di una volontà ben precisa nella realizzazione del manufatto e nella conservazione del fossile,come fosse, quest’ultimo, una icona da conservare con finalità estetiche o forse anche rituali. Egli sostiene inoltre che vi sia stato anche un riconoscimento, da parte dello scheggiature, del fossile quale resto di un organismo vissuto nel passato, in questo caso un bivalve pectinide.

Studio Geometrico 1 (fig. 2a):

1.) Nel triangolo ABC, la mediana AL taglia praticamente in due l'umbone del guscio fossile.
2.) Il segmento BN e il segmento CM intersecano 1mm sotto l'umbone proprio sopra la mediana AL.
3.)T è il punto in cui tutte le tre mediane incontro, e si si trova "sotto" l'umbone della conchiglia fossile. In questo modo  il guscio risulta rivolto direttamente verso baricentro T.
4.) Punti medi M e N, in cui le mediane BN e CM intersecano i lati opposti dei loro vertici, intersecano il bordo esterno della conchiglia fossile. Quindi, il triangolo formato da M, N e T è direttamente sovrapposto alla conchiglia fossile. Si noti inoltre che le mediane BN e CM seguono le linee radianti delle coste di ornamentazione del guscio fossile [come fa anche mediana AL].
5.) Linea GH, disegnata attraverso il centro del guscio fossile, divide l'ascia in due parti di uguale perimetro. Queste due parti, per comodità, sono chiamate AGH "triangolo", e GBCH "quadrilatero". Specificamente, il contorno del "triangolo" creato seguendo il bordo esterno dell’ascia a mano è di circa 241 millimetri. Il contorno del "quadrilatero" creato seguendo il bordo esterno dell’ascia è anche approssimativamente 241 millimetri.

Geometrico Studio 2 (fig. 2b):



1.) Quando un'immagine dell’ascia a mano è divisa longitudinalmente in due metà di pari superfice (circa 37,5 centimetri quadrati ciascuno) la bisettrice WX attraversa il manufatto direttamente sopra l'umbone del guscio fossile.
2.) Quando l'ascia è suddivisa in quattro parti di superficie pari (circa 18,75 centimetri quadrati ciascuno) si individua il centro geometrico R. Questo punto centrale coincide con il punto centrale dell'ellisse suggerita dalla porzione lisciata del guscio fossile.
3.) Se una linea (PQ) è disegnata dal punto R attraverso il centro del umbone del guscio fossile, il guscio è diviso in due parti uguali vicine [come immagini speculari stessa ascia]. Linea PQ attraversa anche il punto T (determinato in fig. 2a). Tracciando una linea tra il centro geometrico R ed il punto T, questa segue le linee ornamentale centrale della conchiglia fossile.

Le conclusioni di Feliks sono state messe in dubbio più volte, nella misura con la quale diversi ricercatori hanno sempre teso a considerare l’uomo primitivo un "arcaico" meno intelligente del sapiens attuale. Questo aspetto tocca un post che presentai mesi fa (http://www.anellomancante.blogspot.it/2012/03/arcaica-modernita.html), in cui si asseriva l’esatto contrario. 
Mentre da sempre vige la convinzione diffusa che la suddivisione del Paleolitico in inferiore, medio e superiore, eseguita essenzialmente attraverso le industrie litiche, rifletta anche importanti differenze evolutive nella specie umana, in particolare tra i sapiens “moderni” e gli “arcaici”, in realtà molti degli attrezzi del Paleolitico inferiore e medio trovati in Europa e altrove variano all’interno di una ristretta gamma di forme semplici, tanto che scheggiatori dei giorni nostri riescono, con attrezzature e motivazioni adeguate, a riprodurne copie in pochi minuti, a volte addirittura in pochi secondi.
L’ipotesi che vi siano stati esseri umani di aspetto moderno ma dalle capacità comportamentali significativamente diverse dalle nostre non è sostenuto né da principi di uniformità, né dalla teoria dell’evoluzione, né dalla documentazione archeologica. Non ci sono, in giro per il mondo, popolazioni di H. sapiens le cui capacità di variazione comportamentale siano soggette a vincoli biologici. E nemmeno ci sono ragioni per pensare che siano esistiti in passato H. sapiens arcaici dal punto di vista comportamentale.
Bisogna smettere di guardare agli artefatti come espressione di un qualche stato evolutivo e cominciare a vederli come prodotti secondari di una strategia comportamentale, sia essa di sopravvivenza o artistica. E se anche i nostri antenati avessero avuto degli status symbol (?).




Bibliografia

Feliks, J. 1998. The Impact of Fossils on the Development of Visual Representation. Rock Art Research 15: 109-134.

Shea J., Le Scienze, Marzo 2012