domenica 24 dicembre 2006

FINALMENTE NATALE...


Thoracosphaera sp.

E’ il 25 dicembre, Natale. Secondo le previsioni, domani sarà l’ultimo giorno di perforazione del Mare di Ross. ANDRILL è alle battute conclusive, dopo aver stabilito il nuovo record di profondità per un sito sul continente antartico: circa 1200 metri perforati e molti dati, tanti in più di quanti ci si aspettasse inizialmente.
I cambiamenti tecnici occorsi nell’ultimo mese hanno notevolmente alleggerito i miei carichi di lavoro, lasciando tempo libero per le attività collaterali. Qualche tempo fa, dopo alcuni contatti con i miei Professori di riferimento a Parma e a Tallahasse, in Florida, ho deciso di andare oltre il lavoro assegnatomi ufficialmente per inoltrarmi nella ricerca scientifica micropaleontologica, mio vero ambito di indagine e di approfondimento. Questo settore, purtroppo non previsto direttamente in Antartide, troverà il suo spazio in un secondo tempo presso l’Università degli Studi di Parma e la Florida State University, dove si studierà specificatamente il contenuto in nannofossili calcarei. Le attività di un team di ricerca, in progetti internazionali, sono gestite e regolamentate dai capi progetto, ai quali ho dovuto richiedere il permesso per iniziare il lavoro di analisi nel tempo lasciato libero dall’incarico ufficiale di curator. Lo studio dei campioni ha delineato immediatamente interessanti scenari.
I nannofossili calcarei sono frammenti di microscopiche alghe unicellulari che vivono ancor oggi in mare e che prendono il nome di nannoplankton calcareo. Essi sono stati oggetto per due anni della mia tesi di laurea, per quattro del dottorato di ricerca e per altri 3 anni di approfondimenti per borse di studio in relazione a progetti internazionali. Il loro studio on-ice non è stato previsto in ANDRILL perché progetti scientifici trascorsi hanno evidenziato la loro assenza in sedimenti recenti posti a latitudini così elevate (77° Sud). Durante tutti questi anni di ricerca ho sempre lavorato a progetti riguardanti l’Oceano Meridionale, cercando di ricostruirne la storia climatica, avvalendomi proprio dell’ausilio di queste minuscole particelle di calcare.
La volontà di studiare subito i nuovi campioni è stata incentivata più che dalla speranza di qualche ritrovamento, dall’intenzione di lasciare il segno in vista di progetti futuri e soprattutto dallo scetticismo di molti riguardo alla possibilità di ritrovare in Antartide questo gruppo di fossili. D’altro canto, osservando l’equipe sedimentologica al lavoro e le descrizioni geologiche effettuate, lo studio dei resti calcarei appariva troppo trascurato.
Tra lo scetticismo generale, alle 4 del mattino di 20 giorni fa ho deciso di sedermi al microscopio per iniziare l’analisi del primo campione. Lo strumento non era propriamente adatto a questo tipo di ricerca, ma la volontà di tentare era troppo forte. “Sarà forse un’assurda battaglia ma ignorare non puoi, che l’assurdo ci sfida per spingerci ad esser fieri di noi..” così Guccini urlava attraverso i miei auricolari quando mi accingevo ad effettuare il primo ritrovamento. Da lì è stato tutto un susseguirsi di frenesia, eccitazione, necessità di guardare oltre, di comunicare subito a qualcuno quanto riscontrato. Risulta ancora difficile per me descrivere l’emozione provata nel vedere di nascosto un passaparola improvviso nel gruppo, un rincorrersi di informazioni approssimative che gradualmente si congiungono come i tasselli di un puzzle, come un domino confuso che pian piano comincia a trovare ordine, trasformando l’informazione in dato ed il dato in un vasto quadro sempre più logico e sorprendente, apparentemente scontato ma indefinito, come un’immagine dietro un vetro appannato che un semplice e rapido passaggio di mano aiuta a mettere a fuoco.
Mentre scrivo questo articolo ho già visionato 1150 metri di carote, circa 1000 campioni, in 154 dei quali ci sono nannofossili. Bloccati tra due sottili vetrini da microscopio sono stati scoperti in sedimenti deposti oltre 1 milione d’anni fa, sotto il ghiaccio e l’oceano, nel fondo marino, come inclusi nell’epidermide della Terra, in attesa che un sottile ago venisse calato dall’alto per prelevarli e portarli in superficie. Sono microscopiche briciole di calcite, frammenti di altrettanto microscopiche sfere che 1 milione di anni fa galleggiavano vive nella parte superficiale del mare. Appunto, galleggiavano nel mare e proliferavano alla luce del sole, in un mare freddo ma libero dai ghiacci che oggi invece si presenta come un’infinita solida e fredda distesa bianca.
Un milione di anni fa, quando lo strato contenente i nannofossili si formò, il clima era più caldo dell’attuale e l’assenza di ghiaccio superficiale rendeva le acque del Mare di Ross libere e soleggiate. Al loro interno, oltre alle centinaia di migliaia di specie viventi di vertebrati ed invertebrati, proliferavano minuscole ed apparentemente insignificanti cellule vegetali rivestite di carbonato di calcio, che una volta morte si sono depositate sul fondo dove sono state sepolte per poter attraversare il tempo e raccontare tutto quanto vissuto a chi le avesse ritrovate.
“Interglaciale numero 31” lo chiamano gli esperti, un periodo caldo già riscontrato in altre perforazioni, ma mai creduto tanto caldo da far collassare il ghiaccio del Mare di Ross. Dai primi dati emersi giorni fa, qualcuno cominciava a sospettare dell’accaduto ed il ritrovamento di questi fossili rappresenta una prova in più di quanto successo. In molti altri strati sottostanti il “livello 31” i nannofossili sono presenti, confermando con dati forniti da altre discipline che le fasi di scioglimento e riformazione dei ghiacci si sono ripetute ciclicamente molte volte, caratterizzando la storia climatica “recente” del nostro pianeta. Il gruppo si è mostrato entusiasta perché la scoperta dei fossili calcarei ha portato conferme alle loro ipotesi. Alcuni hanno chiesto la presentazione dei dati per poter condividere osservazioni o valutare obiezioni. Nei giorni successivi, l’esposizione è stata accolta con entusiasmo ed approvazione.
Nella stanza centrare del Crary Lab, dove sono collocati i laboratori per la ricerca di ANDRILL, è stato appeso un pannello sul quale sono stampati i primi dati sedimentologici, magnetostratigrafici e paleontologici. Questo poster mostra l’evoluzione dei risultati, il quadro geologico del pozzo, prodotto da ogni ricercatore che studia, scopre, trova o semplicemente osserva. Ognuno può interagire istantaneamente, integrando il pannello con dati propri e contribuendo alle sequenziali evoluzioni. Passando di fronte al quadro ogni mattino è possibile vedere i progressi, comprendere i passi avanti compiuti durante il giorno e la notte, fare osservazioni e trarre conclusioni, a volte sfacciatamente azzardate e talvolta timidamente corrette. Lo scopo di questo metodo è quello di mettere il team nelle condizioni di discutere di fronte a informazioni relative a tutte le discipline.
Prima di partire speravo di poter provare un’esperienza di ricerca vera, in cui ogni aspetto potesse rappresentare motivo d’apprendimento, ma mai mi sarei immaginato di poter esser chiamato in causa per produrre risultati così seriamente considerati.
All’inizio dell’esperienza in Antartide la mia attenzione era rivolta ad osservazioni naturalistiche ed ambientali, ma col procedere dei lavori la concentrazione si è spostata sul vero ed unico obiettivo inizialmente prefissato: contribuire all’aumento delle conoscenze sui cambiamenti climatici.
Dopo tutto questo tempo e gli innumerevoli tentativi di comunicare quanto più possibile circa questa esperienza, credo sia ancora difficile per il lettore intuire quanto sia stato fatto nel progetto ANDRILL. In un certo senso è ancora difficile anche per me realizzare concretamente la possibilità di arrivare in pochi giorni di viaggio nel luogo più difficile ed inospitale del pianeta, perforare 90 metri di ghiaccio, attraversare 900 metri di oceano, penetrare nel fondo marino per 1200 metri, estrarre oltre 1 chilometro di cilindri di roccia all’interno dei quali ricercare fossili calcarei delle dimensioni di 0,005 mm, le cui presenze possono rivelare informazioni sulla temperatura dell’acqua marina superficiale di oltre 1.000.000 di anni fa... Nei prossimi anni si sentirà certamente parlare di ANDRILL come del progetto guida per le ricerche scientifiche antartiche e ad esso faranno riferimento nuovi altri importanti studi internazionali. In attesa di ulteriori scoperte si dovrebbe comunque far tesoro delle informazioni acquisite, cominciando a porre rimedio ad una situazione che, sulla base di prove certe, porterà il pianeta verso catastrofici cambiamenti ambientali.

martedì 19 dicembre 2006

LE CRESTE DI PRESSIONE


Pressure ridges o tradotto creste di pressione, così vengono chiamate le lastre di ghiaccio verticali derivate dalla frattura per pressione del ghiaccio marino. Il ghiaccio continentale, generato sulle montagne transantartiche, scende con lunghe lingue fino al mare dove diventa un tutt’uno con la banchisa. La perenne alimentazione dei ghiacciai e la continua trazione dovuta alla forza di gravità, mantengono questi ghiacci in continuo movimento. Come un fluido altamente viscoso, anche il ghiaccio, lentamente ed in modo impercettibile all’occhio umano si sposta generando nei punti di contatto con le rocce delle fratture con l’innalzamento di porzioni di ghiaccio. Queste lastre poi in balia di cambiamenti di temperatura e soprattutto dell’azione del vento, qui continuo e fortissimo, generano meravigliose sculture naturali di colore turchese, talmente belle da attirare l’attenzione del più disattento osservatore. Le aree dove si manifesta questo fenomeno sono piuttosto pericolose, le fratture spesso vengono mascherate da neve fresca, da ghiaccio inconsistente o nascoste da ponti di ghiaccio molto fragili. All’interno di queste aree sono comuni crepacci dai quali risale acqua marina e con essa numerose foche che trovando una via per la superficie riemergono per respirare e per crogiolarsi al sole. Visitare queste aree è concesso soltanto con l’accompagnamento di una guida esperta, che conosca le caratteristiche del ghiaccio e ne comprenda pericoli e segreti. Ho visitato l’area delle pressure ridges proprio ieri, all’una di notte, sotto un flebile sole parzialmente oscurato da nubi che scendevano grigie dal continente. Il freddo era pungente, tanto da fare dubitare fino all’ultimo istante sulla fattibilità o meno della visita. Siamo partiti in una decina, ben attrezzati e vogliosi di provare una simile esperienza. L’area in questione si trova proprio di fronte a Scott Base, la base neozelandese che per l’occasione viene sfruttata come punto di appoggio per escursioni. Ad attenderci c’è la guida, una signora simpatica, neozelandese, che incontrata per strada mai e poi mai potrebbe far trasparire il lavoro che in realtà svolge. Partiamo, la guida ci illustra le precauzioni da prendere, obbligandoci a mantenere il sentiero tracciato evitando improvvisazioni avventurose. Dopo pochi minuti di cammino lo spettacolo diventa da fiaba, muri azzurri di forma e dimensioni diverse ci accompagnano attraverso canali, strettoie e ponti di ghiaccio, in un intrico riordinato soltanto dall’osservazione saltuaria su punti rialzati. Il ghiaccio assume colorazioni differenti dal bianco all’azzurro intenso passando attraverso varie tonalità di verde e grigio. Esse dipendono dal contenuto d’aria, dalla presenza di alghe diatomee, da minuscoli frammenti di sedimento inglobato ed anche dall’età. Un altro fattore che influisce sulla colorazione è la luce del sole o il riflesso dell’azzurro intenso del cielo. Nelle giornate ventose, come quella di ieri, il cielo è spesso cosparso di nuvole strane, sottili, stratificate, simili ad una rete che avvolge l’ambiente circostante. Le fotografie scattate in queste condizioni trasmettono un senso di prospettiva e di dinamicità infondendo senso di vastità, caratteristica reale dell’ambiente antartico. L’abbassamento di temperatura di questi giorni segue un lungo periodo “caldo” di un paio di settimane, durante il quale la temperatura è risalita fino a -2 gradi centigradi facendo scorgere per la prima volta alcuni rivoli d’acqua. Proprio ieri il vento e le nubi hanno causato un nuovo abbassamento della temperatura di circa 15 gradi centigradi, causando la solidificazione dell’acqua marina presente nei crepacci. Questo effetto ha generato meravigliose lastre di ghiaccio verde nei canali dei crepacci interrompendo passaggi per la risalita delle foche di Weddel. Questa specie, presente in zona, era visibile fino a pochi giorni fa con un numero di circa 10 esemplari che purtroppo non erano presenti durante l’escursione. L’aspetto surreale di questo ambiente è una caratteristica che difficilmente si riesce ad imprigionare in una fotografia. E’ un insieme di sensazioni che va ben oltre l’immagine visiva, nel quale subentrano prepotentemente fattori come il freddo secco, il vago odore di mare, la luce riflessa negli occhi, il sibilo tagliente del vento ed il rumore dei passi sul ghiaccio, un rumore piacevole questo ultimo che si potrebbe assimilare al suono generato calpestando del polistirolo, un rumore sordo generato dalla frantumazione di uno strato superficiale di ghiaccio non compattato, molto asciutto cristallino che fino alla profondità di 8-10 centimetri è composto da una fitta maglia vetrosa molto fragile che si compatta al passaggio del piede. Al di sotto di questo strato superficiale generato dall’azione del vento e dai cambiamenti giornalieri di temperatura il ghiaccio si compatta con l’aumentare della profondità divenendo in breve una durissima lastra solida. A pochi chilometri di distanza è spessa circa 90 metri e su di essa trova solido ma dinamico appoggio l’apparentemente vicina torre di perforazione. “Apparentemente vicina” perché perfettamente distinguibile ad occhio nudo dalla Base di Scott a causa dell’aria completamente priva di umidità, che accentua l’effetto di vicinanza, in realtà la distanza è di circa 10 chilometri. Questo effetto è un dei più caratteristici ed ingannevoli del luogo. Svolgendo alcune escursioni a piedi ci si rende immediatamente conto che le distanze effettive sono ben maggiori rispetto l’apparenza e spesso mete facilmente raggiungibili in realtà sono localizzate oltre le possibilità di resistenza in condizioni di freddo o con carichi di vestiario ed attrezzatura. Solo dopo un po’ di tempo ci si fa l’abitudine mettendo a fuoco con precisione gli obiettivi raggiungibili ed imparando dosare adeguatamente le forze a disposizione. Come spesso accade, anche aspetti apparentemente banali in questo luogo non sono mai scontati, l’accortezza nell’agire o nell’osservare è una regola base per vivere e sopravvivere ma anche per comprendere, capire e soprattutto tutelare questo continente.

venerdì 15 dicembre 2006

LA STORIA INSEGNA


15 dicembre 2006, ANDRILL è nel pieno della sua attività. Fino a qualche mese fa sembrava fantascienza parlarne, oggi è già un concreto successo. Il progetto iniziale prevedeva 1200 metri di perforazione oceanica, un’impresa mai tentata prima d’ora tramite un sistema perforante appoggiato sul ghiaccio. In giro per il mondo ci sono crociere oceanografiche (Ocean Drilling Program) che sfruttano simili strumenti per perforare il fondo oceanico ma nessuna, in nessun caso, utilizza una postazione di perforazione “fissa”, in tutti i casi il sistema di perforazione è mobile, collocato su una nave. Una complicazione sembrerebbe, in realtà è molto più semplice correggere “errori” ed imprecisioni del sistema perforante da un’unità mobile dotata di sistemi computerizzati di stazionamento che da una torre di perforazione appoggiata alla banchisa. Una volta installato il sistema di perforazione nel ghiaccio, esso rimane in balia dell’ ingovernabile movimento di quest’ultimo. Il movimento però si può prevedere, attraverso indagini pluriennali e raccolte di dati satellitari infatti, si può osservare la velocità di spostamento del ghiaccio prevedendo a quale inclinazione massima le aste di perforazione potrebbero continuare a lavorare. Ebbene il ghiaccio marino del Mare di Ross, di fronte alla base neozelandese Scott, dove si trova il sito di ANDRILL, si muove ad una velocità di 50 cm al giorno, verso “nord”, formando delle pieghe di pressione nel ghiaccio simili ad onde marine intrappolate nel tempo, meraviglioso effetto naturale ma fonte di pericolo per il drill site. Il ghiaccio sotto la torre è spesso 90 metri, scriverlo mi riesce difficile, come difficile risulta immaginarlo, ci sono poi 900 metri di oceano con correnti incrociate, queste ultime una sorpresa che ha causato inizialmente una lunga serie di inconvenienti, dalla perdita della videocamera di puntamento alla impossibilità per diversi giorni di stabilizzare il sea riser (tubo che contiene le aste di perforazione) prima del suo ancoraggio al fondo marino. Si prevede che a termine lavori, con una velocità costante del ghiaccio di 50 cm al giorno, il drill site sarà spostato di circa 130 metri dal punto di partenza. Questo spostamento determinerà però un’inclinazione della torre di aste a contatto con oceano e ghiaccio (1000 m) assolutamente trascurabile e sopportabile. Superati gli ostacoli iniziali, 45 giorni fa, il sea riser venne spinto nel fondo marino fino alla profondità di circa circa 20 metri per poi essere cementato. A questo punto iniziò la perforazione, ma le correnti marine innescate da diverse densità dell’acqua e dalle fasi di marea inarcarono i 900 metri di tubo facendo aumentare vistosamente l’attrito tra le aste di perforazione e lo stesso tubo protettivo, compromettendo l’efficienza della struttura. Richiamato urgentemente dalla Nuova Zelanda il progettista dell’impianto e portato letteralmente sul sito, si studiò il problema istruendo la squadra di tecnici sul da farsi dopo aver deciso di controbilanciare l’inarcamento del pozzo mettendo in trazione la torre con una forza pari a diverse tonnellate. I risultati furono immediati, l’attrito scomparve e dopo 45 giorni di perforazione, proprio questa notte, ho sezionato la carota corrispondente a metri 800 di profondità dalla superficie del fondo marino. Metà dell’opera è fatta, in realtà non si sperava di raggiungere la quota preventivata, normalmente le caratteristiche della roccia sorprendono ostacolando le perforazioni, per ora invece tutto sembra andare a gonfie vele. Il lavoro di curator è generalmente considerato pesante e monotono, ma posso assicurare che l’idea di vedere per primo cosa si trova all’interno dei cilindri di roccia estratti a 1800 metri di profondità dal livello del mare, annulla ogni fatica ed esalta la passione per la geologia e la storia del nostro pianeta. Questa notte, al traguardo dei 800 metri (dal fondo marino), gli strati hanno assunto una colorazione blu, il blu intenso del cielo prima di un temporale. Fitte stratificazioni blu e grigie, sottilissime si alternavano in una sequenza apparentemente incomprensibile ma minuziosamente conservata. La sensazione per chi riesce a leggere il linguaggio delle rocce è quella di esplorare mondi scomparsi, di leggere documenti sconosciuti, di ritrovare antiche memorie sepolte, come sfogliare un libro antico senza indice ne copertina dove ogni giro di pagina è una sorpresa che può svelare antichi segreti. Nell’intervallo di strati indagato, si sono intervallati diversi tipi di rocce ognuno dei quali è costituito da particolari composizioni mineralogiche e presenta caratteristiche che consentono di individuare l’agente o l’evento responsabile della formazione. Il procedimento che si esegue per le analisi dei sedimenti di ANDRILL è molto semplice, si inizia con l’estrazione delle rocce, l’individuazione del tipo di roccia, l’individuazione delle sequenze di rocce o degli strati, la determinazione degli eventi che le hanno generate e i legami che questi eventi o fattori hanno avuto con l’ambiente, con la temperatura del mare, con la formazione delle correnti oceaniche, con la composizione atmosferica. Si parte dalla fine per comprendere che cosa era l’inizio. Come in un’indagine si inizia dall’analisi della scena del delitto per ricavare movente e colpevole, nell’indagine geologica si parte dallo strato per capirne come, quando e soprattutto perché questo si è formato. La comprensione del passato è vista come chiave essenziale per prevedere futuro. E’ in atto ormai da molti anni sul nostro pianeta un riscaldamento che sta pregiudicando l’esistenza di numerose forme di vita. In passato simili periodi si sono già succeduti causando l’estinzione di numerose specie. Per nostra fortuna l’uomo in quei periodi di tempo non era ancora comparso e questo non ci consente di sapere quali effetti un simile evento potrebbe causare sulla nostra specie. Inoltre, per la prima volta, questo evento naturale è causato dall’attività di una specie vivente, l’uomo, l’unica in grado di alterare gli equilibri naturali del pianeta. A tal proposito, anche in questo caso, come in molti altri casi scientifici, la comunità internazionale è dibattuta ma la maggior parte degli scienziati è concorde nel ritenere la teoria del “Global warming” o riscaldamento globale, molto attendibile. Le prove in favore sono moltissime, per citarne alcune basta ricordare il tasso di crescita della CO2 registrato nelle bolle d’aria imprigionate nelle carote di ghiaccio (progetto EPICA) o le tracce di inquinanti presenti nel ghiaccio a partire da un livello corrispondente al periodo di tempo della rivoluzione industriale o il buco nell’ozono, o come sta scoprendo ANDRILL la presenza di resti fossili di organismi vegetali tipici di mare aperto e di acque più calde dell’attuale, in sedimenti posti oggi sotto una copertura glaciale. Conoscere il futuro potrebbe significare stimare gli effetti di un processo che a parer di molti è ancora reversibile. Per questo ANDRILL è nato e per questo stiamo tentando di viaggiare nel passato, perché siamo convinti sia l’unica strada per comprendere il futuro. Del resto da sempre si dice…la storia insegna.

domenica 10 dicembre 2006


Descrivere il freddo antartico non è per nulla facile e scontato. Asciutto, tagliente, a volte doloroso e pungente altre volte artistico e affascinante, credo che questa immagine ne rappresenti un estratto sufficientemente realistico...

venerdì 8 dicembre 2006


Dietro a un miraggio c'è sempre un miraggio da considerare, come del resto alla fine di un viaggio c'è sempre un viaggio da ricominciare. F. D. G.

giovedì 7 dicembre 2006

SULLE ORME DEI PRIMI ESPLORATORI

Mc Murdo 22-11-06

E venne l’ora di un meritato riposo. Finalmente, dopo molti giorni di turni ininterrotti, di perforazione continua, di preparazione ed analisi dei campioni, il primo obiettivo è raggiunto.
Il lavoro del drill site è scandito da intervalli di profondità. Il progetto iniziale prevede l’interruzione dei lavori e l’aggiunta di nuovi tubi di perforazione a profondità definite, ed il secondo traguardo di profondità è finalmente stato raggiunto. Da questo momento in poi le carote avranno un diametro inferiore (45mm) fino alla profondità massima raggiungibile di 1200 metri.
Per la manutenzione dell’impianto e l’ingresso dei nuovi tubi sono necessari almeno 3 giorni, durante i quali verrà provata e messa a punto l’intera struttura.
In questi giorni di sosta sono state organizzate escursioni turistico-naturalistiche, notturne e diurne per non costringere il personale ormai abituato ai turni, a nuovi estenuanti cambi d’orario.
Per i Night shift, cioè il gruppo del personale del turno di notte, l’escursione è programmata per le 22.00, il ritorno previsto entro le 6.00 del mattino. Partiamo con i Pistel Bully, cingolati lenti ma molto potenti che possono trasportare fino a 8 persone e sono dotati di un’ampia superficie di appoggio per viaggiare sul ghiaccio spesso solo pochi metri. Andiamo a visitare le capanne di Scott e Shackleton, i rifugi che i due esploratori ed i loro compagni di viaggio costruirono ed utilizzarono come base per le ricerche scientifiche nei primi anni del 1900. Il viaggio è lungo, ma se paragonato ai racconti di viaggio dei due esploratori è un lussuoso e comodo tragitto. L’ambiente è surreale, un’infinita distesa bianca ai piedi del monte Erebus, il più grande vulcano attivo del continente. Ogni tanto emergono dal ghiaccio colline e scogli di roccia nera ricchissima di cristalli meravigliosi di anortite che la rendono caratteristica e tagliente come rasoi. Il contrasto tra il nero della lava ed il bianco azzurro del ghiaccio è d’incanto. Sporadiche in lontananza s’intravedono alcune foche e qualche skua, per il resto, nessuna altra forma di vita, solo un infinito deserto bianco surrealmente privo d’acqua.
Dopo circa due ore di viaggio arriviamo al primo rifugio, quello che Scott ed i suoi compagni di spedizione costruirono e utilizzarono nel 1911. Una capanna in legno, ben conservata con annessa stalla per i cavalli e con tutti gli oggetti originali assolutamente in ordine, vestiti, derrate alimentari, strumenti di costruzione, di studio e di sopravvivenza, una vera emozione. Gli Stati Uniti hanno deciso di conservare questi monumenti storici a scopo didattico e divulgativo, impiegandoli come itinerari turistici per il personale della base. La discesa per la visita del rifugio è difficile. Il vento fortissimo in grado di trasportare frammenti di roccia e ghiaccio, non consente una marcia agevole costringendo a spostamenti accorti col corpo inclinato in avanti e con piedi ben saldi sul ghiaccio. Ci sono circa 25 gradi sotto lo zero ma le maschere protettive, il vestiario e l’abitudine ormai acquisita al freddo, hanno reso il passaggio assolutamente privo di sofferenze. Siamo rimasti per circa un’ora in visita al sito per poi ripartire alla volta del secondo rifugio, il più antico e da parte mia anche il più atteso perché collocato tra le montagne di fronte ad una pinguinaia, una colonia di Pinguini di Adelia di circa 500-800 esemplari. Lo spostamento tra il primo rifugio ed il secondo ha costeggiato il monte Erebus ed in particolare il fronte del ghiacciaio Barnes, un immenso cono bianco che partendo dalla cima del vulcano si appoggia sulla banchisa con una parete verticale azzurra come il mare, alta da 30 a 50 metri. Lo spettacolo è da togliere il fiato, un immenso muro azzurro, frastagliato, con qualche foca alla base ed un vulcano enorme alle spalle. L’effetto che induce è di contemplazione, di prostrazione verso tanta potenza e bellezza. Ho osservato lo scenario tra il silenzio del gruppo ed il sibilo del vento, scattando solo qualche immagine senza riuscir ad immaginare nulla di più bello al mondo.
Raggiunto il rifugio di Shackleton (1907), una piccola e spartana capanna in legno collocata in cima ad una collina vulcanica, all’interno di un anfiteatro riparato dal vento l’attenzione viene immediatamente richiamata da un vociare confuso percepito a malapena a causa del sibilo del vento. E’ una colonia di pinguini perennemente infastidita da alcuni opportunisti skua, uccelli scuri, simili a gabbiani che si nutrono di carcasse e di pulcini di pinguino appunto.
La pinguinaia è attualmente oggetto di studio di alcuni biologi accampati in un campo posto nelle vicinanze, pertanto avvicinarsi oltre un certo limite è vietato. Per cogliere qualche immagine ravvicinata degli esemplari ho aggirato la colonia avvicinandomi il più possibile di lato. Lo spettacolo è stato entusiasmante, centinaia di piccoli animali in cova sui loro nidi di pietre per nulla intimoriti dall’uomo, hanno focalizzato l’attenzione fotografica diventando oggetto di numerosi scatti. Non conosco queste specie, non conosco il loro comportamento e le loro abitudini, pertanto ogni incontro è per me un’esplorazione che ben si allontana dalle pur utili informazioni che si possono trovare su guide o manuali. Mi distacco dal gruppo di colleghi al seguito per osservare la colonia da un altro punto di vista quando dopo pochi minuti d’osservazione un esemplare si incammina solitario fuori dal perimetro protetto permettendomi di avvicinarlo per ritrarlo.
L’emozione in questi momenti è molto forte, ci si trova ad interagire con la natura, in un ambiente sconosciuto, faticando a rimanere spettatore passivo. Le fotografie ottenute, senza arrecare disturbo all’animale, sono una splendida ricompensa per la faticosa giornata al freddo.
La visita al rifugio ha rivelato molti aspetti curiosi della vita di allora, degli studi e delle esplorazioni che si stavano compiendo. Nella capanna sono ancora visibili le collezioni di rocce raccolte per l’esplorazione geologica ed alcuni pinguini mummificati. Gli esploratori, infatti, scoprirono nei pinguini un ottimo strumento di raccolta di dati geologici. I pinguini, come altri uccelli, ingeriscono rocce per la masticazione gastrica del cibo. Spostandosi in diverse aree essi raccolgono una grande varierà di piccoli frammenti di roccia che nel loro stomaco si consumano gradualmente prendendo il nome di gastroliti. Cacciando alcuni esemplari di pinguino Shackleton ed i suoi compagni di spedizione scoprirono numerosi tipi di rocce che vennero poi ricercate più approfonditamente nella regione.
Gli studi scientifici attuali sono soltanto lontani parenti delle pionieristiche esplorazioni scientifiche antartiche, ma è grazie ad esse se oggi in continente esistono basi logistiche d’appoggio e mezzi per raggiungere traguardi scientifici allora inimmaginabili. Lo studio dei pinguini di Shackleton è un curioso esempio dell’ingegno umano nel raggiungere risultati in un ambiente così ostico ed inospitale, una delle tante curiosità che si sommano all’infinita vastità di insegnamenti che possono trarre da questo luogo, un arricchimento culturale e scientifico del quale mi farò sicuramente vettore in alcuni incontri pubblici una volta ritornato in museo.

venerdì 1 dicembre 2006

MC MURDO STATION

28 novembre 2006, McMurdo Antarctica

E’ trascorso ormai più di un mese dall’inizio della missione on-ice. Essendo la mia prima esperienza operativa in un progetto di ricerca tanto importante ed ambizioso decisi inizialmente di documentare con annotazioni, fotografie e documenti qualsiasi aspetto caratteristico. Credo sia la prima volta che in un progetto scientifico si investa una così considerevole somma economica per la comunicazione e i media. Gli staff scientifici sono permanentemente affiancati da un gruppo di insegnanti col ruolo di apprendere e di trasformare la loro esperienza in divulgazione scientifica, si sviluppano siti internet, si raccolgono immagini, si producono documentari filmati, articoli per giornali, guide divulgative, comunicati radio e televisivi. E’ attesa la visita in base della CNN e si è appena conclusa la visita di una rete televisiva italiana. Pochi giorni fa abbiamo ricevuto la visita del ministro della ricerca Neozelandese ed è appena stata pubblicata una lettera informativa sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale “Nature”. Soltanto questo dovrebbe far comprendere quali interessi economici e scientifici gravitano intorno al progetto di cui l’Italia risulta consistente finanziatore. La somma investita complessivamente dal consorzio ANDRILL è da capogiro, 30.000.000 di dollari americani suddivisi in percentuali di finanziamento corrispondenti a 50% da parte degli Stati Uniti, 25% Nuova Zelanda, 18% Italia, 7% Germania. Dopo oltre 45 giorni di permanenza, se non fosse per le meraviglie naturalistiche che ci circondano, per il sole che ruota perennemente lungo l’orizzonte, per la notte che manca da ormai troppo tempo, per gli animali incredibilmente strani e diversi, sembrerebbe di stare in un campus americano o in un centro comunicazioni dei più tecnologicamente avanzati d’Europa. Mc Murdo è ormai una modernissima realtà affacciata sul Mare di Ross e rappresenta il meglio dal punto di vista delle tecnologie applicate a basi logistiche sul continente. Alle sue spalle, su una collina vulcanica, svetta una sfera enorme, un antenna satellitare per telecomunicazioni, il più meridionale del nostro pianeta. Oltre questo punto le comunicazioni non servono in quanto le uniche persone presenti sono dislocate in poche e piccole basi perennemente in contatto via radio. Se leggete queste righe è perché grazie ad un piccolo computer portatile sono connesso senza l’ausilio di alcun filo ad internet, riuscendo a comunicare in via diretta o in leggera differita con chiunque nel mondo. La base americana, è stata costruita intorno ai primi anni cinquanta, e da allora è andata incontro ad una rapida evoluzione che le ha conferito un aspetto più simile ad un paese che ad un rifugio logistico. Si trovano in base un ospedale, una chiesa, una caserma di pompieri, centraline metereologiche, un aeroporto, piccole serre per la coltivazione di verdure, dormitori per il personale, officine per gli automezzi, una enorme sala mensa, uno shop, un barbiere, una sala computer, e una biblioteca. Scopo della base è servire da supporto logistico per spedizioni scientifiche, pertanto essa è fornita di modernissimi laboratori per la ricerca Di questa base hanno usufruito i migliori ricercatori al mondo interessati di studi antartici e ad essa fanno riferimento tutti i più grandi progetti scientifici polari del dopoguerra. I laboratori di ANDRILL sono collocati in una struttura polivalente che viene allestita tecnicamente in relazione ad ogni singolo nuovo progetto. In questo caso, il piano inferiore dell’edificio del Crary Lab, così si chiama la struttura, rimarrà allestito per almeno due anni ospitando i laboratori nei quali si effettuano gli studi delle discipline geologiche coinvolte. In aggiunta sono stati allestiti laboratori temporanei esterni con lo scopo di ospitare attrezzature di difficile collocazione logistica o che riguardano analisi da effettuarsi non appena il campione viene estratto. Impressionante risulta l’organizzazione della base: compiti suddivisi, personale qualificato per ogni ruolo, attrezzature disponibili, tempistiche rapide, insomma una struttura creata per favorire l’unico vero obiettivo dell’uomo sul continente, la ricerca scientifica. Il funzionamento energetico della base è affidato a generatori a carburante, e soltanto alcune centraline meteorologiche o sismiche operanti fuori dalla base sono alimentate eolicamente. Purtroppo qui esiste il paradosso che pur essendoci vento in abbondanza questo spesso è talmente forte e violento da distruggere facilmente le attrezzature, piegando le pale dei generatori o addirittura sradicandoli e portandoseli via. Anche il sole, che in estate non tramonta mai, scompare a fine stagione, lasciando il continente al buio per circa 8 lunghi mesi. Il rifornimento energetico avviene mediante una nave cisterna che attracca direttamente in base durante la stagione estiva quando il ghiaccio marino stagionale si frantuma per riversare, negli enormi serbatoi che circondano l’abitato, il carburante essenziale per il resto dell’anno. I collegamenti logistici avvengono preferenzialmente con la Nuova Zelanda tramite ponti aerei, C130 per le merci, C 141 per i passeggeri e le merci. Piccoli spostamenti di poche ore di volo sono garantiti da piccoli aerei passeggeri muniti di sci per l’atterraggio sul ghiaccio o da elicotteri sempre attivi e collocati ai piedi della montagna sulla quale è situata la base, proprio di fronte al Crary Lab. Una caratteristica molto evidente che rende questo luogo fuori dal comune è la ricerca spasmodica di sicurezza. Ogni edificio, luogo, strada, automezzo, azione è regolamentato minuziosamente mediante corsi da effettuarsi nel primo periodo di soggiorno nella base e da pannelli informativi apposti ovunque. Esistono istruzioni perfino sulle migliori modalità per lavarsi le mani. L’aspetto igienico sanitario è forse il più curato; in un luogo così freddo, secco e remoto, generalmente non sopravvivono batteri e questo aspetto determina nelle persone che affrontano prolungati soggiorni, abbassamenti delle difese immunitarie. Il nuovo ingresso di personale o la non curanza nei confronti di particolari normative igieniche può portare ad infezioni difficilmente controllabili. La forte prevenzione sanitaria effettuata prima della partenza per la base su ogni individuo, previene comunque la maggior parte dei problemi sanitari. La vita della base è attiva 24 ore su 24, si alterna infatti in turni distinti personale in quasi tutti i ruoli, compresa la ricerca. Ogni settore dipende direttamente da un altro, rendendo la cooperazione un aspetto essenziale per la buona riuscita di ogni operazione. Un aspetto coordinato da regolamenti ma facilmente riscontrabile anche fuori da essi in base. Sentimenti di fratellanza, di accoglienza e di pace che persone di ogni nazionalità riversano generosamente verso chiunque abbia a che fare con loro, come una comunità che si sente isolata in un luogo sperduto, certa che condivisione e aiuto reciproco siano i beni primari per vivere e per sopravvivere.

“LA FATA MORGANA”


30 Ottobre 2006 Mc Murdo, Antarctica

Il continente più secco e ventoso del pianeta. Sembrerebbe una fandonia vista l’enorme quantità d’acqua imprigionata nei suoi ghiacci. In realtà le basse temperature non consentono la presenza di acqua liquida.
La superficie perennemente bianca e l’assenza d’umidità atmosferica giocano un ruolo chiave nella diffusione della luce. In questo luogo aspetti apparentemente reali spesso sono in realtà visioni o miraggi.
La base McMurdo è localizzata sulla costa dell’Isola di Ross affacciata al continente, nella direzione della Catena Transantartica. Oltre le montagne, di fronte alla base, c’è il Polo Sud.
Osservando le montagne, in particolare nelle giornate assolate e prive di vento, è possibile scorgere una frastagliata catena di colline che s’interpone tra il mare e le vette più alte.
Ho passato giorni a fotografare e disegnare quei rilievi, fino al momento in cui le nuvole hanno coperto il cielo di un lieve velo grigiastro bloccando i raggi solari e facendo magicamente scomparire le colline. Non coperte dalle nubi, che comunque erano alte e consentivano una buona visibilità, ma sparite nel nulla, come riassorbite dal suolo di ghiaccio che stava al loro posto. Si trattava di un miraggio.
“La fata morgana”, o miraggio superiore, è il termine generico per definire l’illusione ottica generata dall'incurvamento dei raggi luminosi quando attraversano strati d'aria non omogenei. In questo caso gli intensi raggi solari sono responsabili del riscaldamento di strati d’aria a media altezza, che caratterizzano una massa più calda a contatto con lo strato d’aria freddo aderente al ghiaccio. Il risultato è un’immagine riflessa e distorta degli oggetti al suolo proiettati verso il cielo. Questo fenomeno ha portato al riflesso della catena montuosa retrostante la banchisa, facendo comparire una catena di colline frastagliate collocate anteriormente alle montagne. In realtà queste colline altro non erano che una “fata morgana” generata dalle diverse densità dell’aria. Le colline sembravano più alte durante le giornate fortemente illuminate dal sole e meno alte durante le giornate poco assolate. Una osservazione resa possibile soltanto dopo aver assodato che trattavasi di un miraggio.
Non un fatto isolato, ma un fenomeno molto comune in questo luogo, in particolare sulle distese pianeggianti di ghiaccio marino.
Questa notte, alle 4.00 del mattino, viaggiavo con un collega in direzione del drill site, ormai comunemente chiamato Moby dick per la vaga somiglianza con l’enorme pinna bianca della famosa balena che, emergendo per respirare, rimase incastonata nella superficie solida del mare.
Scendiamo dalla costa rocciosa ed il ghiaccio marino, normalmente pianeggiante, assume una forma ondulata, con creste o onde di pressione, generate dalla spinta delle correnti sul ghiaccio contro la costa. La compressione della banchisa genera lentamente queste pieghe azzurre, degne del miglior paesaggio fantastico.
Passate le “onde” ci troviamo di fronte lo sterminato Mare di Ross, un’infinita distesa bianca e riflettente, disturbata in lontananza soltanto dalla torre del drilling. Ci spostiamo in quella direzione e dopo poche centinaia di metri, proprio dinnanzi a noi, questa scompare, come sprofondata nel ghiaccio, come se un muro improvvisamente si fosse alzato dal mare solido interponendosi tra noi e la nostra meta. So per certo che non troverò mai le parole giuste per descrivere questi momenti, attimi in bilico tra fantasia e realtà, dove la consuetudine non esiste e le sorprese sono dietro ogni angolo.
Ancora un miraggio, ma non la torre, questa esiste davvero, anche se in realtà non è un pozzo ma una macchina del tempo che ci sta riportando nell’Antartide di milioni di anni fa, cioè nel periodo in cui il ghiaccio si stava per formare, o ancor prima quando foreste verdi e lussureggianti ne ricoprivano interamente la superficie. Il miraggio è il muro bianco: l’immagine della banchisa viene riflessa nel cielo formando un tutt’uno, nascondendo l’orizzonte e impedendoci di vedere la meta.
Ho già sostenuto questo viaggio diverse volte e mai mi è sembrato monotono, credo che in questo luogo la monotonia non esista: a chi ama osservare basta una diversa posizione del sole, il cielo coperto o sgombro dalle nubi, il vento o il ghiaccio che si solleva per scoprire una nuova realtà, quella fatta di viaggi nel tempo, di balene bianche, di mari di ghiaccio e di luce abbagliante. Quella realtà che si può trovare in Antartide o viaggiando con la fantasia.

CRONACA DI UNA NOTTE ANTARTICA…


12-11-06 Mc Murdo Antarctica

Domenica 12 novembre, ore 22.00. La nottata, più assolata che mai, inizia con la chiamata del capo Curator. All’altro capo del telefono il responsabile del sito di perforazione conferma: durante la giornata sono stati estratti 11 metri di carota, urge ritiro immediato dei campioni per presentarli sommariamente il mattino successivo ai ricercatori che potranno decidere dove collocare la loro campionatura.
Si parte. Richiesta alla sala operativa del mezzo cingolato e poi direzione Scott Base, punto di transito per raggiungere la torre di perforazione. Ci impieghiamo circa 40 minuti ad arrivare, e preventivati altri 40 minuti per il ritorno ed una sosta di altri 30 per caricare le carote e ricevere informazioni necessarie su profondità, intervalli mancanti o osservazioni generiche, chiediamo alla sala operativa il permesso di lasciare la terraferma e di inoltrarci sulla banchisa, stimando il tempo di ritorno che, in caso di ritardo, farebbe scattare le ricerche o eventualmente i soccorsi.
Di ritorno alla base, si contattano i laboratori dove il primo gruppo di ricercatori, i sedimentologi, attende impaziente di effettuare le prime analisi, ma le carote prima di essere sottomesse al loro giudizio, devono essere adeguatamente preparate. Scarichiamo le due casse di alluminio, anche il materiale del contenitore è importante per non alterare le proprietà magnetiche dei sedimenti, presso il laboratorio di preparazione dove temporaneamente vengono stoccate in cella frigorifera ad atmosfera controllata. Buio, Temperatura di 2-3°C, umidità intorno al 20% sono le condizioni indispensabili per conservare i sedimenti senza alterarne le proprietà. Sembrerebbe ridicolo, ma entrare nella cella frigorifera dopo qualche ora fuori produce sollievo, la temperatura esterna è infatti di 20 gradi più bassa.
Si ritorna nei laboratori esterni, nel primo verranno effettuati il taglio e la preparazione delle carote, nel secondo la scansione fotografica e l’indagine spettrometrica.
Io mi occupo della preparazione. Osservata l’orientazione della carota e preparati i talloncini con codice e profondità, si passa al taglio longitudinale. La carota è generalmente suddivisa in sezioni di 1 metro ciascuna che devono essere tagliate longitudinalmente. La metà con la dicitura “Working” è destinata alle analisi, la seconda, l’archivio, è invece destinata all’analisi spettrometrica, non invasiva, e poi alla conservazione in magazzino. Solo la perdita del primo campione può giustificare l’utilizzo della seconda metà. Il taglio, effettuato con una lama diamantata, deve essere compiuto in linea mediana a bassa velocità per impiegare poca acqua di raffreddamento che potrebbe contaminare il campione. Compiuto il taglio, la sezione viene aperta su un apposito supporto, quindi inizia la preparazione vera e propria. Mediante pennello, spatole e getto d’acqua distillata si effettua un consolidamento delle parti più fragili, un recupero del sedimento caduto ed una asportazione del fango generato dal taglio e che ricopre la superficie delle carota. Quest’ultima operazione consentirà allo scanner di raccogliere un’immagine fedele del sedimento ed ai ricercatori di osservarne il contenuto traendone le dovute considerazioni.
A preparazione ultimata la carota viene ricoperta con un film di plastica trasparente per evitare inquinamenti e perdita di acqua, quindi portata nel laboratorio di scansione e microanalisi. Qui la scansione avviene con uno scanner specifico, munito di laser e fotocamera digitale ad altissima risoluzione (1 cm viene ingrandito a 50 volte). Le fotografie sono poi strasmesse automaticamente al laboratorio centrale, dove, proiettate su maxischermi, sono a disposizione dei ricercatori che vogliono osservarle.
Finita la scansione si passa all’analisi spettrometrica che fornisce un quadro completo degli elementi chimici presenti nel sedimento in relazione alle profondità.
Terminata questa fase, il Curator preleva la carota e la portarta al gruppo dei sedimentologi, al quale compete la prima descrizione. Tutto questo si svolge nella notte, ed ha come risultato una dettagliata descrizione del campione, da rendere pubblica al gruppo di ricerca la mattina successiva durante il meeting giornaliero delle 10.00. Capita spesso che durante lo studio sedimentologico vengano individuati strati carbonatici che potrebbero contenere nannofossili, pertanto essendo l’unico specialista in materia capita di venir richiamato al microscopio per qualche verifica. Studiata la descrizione i ricercatori decidono quali sedimenti e quali intervalli risultano più interessanti, inoltrando ai Curator la loro richiesta di campionatura. Questi ultimi quindi procedono distribuendo i campioni richiesti attendendo poi come tutti gli altri i risultati in vista di un’altra notte ed un altro viaggio nel tempo geologico.
Dopo i primi tentativi ed i numerosi problemi occorsi, ANDRILL ha cominciato a pieno ritmo a fornire campioni e risultati preliminari. Dopo numerose carote di sedimento superficiale soffice utili ai microbiologi si è passati alla perforazione vera e propria che finora ha recuperato oltre 100 metri di sequenza sedimentaria. Per rendere l’idea, attualmente il pozzo ha perforato 90 metri di ghiaccio, oltrepassato 900 metri di oceano e penetrato nel fondo marino per oltre 120 metri.
L’aspettativa iniziale sui sedimenti era differente dalla realtà, si auspicava un sedimento più soffice, meno litificato e più ricco di resti di organismi, ci si trova invece in una diamictite, una roccia eterogenea caratteristica di un ambiente glaciale, generata dal trasporto di sedimenti di ogni genere da parte del ghiaccio marino e degli iceberg che, erodendo il fondo marino, staccano e trasportano frammenti di roccia facendoli cadere al fondo.
Da questi primi 100 metri di strati si intravede già un’alternanza nella roccia, che corrisponde ad un’alternanza climatica. La roccia passa nella successione, da massiva e ricca di clasti (ciottoli) più grossolani, a laminata con clasti minuti. Questa alternanza indica la vicinanza del ghiaccio al punto di campionatura nel periodo in cui lo strato si è formato. Quando il ghiaccio era abbondante, quindi vicino (temperature molto basse), i clasti erano grossolani, viceversa, quando il ghiaccio era lontano (temperature più elevate), i clasti erano piccoli e minuti. Questa alternanza di sedimenti è dovuta alla temperatura. Con basse temperature si forma più ghiaccio marino che si sposta con maggiore energia trasportando oggetti anche grossolani, viceversa l’aumento di temperatura scioglie il ghiaccio determinando minore trasporto. Questa alternanza litologia (della roccia) rispecchia un’alternanza climatica occorsa non solo in Antartide, ma su tutto il pianeta.
Anche nella nostra pianura questi eventi sono registrati. Dal Po emergono infatti resti fossili che indicano chiaramente alternanze di clima, faune calde composte da elefanti, rinoceronti, ippopotami, fanno da contrasto a faune fredde composte da alci, orsi, bisonti e mammuth.
Le transizioni climatiche sono le stesse con la differenza che qui in Antartide il segnale è molto forte e preciso perché riconosciuto nelle vicinanze della calotta polare, le cui espansioni o ritiri sono causa dei cambiamenti climatici del nostro pianeta; l’Antartide si comporta come un termostato in grado di regolare la temperatura del globo.
Proprio ieri sono stati individuati nella sequenza sedimentaria alla profondità di 58 metri, alcuni livelli contenenti frammenti di diatomee, alghe silicee unicellulari che hanno permesso di datare le carote a poco meno di 1.000.000 di anni. Datazione e segnale paleoclimatico sono tra i primi obiettivi del progetto che per ora si sta svolgendo nel migliore dei modi, esattamente come dice lo slogan di ANDRILL: “Antarctic drilling to understand global change” cioè perforazione antartica per comprendere il cambiamento climatico globale. Ci stiamo provando ed i risultati cominciano a darci ragione.

INCONTRO..


28-ottobre 2006 McMurdo Antarctica

Sono trascorsi circa 25 giorni dall’arrivo a McMurdo e lo straordinario ambiente che circonda la base assume giorno dopo giorno parvenze di normalità, che mai avrei immaginato dopo aver poggiato i piedi sul ghiaccio. Alcuni imprevisti tecnici occorsi al Drill Site hanno imposto uno stop ai lavori, facendo accantonare per qualche momento l’aspetto lavorativo della missione e rendendo possibile l’utilizzo del tempo libero per soddisfare le curiosità di cui la natura è intensamente intrisa. Durante un’osservazione mediante cannocchiale della banchisa stagionale, cioè del ghiaccio marino destinato a frantumarsi entro breve tempo, ho avvistato una foca poco lontano dalla base. Ero solo, gli altri italiani miei compagni, sicuramente interessati all’evento, erano dispersi per la base e ricercarli avrebbe comportato un’eccessiva perdita di tempo. Una foca sul ghiaccio è cattivo presagio, un sintomo di “cattiva salute” della copertura: indica infatti la presenza nelle vicinanze di fori o crepacci collegati al mare dai quali questi sirenidi possono risalire per respirare e per crogiolarsi al sole. Generalmente ispezioni da parte di addetti alla sicurezza, in particolare per aree vicine alla base e alla pista di atterraggio, individuano queste spaccature, segnalandole visibilmente con bandierine nere per evitare incidenti a mezzi o escursionisti. Cadere in mare può significare, in assenza di soccorsi, shock termico dovuto alla bassa temperatura dell’acqua o la possibilità di finire aggrediti da mammiferi marini come foche leopardo o addirittura orche. In questo caso nessun pericolo era segnalato, inoltre la ridotta distanza dalla base, circa 500 metri, rendeva l’avvicinamento apparentemente privo di pericoli. D’istinto decisi di andare. Indossata l’attrezzatura di sicurezza e preparata la macchina fotografica, ho iniziato la discesa di venti minuti circa per raggiungere il punto in cui l’animale impassibile dormiva al sole. L’emozione si faceva grande passo dopo passo: una situazione del genere, vista soltanto in documentari naturalistici, mai avrei pensato di poterla vivere direttamente. Mi sono avvicinato con circospezione, osservando l’animale e soprattutto la superficie del ghiaccio circostante. Assodata l’assenza di buchi o crepacci, ho deciso di mantenere una distanza di circa 10 metri, non sapendo come avrebbe potuto reagire l’animale alla mia vista, e ho iniziato a scattare fotografie. Procedendo silenzioso l’ho aggirata e istintivamente poi, alla distanza comunque di circa 7 metri mantenuta per evitare una eventuale reazione improvvisa, ho deciso di farmi notare. L’animale stava disteso, impassibile, con gli occhi chiusi, apparentemente privo di interesse nei miei confronti. Col ridursi della distanza tra me e lei (l’attribuzione del sesso è puramente legata al nome femminile) da impassibile è apparsa allarmata, aprendo gli occhi, dilatando le narici ed iniziando a fiutare. Mi sono bloccato istantaneamente, ma la temuta reazione aggressiva non c’è stata. Era una foca di Weddel, una delle tre specie di foche antartiche, la più mansueta. In questo luogo la maggior parte delle specie di uccelli e mammiferi tollerano abbastanza bene la presenza dell’uomo, pertanto vista la mancata reazione, ho deciso di procedere arrecandole comunque il minor disturbo possibile. Giunto a tre metri mi sono fermato, ho appoggiato le ginocchia sul ghiaccio ed ho iniziato ad osservarla, incantato da questo aspetto strano e a mia volta sorpreso di essere osservato. Passato lo stupore e la straordinaria emozione, ho ricominciato a fotografare incurante del freddo e di tutto ciò che mi circondava. Non so in realtà quanto tempo io sia rimasto, sono sicuro comunque di non aver passato più di un’ora fuori dalla base, anche perché a -25 gradi il fisico comincia presto a risentirne, il viso sembra paralizzarsi e le mani iniziano ad avere seri problemi. Per un miglior utilizzo della fotocamera, mi ero tolto i guanti consapevole della vicinanza della base in caso di problemi e soprattutto della possibilità di indossarli appena necessario. Non ho valutato il tempo in cui sono rimasto con le mani scoperte, ma dopo poco le dita hanno iniziato ad indolenzirsi e la macchina fotografica a perdere funzionalità. In realtà erano le dita a non essere più in grado di comandarla. Dopo circa 5 minuti di riprese, il freddo antartico ha avuto la meglio ed a malincuore ho dovuto abbandonare il campo e interrompere l’affascinante incontro, in balia di dolori alle mani passati in seguito al riscaldamento graduale dopo l’arrivo in base. Da parte di una persona inesperta quale sono io, risulta difficile valutare la potenziale pericolosità o sicurezza di simili azioni, anche con un preciso addestramento come quello offerto dal PNRA. La differenza sostanziale tra l’Antartide e gli ambienti alpini sui quali si svolge il corso, sta esattamente nella diversità di temperatura e nel vento, qui assolutamente insopportabile. Ho valutato più volte un modo concreto per definire meglio ad altre persone come si presenta il secco freddo antartico, ma sono arrivato alla conclusione che soltanto una prova diretta possa renderne effettivamente l’idea. Ogni pensiero, ogni dolore, ogni piccola sofferenza sono scomparsi alla visione delle splendide immagini raccolte, una ventina in tutto e alcune delle quali, assolutamente degne di nota per soggetto e colori, immediatamente fatte circolare per i laboratori della base, gravitando l’attenzione di molti. Mediante la diffusione, si è saputo poi che l’animale vagava per il pack da diversi giorni, costringendo qualche giorno prima un C130 ad una sorvolazione di circa 30 minuti prima dell’atterraggio nell’attesa che la pista venisse sgomberata. Per questo motivo nei dintorni del sito di rinvenimento non vi erano spaccature del ghiaccio: l’animale proveniva da qualche km di distanza, da un’area della banchisa posta sull’altro versante della collina vulcanica che protegge la base. Questo incontro entusiasmante rimarrà indelebile per molto tempo, scritto in queste poche righe ed impresso su carta fotografica a testimonianza di un’esperienza che ancora oggi fatico a distinguere dal sogno.

LA TORRE

27 ottobre 2006 Mc Murdo, Antarctica

Ore 9.30 di una giornata cupa dal cielo grigio, i capi riuniscono tutti i membri di ANDRILL per confermate la notizia che già da giorni aleggiava tra i laboratori ancora in allestimento…le prime carote di sedimento sono state estratte, questa sera arriveranno alla base. Dopo molti giorni di incertezza si diffondono entusiasmo ed ottimismo. Il team di curator si prepara a prelevare presso il Drill Site i preziosi campioni. Carota, è un termine generico che indica un cilindro di sedimento più o meno coeso o litificato che viene estratto mediante differenti tecniche da un sito di perforazione. Le prime carote di ANDRILL, sondaggi superficiali del fondo marino, servono per studi biochimici, biologici e sedimentologici. Il team dei Curator è un gruppo di persone che congiungono il lavoro dei logisti, che operano in cantiere (drill site), con quello degli scienziati e dei ricercatori che attendono i campioni nei laboratori. E’ un lavoro di estrema importanza, nel quale anche il più banale errore può essere fortemente amplificato dalle successive analisi stratigrafiche. Ore 22.00: il team si riunisce, siamo in tre io, Matt Olney, inglese di Londra e Matt Curren americano di Talahassee, Florida. Partiamo in missione a prelevare la carota con un pick up enorme, con 4 cingoli al posto delle ruote. Percorriamo la costa fino a Scott Base, la base neozelandese e poi, previa autorizzazione radio scendiamo prudentemente giù dal pendio fino a raggiungere una piatta e infinita distesa bianca: il ghiaccio marino permanente. L’emozione è altissima, l’ambiente surreale, il turno di notte dopo una giornata noiosa d’attesa lo rende paragonabile ad un sogno in cui reale ed irreale si confondono disorientando. Scendiamo, il cielo è grigio, nevica leggermente, sulla banchisa l’unico riferimento orientativo, perse di vista le montagne alle nostre spalle, è l’orizzonte di fronte a noi, una linea pallidamente arancione che divide il grigio chiaro del ghiaccio dal grigio leggermente più scuro del cielo. Uno scenario del genere non ricordo di averlo mai visto, mostrerei lo stesso incantato stupore alla vista di un altro mondo, sembra impossibile si tratti dello stesso pianeta verde, caldo e profumato che vedo ogni giorno galleggiando in kayak sul fiume. Dopo alcune centinaia di metri, soltanto le bandierine strappate dal vento che identificano la strada da percorrere sul ghiaccio permettono di non perdere la giusta direzione. Qui non esistono i punti cardinali, ogni direzione è nord, nemmeno alle stelle ci si può rivolgere per un aiuto, da settimane ormai il sole ha sopraffatto la notte. Di fronte a noi in lontananza un rilievo, un’anomalia dell’orizzonte su uno sfondo arancione diviso tra cielo e ghiaccio da un’impercettibile linea sottile. E’ la torre. Così viene chiamato in gergo il sito di trivellazione, una torre di 30 metri circa, coperta da teli bianchi trattenuti saldamente da tiranti, all’interno della quale una struttura tecnologicamente avanzatissima sostiene aste e pesi per trivellare il fondo dell’oceano. Uno scenario fantascientifico degno dei migliori film, sembra incredibile essere qui, avere la fortuna di poter vivere un’esperienza simile e soprattutto di poterla raccontare, è entusiasmante conoscere persone che ormai da mesi lavorano in questo luogo sperduto tra i ghiacci, in autonomia, lontani da casa, con una preparazione ineccepibile ognuno con caratteristiche proprie generate dalla personalità e dall’isolamento. Non ho mai conosciuto in nessun altro luogo lo stesso spirito d’accoglienza, di condivisione e di felicità manifestato da queste persone nell’incontrare gente assolutamente sconosciuta le cui parole, sorrisi, conforto e soprattutto solidarietà sono preziose come l’oro. Un solo gruppo, come una famiglia, ognuno con i propri sacrifici personali tutti mirati ad un unico nobile obiettivo, prelevare strati di roccia che possono svelare i segreti del passato del nostro pianeta. L’arrivo è rapido, ci fermiamo, non possiamo spegnere il potente automezzo, a – 20° non ripartirebbe più a meno di un contatto con batterie supplementari o generatori. Scendiamo e cerchiamo il responsabile, un ragazzo giovane, spigliato che dirige il cantiere con il piglio di chi la sa lunga e di chi sa farsi rispettare portando rispetto e solidarietà agli altri ragazzi del gruppo. Ci invita a visitare il cantiere, un impianto progettato e realizzato da una ditta specializzata con sede in Nuova Zelanda. Uno sforzo economico fortissimo, un investimento che potrebbe rivelarsi azzardato, ma alle proposte progettuali degli scienziati in gioco, gli stati membri hanno risposto con sostegno economico consistente. Dopo la visita una tazza di caffè caldo del peggiore mai bevuto, ma per un italiano bere caffè all’estero significa tirare i dadi sperando di fare 13…Ci spostiamo in un corridoio separato dalle altre stanze, su uno scaffale isolato una grossa scatola, robusta, di metallo, il responsabile cantiere la apre accuratamente, all’interno il primo risultato di ANDRILL, 150 cm di carota proveniente dal fondo del Mare di Ross. La guardiamo incantati pensando a cosa, questo piccolo preliminare scrigno di strati ci potrà anticipare sulle scoperte future, quali organismi potrebbe contiene, quali rocce la costituiscono, come si è formata, in quali condizioni climatiche si è deposta…Un tesoro infinito di informazioni nelle nostre mani, e la responsabilità di portarla in base, fotografarla, analizzarla ai raggi x, tagliarla in due metà, mettendone una a disposizione degli scienziati e l’altra, la più importante in archivio. Quest’ultima conterrà per sempre i risultati scientifici estratti dalla metà analizzata, sarà conservata gelosamente in una cella frigorifera a Tallahasse all’Antarctic Research, dove già sono custoditi tutti i sondaggi antartici effettuati fino ad ora. Missione compiuta, il turno di notte finisce intorno alle 2.00 del mattino, stanchi e provati dal freddo ma felici, ci dirigiamo compiaciuti verso le nostre stanze per una doccia calda e per il meritato riposo. Il sonno fatica ad arrivare, l’adrenalina è ancora alta ed il pensiero di poter studiare importanti e prestigiosi campioni fa rabbrividire e ripensare alle memorabili grandi scoperte che scienziati e ricercatori in passato hanno vissuto.

OMBRE LUNGHE…

16 Ottobre 2006. Mc Murdo, Antarctica

Ore 18.00 locali, il portellone del C17 della U.S AIR FORCE si apre inondando il buio ventre dell’aeromobile di una luce bianca e intensa, penetrante, che non lascia dubbi sullo scenario che ancora si deve presentare. A bordo, i circa 100 ricercatori, logisti e militari provenienti da diverse parti del mondo, con la propria divisa identificativa di ruolo e nazionalità, si preparano a scendere. Il calore e gli intensi colori della primavera neozelandese sono ormai soltanto un lontano ricordo. Sei ore di volo e tutto è profondamente cambiato, l’Antartide è qualcosa di unico, nessuno scenario mondiale può vagamente assomigliare a tutto questo. E’ il mio turno. Maschera scura contro i raggi UV, tuta tecnica rossa antivento del Programma Nazionale di Ricerca in Antartide, scarponi da -70 gradi, guanti in goretex ad alta tenuta, sembravano un abbigliamento ridicolo alla partenza a causa del clima primaverile della Nuova Zelanda. Ora trentaquattro gradi sotto lo zero, i veterani suggeriscono di coprirci il viso. La prima sensazione è un bagliore accecante che gradualmente si dissolve in una sterminata distesa bianca limitata unicamente all’orizzonte da un cielo azzurro che non sembra reale, reso ancor più inverosimile dalla maschera scura protettiva. Un’onda gelida investe il viso penetrando nei polmoni e raffreddando il corpo dall’interno, una sensazione che per qualche attimo lascia senza fiato. Poca neve, o meglio poche tracce di neve, solo ghiaccio, in realtà ciò che sembra neve è polvere di ghiaccio eroso dal vento. Sì perché l’Antartide è un continente desertico, il più ventoso e secco del pianeta, dove le precipitazioni sono scarsissime, e la poca neve che scende evapora dopo poco tempo oppure è immediatamente trasportata dal vento assieme a frammenti di roccia. Le ombre sono molto lunghe, il sole in questa stagione non tramonta mai, si abbassa e s’innalza sull’orizzonte intorno a noi, allungando le ombre ed accorciandole; è incredibile come cose di poco conto in questo luogo assumano così grande interesse. La discesa è rapida, il tempo di scattare qualche immagine e poi veniamo immediatamente richiamati in direzione di enormi automezzi che ci condurranno alla base. La pista d’atterraggio è collocata a circa un chilometro dalla base, su un braccio di mare ghiacciato di fronte al monte Discovery. I ricercatori italiani con me in Antartide sono cinque, Fabio Florindo, Franco Talarico, Massimo Pompilio, Paola Maffioli e Matteo Cattadori, questo ultimo un insegnante, il primo italiano in Antartide. Partecipiamo in rappresentanza dell’Italia al progetto internazionale ANDRILL, in collaborazione con gli Stati Uniti, la Nuova Zelanda, la Germania e l’Inghilterra per un totale di circa 100 ricercatori tra on-ice e off-ice. Lo scopo del progetto è sommariamente quello di studiare le variazioni del clima negli ultimi 40 milioni di anni. Da molti anni ormai l’Antartide è considerato un laboratorio naturale, i sedimenti marini intorno al continente infatti rappresentano un archivio naturale all’interno del quale sono registrati i principali cambiamenti climatici succedutisi nel passato sul nostro pianeta. E’ con questi intenti che siamo partiti per la missione, con la responsabilità di portare conoscenze nuove su questi problemi, perchè la ricostruzione del passato è la chiave per comprendere meglio eventuali scenari futuri, alla luce anche del riscaldamento globale che sta cambiando il nostro pianeta.