lunedì 26 dicembre 2011

sabato 17 dicembre 2011

TROCO tra Burian e Jobs

(Lucius, Troco, 2011)

Emiliano Troco è il nome d’arte di un giovane paleoillustratore veneto, un interprete figurativo del passato.
Più volte, Emiliano, ha tentato di spiegarmi la provenienza del sostantivo adottato come cognome, raccontandomi una storia della sua infanzia con protagonista l'illustrazione di una conchiglia, ma il contesto nel quale ci siamo incontrati e gli innumerevoli argomenti sui quali conversare hanno ingenerato in me la caduta di quella spiegazione, probabilmente per mia distrazione o forse anche perché non era poi così importante, esattamente come non è importante il modo in cui Troco generalmente si presenta.
Per Troco non ha alcuna importanza presentarsi ad un convegno o ad una mostra nei panni dell’artista che sottostà ad un aplomb predefinito.
Troco è semplicità apparente, come una porta di campagna non curata ma robusta, di legno massiccio, capace di chiudere a chiave l’ingresso di un giardino rigoglioso, tropicale, ricco di biodiversità, di specie vegetali piantate secondo logica precisa, scientifica, finalizzata a costituire ecosistemi ragionati, estinti ma resuscitabili.
Dopo averlo conosciuto anni fa ed averlo incontrato saltuarie volte, ho capito che in realtà Troco ha una sua divisa contraddistintiva, un fenotipo acquisito fatto di occhialetti rotondi, capelli biondi rigorosamente spettinati, maglietta bianca sopra i jeans, scarpe da tennis e d’inverno un robusto maglione di lana blu. Una divisa che trasmette la noncuranza dell’artista verso il superfluo, che esprime la volontà di non perdere tempo nel decidere come presentarsi nelle diverse occasioni, perchè Troco a differenza di altri più famosi artisti, è un pittore che ha troppo da dire, da raccontare e da plasmare sulla tela, per perdere anche un solo istante di tempo.
Paleoillustratore è un termine che egli accetta come definizione di se stesso, anche se con qualche riluttanza; quello che rifiuta invece è paleoartista, perchè l’artista non è una professione, l’artista è il salto di qualità del musicista, del poeta, dello scrittore o del pittore, il riconoscimento che con la fatica ed il sacrificio ci si deve guadagnare.
Dal punto di vista del critico o del commentatore artistico, data la mia incompetenza, avrei poco da recensire, ma la fortuna di possedere un proprio blog consente di esprimere pareri personali da sottoporre alle critiche o al giudizio dei lettori, anche senza licenze regolari... Sostengo pertanto che Troco sia un artista atipico, un interprete del passato capace di coniugare il rigido rigore scientifico con l'arte del dipingere su tela. Ridicolo è però pensare che si possa avvalere di supporti culturali esterni senza verifiche personali. Ecco quindi che entra in gioco la vasta cultura, la preparazione minuziosa che porta Emiliano ad essere la persona più competente del mondo a riguardo del tema che in quel preciso momento si appresta a rappresentare.
Troco è, dal mio punto di vista, una intersezione di personalità e qualità che ho riconosciuto nelle opere di Zdeneck Burian o nelle invenzioni e nei colpi di genio imprenditoriali di Steve Jobs. Troco è l’essenza più elevata di sintesi scientifica messa a disposizione dell’arte, un’amalgama di eccezionale modernità culturale finalizzata ad una tecnica di paleoillustrazione arcaica in voga soprattutto tra i pittori paleoimpegnati degli anni ‘70-’80.
Il quadro riportato nella fotografia soprastante è la sintesi di Troco applicata al mio modo di vedere il fiume Po al tempo dell’uomo di neanderthal: l’idea di una vasta pianura acquitrinosa, sottoposta ad un clima glaciale, nei cui gelidi spazi vivevano sporadici clan neandertaliani impegnati nella caccia e nella pesca per sopravvivere. Perché affrontare fiere e mastodonti quando il fiume è una argentea vena di risorse facili da reperire? Perchè gli individui del clan devono necessariamente essere immaginati vestiti di tutto punto pur essendo appartenenti ad una specie adattata ad un clima glaciale? Perché rappresentare dei neanderthal sul Po?
Queste sono state alcune delle domande che mi son posto non appena ritrovato Pàus (Neanderthal del fiume Po), alle quali ho cercato di rispondere confrontandomi con importanti scienziati che il fiume, con la sua offerta paleontologica, mi ha dato l’opportunità di conoscere. A queste domande sono susseguite delle risposte che, sottoposte al giudizio del paleoillustratore nel pieno di una sua personale ricerca sul tema, hanno trovato punti in comune, suggerendo idee per una prima illustrazione: il bozzetto che ha rappresentato la prima idea di neanderthal in Pianura padana e che poi si è evoluto nel famoso dipinto realizzato dallo stesso Troco per il Museo Paleoantropologico del Po (vedi sotto). Un lavoro più completo quest’ultimo, che però, data la sua complessa efficacia, non è risultato istintivo e non risulta immediato come quel bozzetto preliminare che su mia insistente richiesta, Troco ha oggi completato.
Io che sono un ammiratore di Burian e del suo modo partecipato di realizzare specie scomparse, da oggi ho l’opportunità di assaporare ogni qual volta lo desidero, solo volgendo lo sguardo, la Pianura del Neaderthal come da sempre l’ho immaginata e come Troco con una capacità di sintesi tipica di Jobs ha saputo realizzare.

(http://www.radio.cz/en/section/czechs/zdenek-burian-illustrator-and-painter-of-prehistoric-life)

venerdì 16 dicembre 2011

Cristalli di quarzo per la produzione di manufatti preistorici

Cuspide di freccia (Mauritania(?))

Qualche anno fa mi sono imbattuto, cercando cuspidi di freccia al Mineral Show di Bologna, nella punta (purtroppo incompleta) riportata nella foto di sopra. Si tratta di un incredibile manufatto, proveniente dalla Mauritania (provenienza non completamente verificata), ottenuto scheggiando un cristallo di quarzo ialino.
Pochi giorni fa, con le stesse modalità, ho ritrovato tra manufatti neolitici della Mauritania, un cristallo di quarzo staccato dalla base e scheggiato volontariamente sulla punta. Le due fratture concoidi contrapposte dimostrano inequivocabilmente che il cristallo è stato scheggiato al fine di staccarne delle schegge da ritoccare successivamente.
Sorgono spontanee quindi alcune domande:
era pratica diffusa utilizzare questo tipo di materiale estremamente duro e difficile da lavorare? Il quarzo veniva impiegato solo in rare occasioni con precisi scopi? Gli utensili per la scheggiatura ed il ritocco erano i medesimi utilizzati per la selce? Quale era la metodologia di scheggiatura adottata per staccare frammenti lavorabili dai cristalli?
Queste ad e altre curiosità saranno oggetto di una nuova piccola ricerca, nel frattempo, se vi sono appassionati e archeologi che hanno conoscenze in merito o riferimenti bibliografici da consigliarmi, si facciano sotto...


Cristallo di quarzo (Mauritania(?))

mercoledì 16 novembre 2011

Intrecci archeo-paleontologici 2

Altri interessanti esempi di intrecci archeologici e paleontologici o zoologici, possono essere rappresentati dalla "ceramica cardiale", una facies archeologica neolitica caratterizzata dallo stile della sua decorazione, ottenuta mediante l'impressione della conchiglia del mollusco Cardium edulis. La sua diffusione fu nel bacino del Mediterraneo, dalle coste levantine a quelle occidentali della Spagna.

Nel Po, nel corso degli ultimi 10 anni, sono stati rinvenuti numerosi frammenti di ceramica impressa ascrivibile all'industria cardiale, inoltre numerose valve fossili di di Cardium e Glycimeris risultano presenti sulle barre di meandro a valle delle foci degli affluenti parmigiani e piacentini. E' possibile quindi che, in passato, coloro che impressero quella ceramica, si fossero avvalsi dei fossili pliocenici/pleistocenici presenti nel Po.

Cardium edule

Ceramica cardiale

Ceramica cardiale

Ceramica cardiale

lunedì 14 novembre 2011

Intrecci archeo-paleontologici

Sulla ceramica preistorica impressa, capita a volte di ritrovare tracce ornamentali ottenute mediante l'uso di resti di organismi. Un esempio di recente scoperta è certamente il frammento di ceramica rinvenuto presso un sito cremonese, caratterizzato da file di impressioni puntiformi esagonali. Una lampante intuizione ha permesso di stabilire che tali impressioni sono state ricavate mediante l'utilizzo di conchiglie di scafopode (Dentalium sexangulare), abbondante allo stato fossile nel basso Appennino parmense e piacentino e spesso impiegato nella costruzione di collane e monili.
Esempi di intrecci archeologici e paleontologici sono rari solo all'apparenza. Questi ritrovamenti sono certamente motivo di approfondimento di una ricerca che verrà comunicata periodicamente sull'anellomancante.
Dentalium sexangulum e corrispondenti impressioni su ceramica

lunedì 7 novembre 2011

MUSEO PALEOANTROPOLOGICO DEL PO

Ha aperto ieri, 6 novembre 2011, il nuovo "Museo Paleoantropologico del Po" di San Daniele Po (CR). In una umida giornata novembrina, in una sala conferenze gremita ed insufficiente per ospitare il folto pubblico accorso, si è descritto, quindi mostrato, il nuovo museo.
Quattro sezioni espositive (Sezione verde, sezione gialla, sezione azzurra, sezione dei fossili della Terra e Laboratorio didattico) atte ad ospitare studenti, appassionati o curiosi attraverso un percorso snodato tra evoluzione umana, evoluzione della Pianura Padana, Pianura Glaciale ed evoluzione della vita, costituiscono un itinerario museale unico nel suo genere. (www.museosandanielepo.com)




















sabato 1 ottobre 2011

PROBLEMA GEOLOGICO

Vi ricordate il problema posto alla Vostra attenzione mercoledì 9 marzo 2011?

Ecco, oggi sembra risolto. Ci si ponevano alcune domande in merito alla provenienza di ciottoli nummulitici silicizzati, riscontrati in una formazione pedeappenninica tra Parma e Piacenza.

Orbene, dopo approfondite ricerche si è giunti alla risposta di tutti i dubbi sollevati.

Tra tutti i ciottoli presenti ve ne sono di nummulitici, di legno silicizzato, di quarzite e soprattutto di diaspro.

Questi ultimi sono stati individuati da Veggiani (1964) come indicatori di provenienza. Essi compaiono per la prima volta nei depositi costieri del quaternario e si ritrovano poi in grande abbondanza lungo le antiche linee di spiaggia tra Cesenatico e Ravenna. Veggiani, ne dimostra la provenienza spiegandone le modalità di trasporto.

Egli parte dalla localizzazione di potenziali giacimenti di diaspro e selce, individuando un’abbondanza notevole di queste componenti in formazioni geologiche calcaree di età Eocenica e Cretacica, localizzata nelle Marche e denominata “Scaglia cretacico-eocenica”. Di ciottoli analoghi a quelli in esame ne sono ricchissimi i depositi fluviali quaternari e attuali del Metauro, del Cesano, Misa ed Esino, nonchè i sedimenti costieri tra Fano e Ancona.

Veggiani mette in luce il ritrovamento della stessa scaglia in pozzi per le ricerche petrolifere nel ferrarese e in parte del Veneto. Inoltre alcuni affioramenti si hanno ancora più a nord nella zona dei Colli Euganei, Berici e Alpi meridionali venete. Infine, nei pressi dell’Emilia Romagna, la scaglia affiora anche in Toscana in Val di Lima, in Garfagnana e nel Pontremolese. Ma vi sono valide ragioni per escludere che sia l’area ferrarese che quelle venete e della Toscana, possano aver fornito i nostri ciottoli. Infatti la scaglia del ferrarese non è mai stata raggiunta dall’erosione pliocenica o quaternaria, essendo localizzata ad una certa profondità nel sottosuolo, ne tanto meno si può ipotizzare un trasporto di ciottoli dalle Prealpi venete o dai monti Berici, dato che si dovrebbe immaginare l’impossibile situazione che questi ciottoli siano stati trasportati nelle profondità del bacino padano e poi fatti risalire sulla sponda opposta, quella appenninica. Un meccanismo che va contro ogni regola sedimentologica. Anche l’idrografia della Toscana, pressochè identica dal Quaternario ad oggi, non consente di ipotizzare un trasporto di ciottoli da questa alla Romagna (Ghelardoni, 1958).

Viste tutte queste esclusioni il campo di indagine si restringe solamente all’area marchigiana.

E’ noto che i materiali alluvionali che i fiumi portano al mare in sospensione, per saltazione e per rotolamento sul fondo, vengono distribuiti dal moto ondoso sia in senso trasversale che in senso longitudinale alla costa (Gallareto, 1960). in particolare il movimento in senso longitudinale, quando le onde si frangono con un certo angolo di incidenza rispetto alla costa, può assumere valori rilevanti.

Lo spostamento longitudinale dei materiali lungo la riva, nella sua forma più evidente, è quello cosiddetto “a denti di sega”. In pratica, quando la massa liquida e le particelle solide che essa trasporta, durante l’espansione del frangente, giungono in prossimità della costa, si proiettano secondo la direzione di arrivo del frangente stesso, mentre nel percorso di ritorno scendono per gravità secondo la linea di massima pendenza e così via. Si ha conseguentemente una migrazione di sabbia e di ghiaia in senso longitudinale alla costa.

Recenti scoperte però dimostrano inconfutabilmente che in questo trasporto vi è anche l’intervento di altri meccanismi, primo dei quali le correnti di costa (Longshore current), direzioni di moto dell’acqua che si generano tra la battigia e la linea dei frangenti ad opera delle componenti di moto parallele alla riva dei frangenti stessi. L’azione longitudinale alla costa che queste correnti esercitano quindi si esplicherà sui materiali localizzati tra la zona dei frangenti e la battigia, con una intensità ed una velocità che dipendono dalla rapidità di arrivo e dall’angolo di incidenza delle onde rispetto all’andamento della riva e della morfologia della costa.

Ecco quindi che la “migrazione” di materiale lungo le coste marchigiane-romagnole da sud verso nord può ritenersi plausibile e continua, soprattutto alla luce di rinvenimenti che per localizzazione geografica e per ricostruzione storica, risultano essere compatibili anche con i meccanismi sedimentari sopra elencati. Infatti le ricerche effettuate in corrispondenza dell’antica linea di spiaggia dell’epoca romana tra Cesenatico e Ravenna, che corre all’incirca lungo l’attuale strada statale “Adriatica”, hanno messo in evidenza una enorme fascia di materiale ghiaioso in massima parte di provenienza marchigiana (Veggiani, 1960).

Dunque, mistero svelato...

lunedì 26 settembre 2011

Tracce di Pàus...

(...) Raggiungemmo una zona collinare piuttosto bassa, ricca di ruscelli e perfetta per trascorrervi la notte. I tre uomini ci accompagnarono in questo luogo che noi pensavamo solo di passaggio, con il fine di farci comprendere l'esistenza di altri uomini e donne in questi luoghi. In realtà in quelle valli non vi erano altri Clan, però sull'intero versante rivolto a tramonto, numerose ed infinite schegge di pietra tagliente erano adagiate disordinatamente sul terreno. Concentrate in alcuni punti o sparse in giro in modo sconclusionato, erano schegge tipiche o manufatti grandi, "primitivi", ottenuti distaccando poche schegge da un ciottolo per renderne tagliente un profilo . Una tecnica molto arcaica che oserei definire poco efficace, ma a quanto pare molto impiegata da chi, prima di noi, ha abitato o frequentato questi luoghi. Moltissime però erano anche le schegge ottenute con la nostra tecnica, molte e taglienti, ricavate probabilmente recentemente, per rielaborazione di vecchi manufatti su nucleo, oppure ottenute dai numerosi ciottoli sparsi in giro. Era evidente che i nostri tre amici ci avevano condotto in una frequentata strazione litica . Ne parlai immediatamente con lei, che già aveva intuito la mia stessa idea, cioè l'esistenza di altri Clan, dei quali i nostri tre amici, avevano voluto rivelarci la presenza. Decidemmo quindi di provare a parlarne con loro, cercando con la quiete di un focolare, con gesti e parole, di comprenderci vicendevolmente al fine di ampliare i nostri orizzonti.

Fu in questo modo che capimmo di essere vissuti isolati per molto tempo, in luoghi meno frequentati, con almeno un altro Clan da sempre instaurato nella regione oltre le montagne. Gruppi di uomini e donne capaci, all'occorrenza di affrontare le montagne per raggiungere questi luoghi, queste piccole valli dove qualcun altro molto prima di noi aveva scheggiato manufatti, o per attraversare l'impervia regione al fine di raggiungere il monte delle lame. Uomini, donne e bambini dai quali, ormai ne eravamo certi, le nostre tre sagge guide, ci avrebbero presto condotto.

(Da "Ritornare dall'Antartide e ritrovarsi neanderthal", Persico, 2010. Ed. "Il Simposio delle Muse")

venerdì 16 settembre 2011

Pàus

Cari paleointernauti paleoappassionati,
credo che ve lo meritiate.
La pazienza per la prolungata attesa per rivedere il museo riaperto va premiata.
Ho pertanto deciso di anticiparvi i fasti e le meraviglie del nuovo Museo Paleoantropologico del Po con un bozzetto (di prova) eseguito da Troco per la preparazione del primo dipinto raffigurante un clan di neanderthal in Pianura Padana.
Questo ritratto è uno studio del viso neandertaliano inserito in un paleoambiente padano...
Buona visione.
Inaugurazione
Museo Paleoantropologico del Po
6 novembre 2011
San Daniele Po (CR)
(www.museosandanielepo.com)

16 luglio2011: pioggia di meteoriti in Kenya

Soltanto ora cominciano a venire alla luce dettagli sulla pioggia di meteoriti verificatasi in Kenya lo scorso 16 luglio, quando almeno quattro villaggi di una delle zone più povere dell’Africa centro-occidentale sono stati interessati da cadute al suolo di frammenti meteoritici, associati ai bolidi celesti avvistati quel giorno, alle 10.30 locali, nel cielo del continente africano.

Da allora almeno 14 kg di rocce spaziali del genere condrite – la specie di meteoriti più conosciuta e diffusa – sono stati recuperati nel corso di varie missioni allestite allo scopo di studiare campioni di detriti interplanetari “freschi” ed appena arrivati dallo spazio, quindi praticamente ancora incontaminati da erosioni atmosferiche.

Se è vero che ogni anno almeno 1400 meteoriti precipitano sul nostro pianeta, soltanto il 3% di essi sopravvive all’ablazione in atmosfera, e ancora di meno sono gli eventi testimoniabili da osservatori locali.

In questo caso parecchi, poverissimi, braccianti o lavoratori dei campi di caffè della zona attorno a Kihum Wiri – località che probabilmente sarà scelta per designare in futuro questa pioggia di meteoriti – hanno assistito in diretta alla caduta delle meteore, raccogliendone in alcuni casi sostanziosi campioni, come nel caso di Rose Kamande, che ha raccolto un sasso da 3,4 kg nel villaggio di Thika, dopo aver udito il rumore di un bolide simile ad un tuono. Oppure l’anonimo abitante di Muguga, dove un frammento di 70 g gli ha sfondato il tetto di casa.

Un paio di spedizioni scientifiche occidentali, già arrivate sui luoghi per raccogliere e classificare i campioni, si sono unite agli improvvisati collezionisti locali: una buona occasione per questi ultimi di racimolare qualche dollaro e per i ricercatori l’opportunità di archiviare testimonianze oculari utili per ricostruire le caratteristiche scientifiche della pioggia di Kihum Wiri del 16 luglio 2011.

mercoledì 14 settembre 2011

NELL'EMBRIONE LE PROVE DELL’EVOLUZIONE...

Nè L’origine della specie in riferimento alle prove embriologiche, Darwin sostiene che non si potrebbe trovare prova migliore di quella contenuta nella dichiarazione di Von Bear quando afferma che ”gli embrioni dei mammiferi, degli uccelli, dei rettili e dei serpenti, e probabilmente anche dei chelonii sono perfettamente somiglianti l’un l’altro, tanto nel complesso delle loro parti quanto nel modo di svilupparsi delle medesime; a tal punto, che in pratica spesso non possiamo distinguere gli embrioni se non dalla loro grandezza. Io posseggo due piccoli embrioni nell’alcool, cui ho dimenticato di attaccare nomi, ed ora sono affatto incapace di dire a quale classe appartengono” . Testimonianza questa che certamente rende l’idea dell’attendibilità dell’argomento. In questo caso, l’autore afferma che, a causa dell’assenza di etichettatura, non riesce ad attribuire agli embrioni in esame, non la specie, ma addirittura la classe di appartenenza, lasciando intendere che a quello stadio di sviluppo i caratteri distintivi di ordine, famiglia, genere e specie non sono minimamente manifesti. Nel processo di sviluppo embrionale generalmente si “eleva l’organizzazione” , intendendo non un semplice aumento della complessità, bensì un maggiore adattamento della forma adulta all’ambiente naturale in cui si troverà a vivere. Certamente ci si troverà tutti d’accordo nel dire che l’organizzazione di una farfalla è più elevata di quella della larva o della crisalide dalla quale deriva, di certo però esistono casi, come quelli di alcuni crostacei parassiti, in cui la complessità della forma adulta è decisamente inferiore a quella dello stadio larvale.

D’altro canto Darwin sottolinea precisamente che quanto sopra descritto non è regola univoca, mettendo in risalto che, da osservazioni di Richard Owen sui cefalopodi, risulta assenza di metamorfosi alcuna, e il carattere di cefalopode si manifesta molto tempo prima che l’embrione sia completo.

Dalle testimonianze darwiniane, dalle prove raccolte da numerosi altri autori in seguito e dallo sviluppo di nuove discipline, oggi possiamo dire che le affermazioni di Darwin erano corrette e fondate. Appare assolutamente incredibile, ed a mio avviso questo mette in luce l’immensità del genio darwiniano, che con le moderne tecniche e con le nuove discipline si contribuisca solo a confermare quanto pubblicato nel 1859.

Darwin afferma che “è assai probabile che in molti gruppi di animali gli stadii embrionali o larvali ci mostrino più o meno completamente la forma adulta del progenitore dell’intero gruppo... E’ anche probabile, in seguito a quanto abbiamo detto intorno agli embrioni dei mammiferi, degli uccelli, dei pesci e dei rettili, che questi animali siano i discendenti modificati di un antico progenitore, il quale allo stato adulto era fornito di branchie, di una vescica natatoria, di quattro arti pinniformi e di una coda lunga, organi tutti utili per un animale acquatico” .

Chiaramente paleontologia e biologia non avevano ancora annunciato il ritrovamento di fossili o fossili viventi come i Sarcopterygii (es. celacanto). (...)

("Neodarwinismo, l'evoluzione della teoria". D. Persico, "Il Simposio delle Muse", 2009)

venerdì 2 settembre 2011

"Madre giurassica dalla Cina"

Sintesi di un articolo di John Roach pubblicato su Nature

Juramaia sinensis, "madre giurassica dalla Cina" è, secondo gli esperti, il più antico progenitore dei mammiferi placentati, gli animali che danno alla luce una prole dopo averla nutrita, nell’organismo materno, con la placenta.

Il fossile, scoperto in Cina, è stato datato 160 milioni di anni. Questa nuova scoperta retrodata la separazione avvenuta tra placentati e marsupiali di almeno 35 milioni di anni. I placentati, che includono animali che vanno dai topi alle balene, sono l’ultimo gradino nella scala evolutiva iniziata con i cosidetti euteri o euplacentati, di cui J. sinensis è l’esemplare più antico. Questo nuovo euplacentato, che possedeva delle zampe anteriori adatte ad arrampicarsi sugli alberi, si cibava di insetti, che abbondavano nelle foreste temperate del Giurassico. Con questa dieta, J. sinensis raggiungeva al massimo di 15 grammi di peso, era quindi più leggero di uno scoiattolo striato. “La grande linea evolutiva che comprende anche noi umani ha avuto un inizio modesto, in termini di dimensioni corporee”, spiega Zhe-Xi Luo, il paleontologo del Carnegie Museum of Natural History che ha studiato il fossile.

Fino alla scoperta di questo fossile, i paleontologi ritenevano che la divergenza tra euteri e metateri (gli antenati dei marsupiali) fosse avvenuta 125 milioni di anni fa. I primi euteri si sarebbero differenziati a partire da un antico metaterio, il progenitore dei marsupiali moderni. Un terzo tipo di mammiferi sono i monotremi, come l’ornitorinco.

Agli albori della loro evoluzione marsupiali e placentati erano molto piccoli, e questa condizione li ha spinti verso gli ambienti forestati, al sicuro dai grandi dinosauri e da altri mammiferi.

"Le principali differenze fisiche tra eueteri e metateri sono nelle ossa del polso e nei denti. Per esempio, gli euteri hanno meno molari dei metateri. “Sono stati proprio i suoi denti che ci hanno fatto capire che J. sinensis è un eutero”, racconta Luo.

La scoperta, secondo Luo, conferma quanto era stato previsto dalle analisi sul DNA. Precedenti studi genetici datavano proprio a 160 milioni di anni fa la separazione tra gli antichi marsupiali e i placentati. La scienza tuttavia non ha ancora capito cosa sia accaduto in quel periodo per provocare la differenziazione tra marsupiali e placentati. “Sappiamo che marsupiali e placentati hanno preso strade diverse, come hanno fatto anche altri mammiferi. Non conosciamo invece cosa, dal punto di vista ambientale, ha innescato questa diversificazione”, conclude Luo.

lunedì 27 giugno 2011

Il gigante del Po

Qualche frammentario indizio dell'esistenza di pachidermi è stato ritrovato in passato sulle rive del fiume. Ma la storia che stiamo per rivivere è molto più impressionante del ritrovamento di qualche scheggia sputata dal fiume sulla sabbia.
Era il 1978 quando il signor Walter Faccioli, si inoltrava sullo sterminato spiaggione di Spinadesco al fine di raccogliere legna da ardere. L'inconsapevole raccolta paleontologica, perché di fossili si tratta anche quando si parla di legname carbonificato, era una pratica diffusa e costituiva una risorsa molto utile ai fini domestici. Oggi questa abitudine è andata scomparendo, soppiantata da più moderni metodi di riscaldamento.
Raccontano, i discendenti Gerevini-Faccioli che durante la ricerca di quel lontano giorno di 40 anni fa, il nonno rimase sorpreso nell'imbattersi in un "tronco" dalla forma inusuale, lungo più di un metro, robusto, estremamente pesante e dalla forma plastica, quasi armonica, molto diversa da quella di un normale legno, anche se il colore poteva trarre in inganno. Il Faccioli tentò invano di sollevare il fossile dovendo rapidamente desistere e ricercando, nell'aiuto del figlio Bruno, un valido mezzo di trasporto fino a casa.
In due fu molto meglio e con inspiegati metodi l'enorme legno venne condotto all'abitazione, in paese, dove rimase, perfettamente conservato, ignorato o nascosto, fino a qualche tempo fa. Il decesso del Faccioli aggiunse ulteriore mistero e ombre su quell'evento di ormai lontana memoria, ma il recente rinvenimento del "tronco" nella soffitta della vecchia casa da parte delle nipoti, ha ingenerato un ritorno di curiosità riaccendendo i riflettori.
Il fossile donato al “Museo Paleoantropologico del Po” di San Daniele Po non è certamente un tronco di qualche albero strano, bensì un osso perfettamente conservato; grande, robusto, massiccio, lungo 135 cm, caratterizzato da una base larga e squadrata e da una sommità terminante a forcella con un capo solo sormontato da una grossa sfera, liscia, del diametro di circa 26 cm: un femore, enorme, come mai se ne sono visti prima nei sedimenti del Po.
Antiche leggende e credenze popolari riesumerebbero immediatamente giganti, draghi o dinosauri. La realtà è molto diversa, più concreta, realistica, ma non meno entusiasmante.
Si tratta di un proboscidato, un mammifero molto grande, un elefante. Ma che ci faceva un simile animale in Pianura padana? Potrebbe essere la prova del passaggio di Annibale che, marciando dalla Spagna attraverso i Pirenei, la Provenza e le Alpi, scese nell'Italia per sconfiggere le legioni romane ? Sarebbe affascinante ma la paleontologia fa luce su tutt'altra verità.
Il fossile è pesante, oltre 40 kg se impregnato di acqua, perfettamente conservato e privo di segni di erosione.
Questi indizi suggeriscono un mancato trasporto da parte del fiume, ed un ritrovamento nei pressi del luogo di sepoltura primaria. L'area di rinvenimento, presso Cremona, è da sempre interessata da un considerevole numero di questi fossili ed in particolare di resti di mammiferi tipici e caratteristici delle ultime fasi glaciali. E questo femore non è da meno. Il confronto morfologico ha permesso di classificare l’osso nella specie Mammuthus primigenius.
Il mammut lanoso (Mammuthus primigenius Blumenbach, 1799) è una specie estinta di elefante. Visse dai 300.000 a circa 5.000 anni fa, in Europa, Africa e Nordamerica. Questa specie estremamente adattata ad un clima gelido si è evoluta dal precedente mammut delle steppe (Mammuthus trogontherii). Come gli odierni elefanti, i loro parenti più prossimi, anche i mammut potevano raggiungere dimensioni ragguardevoli. La specie più grande conosciuta, il Mammuthus sungari che viveva tra la Cina e la Mongolia, raggiungeva l'altezza di 5 metri al garrese. Probabilmente i mammut pesavano circa 6-8 tonnellate, ma eccezionalmente i grandi maschi potrebbero aver superato le 12 tonnellate. La maggior parte delle specie, in ogni caso, erano grandi solo quanto un elefante asiatico attuale, e si conoscono fossili di forme nane.
Si stima che il Mammuthus primigenius, potesse raggiungere una altezza compresa tra i 2,8-3,5 m al garrese, superando i 4,5 m di lunghezza ed un peso di circa 6 tonnellate. Nel caso del nostro femore, un calcolo sommario effettuato mediante la valutazione delle proporzioni di uno scheletro intero, dato il femore della lunghezza di 135 cm, propone una altezza stimata dello scheletro al garrese, senza considerare l'aumento dovuto alla massa muscolare, di 3,8 m (circa). Una dimensione ragguardevole che potrebbe far supporre l'appartenenza dell'osso fossile ad un grande maschio adulto.
Il rinvenimento di simili resti rievoca la memoria di un ambiente perduto caratteristico di alcune fasi dell'evoluzione della Pianura padana. Ricostruire una pianura acquitrinosa, sovrastata dai ghiacciai alpini in fase di scioglimento, con popolazioni umane, anche neandertaliane, alla ricerca di simili pachidermi per soddisfare l'istinto di sopravvivenza è cosa probabilmente corretta. A noi piace immaginare il possente pachiderma riverso sulla pianura, sovrastato dall'impeto di una caccia organizzata da Pàus e della sua gente. Ecco perché nel nuovo "Museo paleoantropologico del Po", Mammuth e Neanderthal verranno esposti fianco a fianco.

giovedì 12 maggio 2011

Aposemantico pure il nido? Esagerate!

Polistes gallicus (Linnaeus, 1767)
(Foto e segnalazione di Paolo Panni, 11-05-2011)

Le vespe cartonaie (genere Polistes) sono riconoscibili per il corpo snello, mentre il nido è un disco di forma irregolare (di diametro mai superiore ai 12-15 cm), senza alcun involucro, attaccato con un breve peduncolo a qualsiasi sporgenza che possa fornire protezione dalla pioggia (davanzali di finestre, cornicioni, tegole) ed è quindi in genere ben visibile. Le colonie di vespa cartonaia sono sempre molto piccole e i suoi membri si contano di solito in alcune decine; in compenso, si possono trovare anche parecchi nidi gli uni vicini agli altri.

A differenza delle api, le vespe non possiedono la ghiandola della cera e quindi costruiscono i nidi utilizzando la cellulosa che ricavano dalla polpa del legno. Usando le robuste mandibole, raschiano il legno degli alberi e dei paletti degli steccati, lo masticano, lo mescolano con la saliva e poi lo stendono per costruire i favi. La colonia si accresce rapidamente durante i mesi caldi, raggiungendo il suo apice generalmente in agosto; in questo periodo nel nido vi possono essere anche alcune migliaia di vespe. Diversamente dalle api, le vespe operaie nutrono le larve con insetti appositamente catturati e non immagazzinano mai cibo nei loro nidi.

In questo curioso caso le vespe hanno probabilmente impiegato per la costruzione del nido cellulosa proveniente da carta o cartone colorato di blu, con l’incredibile risultato di una casetta all’ultima moda. Vanitose!

martedì 26 aprile 2011

EUROFLORA 2011

Avevo in mente, prima di visitare la fiera, di postare un po' di colori, tanto per ravvivare il blog.
Vedrete dalle immagini lo tsunami cromatico del quale sono stato investito a genova.
Buona visione...