martedì 25 dicembre 2012

PALEO-PARALLELISMO FAUNISTICO MA ATTENZIONE ALL’AMBRA



Sasso n. 2 - Ambra Baltica (D. Persico, 2012, Storie da una scatola di sassi)

I fondali del mare del Nord sono un immenso giacimento fossilifero di età quaternaria, nel quale si ritrovano risedimentati anche fossili eocenici: l’ambra e gli artropodi, i vegetali e, occasionalmente, i piccolissimi vertebrati che l’ambra può includere. 
Da anni i pescatori olandesi, insieme al consueto pescato tipico di quel mare, issano a bordo, con le proprie reti, ambra, zanne di mammuth, denti, ossa lunghe, manufatti preistorici e recentemente anche un frammento di osso frontale di Homo neanderthalensis. Un vero e proprio tesoro paleontologico che spesso e volentieri finisce nelle mani di collezionisti privati, ma che oggi, grazie all’opera di persone consapevoli del valore scientifico dei reperti “pescati”, viene salvaguardato. 
Questi numerosissimi resti descrivono un ecosistema continentale antico e florido oggi sommerso dal braccio di mare che separa la Gran Bretagna dai Paesi Bassi e dalla Danimarca. "Una sorta di Serengeti con addosso la coperta", dichiarò all'Independent Dick Mol, uno dei pescatori-paleontologi impiegati nella tutela del “mondo perduto”. 
"Ho fatto il pescatore per 17 anni", racconta Albert Hoekman, il responsabile del deposito di questi resti, "e c’è stato un tempo in cui ributtavamo in mare tutti i reperti che trovavamo nelle reti. Non avevamo idea di che cosa fossero". Oggi Albert fa la spola una volta alla settimana tra i pescatori che rientrano dalla battuta di pesca e si assicura che i pezzi più interessanti trovati vengano messi da parte per essere esaminati dagli esperti. Il resto prende la strada di internet o delle collezioni private. Il suo è un contributo non irrilevante, visto che negli ultimi anni i fossili del mare del Nord si sono dimostrati fondamentali per l'avanzamento delle conoscenze scientifiche sul Quaternario europeo. 
"Un femore recuperato l'anno passato ha provato che una gigantesca tigre dai denti a sciabola viveva in queste zone circa un milione di anni fa. Molto più a nord di quanto si pensasse", scrive l'Independent. Ancora: "I frammenti del cranio di un uomo di Neanderthal dimostrano che i nostri enigmatici cugini erano qui attivi circa 60 mila anni fa e decine di manufatti suggeriscono che le misteriose popolazioni del Mesolitico avevano impiantato nel centro del mare del Nord molti villaggi". Il rinnovato interesse per questo patrimonio antico ha prodotto anche un libro che ha ribattezzato l'area con il nome di Doggerland. “Europés Lost World” è stato scritto da un team dell'Università di Birmingham e mostra chiaramente i confini di quest'area un tempo abitata, grande come il Regno Unito.


Una storia affascinante quella dei fossili del Mare del Nord che, per certi versi, ricalca l’evoluzione della paleontologia del fiume Po, da me vissuta in questi anni con la nascita del Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR). Tra i vecchi pescatori sono sempre stati numerosi i ritrovamenti che troppo spesso venivano ributtati nel fiume per la mancanza di un’adeguata informazione, ma la nascita del museo ha colmato questa carenza. In poco più di dieci anni la collezione di vertebrati quaternari del museo, assolutamente correlabile con i fossili quaternari nord europei, si è arricchita di oltre 500 importanti ritrovamenti, neanderthal compreso. Un parallelismo faunistico sorprendente che, se studiato in modo congiunto e multidisciplinare, può dare importanti informazioni per la ricostruzione del paleoambiente e del paleoclima europeo. 


Pur ritrovandola associata agli affascinanti resti quaternari nordici, appare evidente che l’Ambra Baltica deve essere considerata fuori dal contesto paleontologico di questi ultimi, perché più antica e ivi risedimentata. Essa, come detto, è infatti stata prodotta circa 30 milioni di anni prima del periodo quaternario. Circa 1,8 milioni di anni fa i ghiacciai si sono resi responsabili dell’erosione e del trasporto della stessa Ambra sui terreni allora occupati da mammuth, bisonti e cervi giganti, diventando infine parte integrante dei sedimenti fossiliferi quaternari che oggi troviamo sul fondo del mare a causa dell’aumento del suo livello. Questa analisi consente anche di stabilire, nella correlazione tra associazione paleontologica del Mare del Nord e fossili quaternari della Pianura Padana, per quale motivo in pianura non si trova Ambra: semplicemente durante l’Eocene la Pianura Padana era sommersa da un mare ai margini del quale non vi erano foreste adatte a produrne. 


Bibliografia

D. Persico, 2012. Storie da una scatola di sassi. Delmiglio Editore.

ATS News, 4.07.2009. Fossili: Mare del Nord è gigantesca tomba di mammut.

V. Gaffney, S. Fitch, D. Smith, 2009. Europe's Lost World, the Rediscovery of Doggerland (CBA Research Reports).

A. Stoppani, 1886. L'ambra nella storia e nella geologia con speciale riguardo agli antichi popoli d'Italia. Milano, Fratelli Dumolard Editori.

giovedì 20 dicembre 2012

18 DICEMBRE 1912: 100 ANNI FA LA VERA STORIA DI UN FALSO ANELLO MANCANTE



The Piltdown Man è un Pub che prese il nome dalla più grande scoperta paleoantropologica mai avvenuta in suolo inglese: l’uomo di Piltdown. Ancora oggi, questo pub mantiene quel nome nonostante si sia svelato che quella scoperta altro non fu che la più grande truffa paleoantropologica di tutti i tempi.
Si narra che sei gentleman inglesi, tali Charles Dawson, Pierre Teilhard de Chardin, Martin A. C. Hinton, Horace de Vere Cole, Arthur Keith e Arthur Conan Doyle, poi soprannominati la Piltdown Gang, organizzarono nei minimi dettagli, il fasullo ritrovamento del “giusto” anello mancante nell’evoluzione umana. Non un ominide simile alle scimmie dalla capacità cranica troppo inferiore alla nostra e, per giunta africano o asiatico, ma un missing link nobile, dignitoso, certo un poco primitivo, ma già ragionatore, ben pensante, con un cervello già sapiente.. e soprattutto inglese.
Questi signori, impegnati nel riesumare le nobili origini dell’uomo di Piltdown, unirono l’utile al dilettevole ingegnandosi per riportare in vita la scimmia più umana che si era mai vista.
Il fossile si componeva di due diverse parti: un calvario, estremamente moderno ed una mandibola arcaica, scimmiesca.
Il 18 dicembre 1912, alla riunione del Geological Society of London, Charles Dawson presentò i resti fossili agli studiosi, affermando che gli stessi gli erano stati consegnati, 4 anni prima, da un lavoratore della cava di Piltdown...una storia molto simile al ritrovamento del Bambino di Taung per opera di Raymond Dart (1924).
Secondo quanto riferito da Dawson, l'operaio aveva scoperto i resti poco prima del suo arrivo, e li aveva in parte rovinati. In successive visite alla cava, Dawson ritrovò altri frammenti del cranio, e li portò da Arthur Smith Woodward, custode del reparto geologico al British Museum. Fortemente interessato dai ritrovamenti, Woodward accompagnò Dawson al sito, dove, tra giugno e settembre del 1912, i due ritrovarono insieme ulteriori frammenti del cranio e metà della mandibola.
Sempre nella riunione della Geological Society, Woodward mostrò una ricostruzione del fossile che proponeva l'Uomo di Piltdown come l’anello mancante dell'evoluzione della specie umana: i resti di un organismo che si collocava perfettamente a metà strada tra  le scimmie antropomorfe e l'uomo moderno; una scoperta in linea con la teoria allora prevalente in Inghilterra che voleva l'evoluzione iniziata con la parte riguardante il cervello. Venne così istituita la specie Homo piltdownensis. 
Indagando nei trascorsi dei personaggi coinvolti emergono analogie utili a ricostruire la truffa: Teilhard aveva viaggiato nella regione africana dalla quale proveniva la mandibola di scimmia, e all'epoca del ritrovamento risiedeva nelle vicinanze di Piltdown. Hinton lasciò un baule nel Natural History Museum di Londra, ritrovato nel 1970, contenente ossa di animali e denti modellati e invecchiati artificialmente alla maniera dell'Uomo di Piltdown. Il coinvolgimento invece di Sir Arthur Keith venne dedotto della frettolosità con la quale  giudicò genuino il ritrovamento escludendo tutte le ipotesi possibili e senza documentarsi adeguatamente.
Gli indizi però, che vogliono Charles Dawson come autore principale del falso ritrovamento sono supportati dalle prove di altre truffe archeologiche precedenti. L'archeologo Miles Russel della Bournemouth University ha analizzato la sua collezione privata di reperti, scoprendo che almeno 38 di essi erano dei falsi. Tra questi reperti vi era anche il dente di un ibrido rettile/mammifero, tale Plagiaulax dawsoni, "scoperto" a detta di Dawson nel 1891 e in realtà contraffatto in maniera identica al Piltdown. 
Per anni ricordato come il controverso anello mancante nell’evoluzione umana, l’Uomo di Piltdown probabilmente era solo la parte culminante del lavoro di falsario di Charles Dawson, che in letteratura, viene ormai ricordato come una roccambolesca grottesca truffa, responsabile di aver indirizzato, per anni erroneamente, le ricerche paleoantropologiche verso caratteri arcaici in realtà inesistenti. Il luogo del "ritrovamento" venne identificato nel 1918, con il posizionamento di un cippo commemorativo di dubbia forma fallica che per sembianze e per analoghi moderni, vedi il dito di Cattelan, appare ancor oggi come il viatico verso quel paese cui la gang si divertì a indirizzare innumerevoli creduloni.




L’uomo di piltdown è ancor oggi ampiamente utilizzato dagli antievoluzionisti col fine di inficiare ed invalidare tutte le genuine scoperte antropologiche avvenute successivamente ad esso, ma per gli appassionati di paleontologia e di geologia, dell’uomo di Piltdown è rimasto, oltre al flebile ricordo di un falso fossile, un vero Pub inglese.

domenica 16 dicembre 2012

SILURUS GLANIS


Ho sempre sostenuto, e per questo sono stato più volte redarguito dai pescatori (io stesso sono un pescatore), che l’immissione del Silurus glanis nel Po fosse uno dei colpi più duri inferti all’equilibrio dell’ecosistema. 
Dalle mie parti, quando si vuole disquisire di fiume o di pesca, è d'obbligo rifarsi agli esperti, coloro che il Po da sempre frequentano. Essi conoscono i periodi di magra, di piena, prevedono le ciclicità stagionali, sanno osservare gli indizi di cambiamenti insiti nei comportamenti degli animali, dalla direzione del vento, dall’aumento della schiuma sull’acqua ecc. La loro frequentazione del fiume deriva in particolare dall’attitudine e dalla passione per la pesca, sport nel quale sono veri e propri maestri. Non gli si dica però che il motivo del vistoso calo di pesce del fiume è imputabile al siluro, ne conseguirebbero infinite discussioni basate sulla ricerca e l’elencazione di tutte le altre cause dannose alla fauna ittica autoctona, a detta loro ben più importanti ed invasive del Silurus glanis.
Così, rimasto nelle mie convinzioni naturalistiche inespresse per anni, qualche giorno fa mi sono imbattuto, come molti di voi sospetto, nella visione di un filmato che testimonia le spiccate attitudini predatorie del S. glanis esattamente come le ho sempre immaginate.


Il siluro è un grande predatore e la sua mole ne è testimonianza diretta.
Molte specie ittiche del Po, sia aliene, sia autoctone ne hanno risentito l’immissione o continuano tuttora a risentirne.
Generalmente il siluro si nutre di pesci, avannotti, crostacei, anfibi e a volte piccoli mammiferi, ma la penuria alimentare, dettata da condizioni ecologiche precarie come l’inquinamento, la scarsità d’acqua, l’habitat ristretto e la sovrabbondanza numerica, possono indurre questo temibile predatore a scagliarsi contro prede che generalmente non entrano nella normale dieta.
Così si manifestano fenomeni di predazione a carico di uccelli ad esempio, come i piccioni del filmato, o verso gallinelle d’acqua, folaghe o germani, come mi capitò d’osservare anni fa in una riserva di pesca isolata dalla rete idrica, nella quale i predatori avevano raggiunto una densità insostenibile per quel microecosistema chiuso. Ma non è esluso che in questa dieta "straordinaria" possano entrarvi anche dei mammiferi.
Un’altra testimonianza a tal riguardo, deriva dall’osservazione diretta di operatori della municipalizzata di Cremona, a carico di alcuni esemplari di Silurus glanis che qualche buon tempone "liberò" nella vasca della fontana dell’aiuola di Porta Po a Cremona. Terminati i pesci rossi, i tre esemplari in vasca, due subadulti di circa 10 kg ed un adulto di 25 kg, per sopravvivere si sono dati alla predazione estrema catturando i piccioni che si affacciavano alla fontana per abbeverarsi. Il risultato furono numerose ossa e carcasse di volatili rinvenute in vasca, nonché la sopravvivenza dei tre grossi esemplari in pochi metri cubi d’acqua per anni.
Questi appena citati sono alcuni dei fenomeni legati alla presenza di un superpredatore in un ecosistema, specialmente se questo è chiuso come una lanca o un bodrio. Questi effetti sono tanto meno evidenti ed immediati in un ambiente in cui il ricambio di acque, o i microhabitat riproduttivi risultano connessi all’andamento stagionale e foraggiati dall’immissione di affluenti.
Nel Rodano, in Francia, però, alcuni ricercatori hanno osservato ed evidenziato altri comportamenti invasivi e dannosi sull’ecosistema ad opera di questa specie. Si tratta in particolare di fenomeni poco osservati in passato come le aggregazioni di numerosi esemplari adulti.


Boulêtreau et al. (2011) osservano aggregazioni monospecifiche di esemplari di siluro, di grandi dimensioni, con movimenti circolari nell’ambito di ben 17 studi effettuati mediante snorkeling nel fiume Rodano. Il numero di individui nell’aggregazione venne individuato in un valore medio di 25 (± 10) individui adulti di dimensioni comprese tra 120 e 210 cm e peso corporeo da 12 a 65 kg. Queste aggregazioni, costituite generalmente da 15 - 44 individui, rappresentavano una biomassa totale stimata di 386-1132 kg. 
L'osservazione suggerì che il motivo responsabile di queste aggregazioni non poteva essere associato al normale comportamento, alla riproduzione, all’attività trofica o ad un comportamento di difesa anti-predatoria. Gli individui in aggregazione erano attivi, sempre in nuoto, ma non erano tutti rivolti nella stessa direzione come in banchi polarizzati. Non vennero osservati movimenti sincroni e, al contrario di banchi di pesci nei quali in genere gli individui conspecifici mantengono una equidistanza minima, gli individui in queste aggregazioni nuotavano, spesso in direzioni opposte, sfregandosi l’uno contro l'altro. Pertanto, queste aggregazioni non rappresentano banchi di pesce in senso stretto. 
A causa delle dimensioni molto elevate di queste aggregazioni di individui (circa cinque volte più pesanti rispetto a quelle delle specie ittiche autoctone), esse possono portare a importanti conseguenze funzionali negli ecosistemi in cui si verificano. Un esempio marino è l’influenza della defecazione e l'escrezione di aggregazioni ittiche ad alta densità al di sopra di barriere coralline, capaci di fornire importanti quantità di azoto e fosforo tali da indurre un aumento del tasso di crescita dei coralli. Inoltre, i pesci, possono dislocare nutrienti all'interno dell'ecosistema alimentandosi in una posizione e defecando in un altra.  L’eterogenea distribuzione spaziale dei pesci può anche creare hotspot biogeochimici, luoghi cioè dove rilascio di nutrienti da parte degli animali supera la necessità dei produttori primari.
Ed è questo il caso delle aggregazioni di Silurus glanis nel Rodano, in Francia, dove le aggregazioni osservate costituiscono i più imponenti hotspot biogeochimici mai segnalati in ecosistemi d'acqua dolce. Secondo le stime riportate nell’articolo di  Boulêtreau et al. (2011), le stime corrispondono a 83-286 volte e 17-56 volte i valori massimi di P e N riscontrati a seguito di fenomeni di escrezioni di pesci, riportati in letteratura. Si tratta quindi di un nuovo fenomeno, del tutto inatteso, del potenziale impatto ecologico di Silurus glanis sull’ecosistema fluviale.


Bibliografia

Stéphanie Boulêtreau, Julien Cucherousset, Sébastien Villéger, Rémi Masson, and Frédéric Santoul, 2011. Colossal Aggregations of Giant Alien Freshwater Fish as a Potential Biogeochemical Hotspot. PLoS One. 2011; 6(10): e25732.

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