domenica 21 dicembre 2014

DOVE NON VIEN MAI SERA...


...è il romanzo di vita rurale di Gianni Tortini, il Maestro di San Daniele Po.
Leggendo questo libro ci si infanga le scarpe. Si respira il freddo umido della nebbia golenale. Si sentono gli sbuffi delle narici irrorate di sangue bollente dei cavalli da tiro. Si immaginano le schiene piegate e sudate dei contadini con le maniche delle camicie avvolte sopra il gomito. Si sente la “macchina da battere” che non si ferma finché non si ha finito, tra la pula svolazzante e la polvere che intona di seppia le immagini rendendole antica vita rurale indelebile nelle menti degli abitanti della pianura. 
“Il tuo cane non è marrone, è rosso terra di Siena...”. Così mi incuriosì Elvino Montagna mentre mi facevo trascinare da Furia, il setter irlandese compagno di caccia di mio padre. Io troppo piccolo, con le ginocchia perennemente incrostate, conobbi così il “Pittore rurale”, l’uomo capace di dare immagine concreta ai racconti di Tortini.
Mi piaceva disegnare, ma non avevo tempo da perdere per chiedere ai miei genitori di comperarmi dei colori quindi decisi, avendone a disposizione, di disegnare col carboncino. E a due passi da casa mia, sul confine tra il paese e la natura della bassa, avevo anche il maestro ideale. Così, armato di fogli e di matita scura iniziai ad andare a disegnare da Elvino. Adoravo il profumo delle tempere ad olio. La trementina, i quadri che abbondavano in uno studio scuro, dove filtravano raggi di luce dalla finestra con le tende chiare. Ricordo vagamente la stanza, con quadri in ogni dove ed una miriade di cavalli in ogni posizione,  di ogni colore e in ogni contesto. E mi stupivo di quell’accanirsi su di un unico soggetto, infondo non vi erano sittanti animali intorno, in campagna. E così ai dipinti si affiancavano i racconti, di quando “una volta non c’erano le macchine e i trattori. Non c’era la mietitrebbia. Quindi c’erano i cavalli a svolgere il lavoro di fatica, erano loro l’aiuto e la ricchezza del contadino. Erano il fulcro nevralgico della produzione, del lavoro nei campi e nelle cascine, comunità autonome che si rinnovavano per San Martino.
Affascinato da questi racconti disegnavo, soggiogato dalla paziente armonia che Elvino infondeva nelle sue opere. E mi sbalordiva la quiete che infondevano simili scene dipinte: atti di fatica immane capaci una volta impressi su tela di evocare, al meglio, la vita di campagna. Ricordo che guardando i quadri sentivo l’odore del grano. E adoravo vedere la stessa campagna che si rinnovava rapida al cambiare delle stagioni, con i diversi colori, le diverse mansioni, i differenti raccolti o i più disparati lavori. Erano nell’artista, oggi lo comprendo, impressi i ritmi delle stagioni scanditi dai raccolti e dai lavori rurali. Lui che era nato e cresciuto in quell’unico, faticoso mondo.
Scrisse Tortini di Montagna “...e così, attraverso la tua pittura, torna alla memoria anche la vita dei contadini, fatta di povere cose, di fatica e di estrema pazienza: una straordinaria, ostinata resistenza alle offese degli uomini e delle cose...”.
Tortini fu lo scrittore della vita contadina, Montagna il pittore. Egli lascia figurate e indelebili le scene di una campagna “dove non veniva mai sera..”

Elvino Montagna, pittore e Gianni Tortini, scrittore.

Credo che il succo della sua vita pittorica sia interamente racchiuso in un unico quadro, composizione di miniature che rappresentano tutto se stesso e il mondo che ha vissuto.

Miniature di vita rurale (collezione privata)





















venerdì 19 dicembre 2014

IL CRANIO DI STEPHANORHINUS KIRCHBERGENSIS (JAGER, 1939) DI SPINADESCO (CREMONA, LOMBARDIA, ITALIA)

The skull of Stephanorhinus kirchbergensis (Jäger, 1839)
(Mammalia, Rhinocerotidae) from Spinadesco (Cremona, Lombardia, Northern Italy): morphological analyses and taxonomical remarks – An opportunity for revising the three other skulls from the Po Valley. 

Persico D., Billia E.M.E., Ravara S., Sala B.
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S027737911400482X


An extraordinary well-preserved fossil rhinoceros skull was accidentally discovered in June 2013 on the alluvial bar of Spinadesco (Cremona, Northern Italy), on the right bank of the Po river downstream from its confluence with the Adda river on territory of Spinadesco (Fig. 1).
The area, which is well-known for its numerous palaeontological quaternary discoveries, is composed of a long crescent-shaped meander bar (about 3 km), located along the northern side of Isola Serafini, just upstream from the confluence with the Adda river, towards the south-east, where the Po meets an artificial channel that flows into the meander becoming a single channel.
Ever since the seventies large fossils and palaeontological evidence have been discovered on this bar which do not show signs of having been transported by the river probably due to the intense erosion process generated by the natural morphology of the river, the hydrodynamic context generated by the confluence with the Adda river, the current generated by the functioning of the Isola Serafini hydroelectric power station and the possible presence of surface pleistocenic fossiliferous strata. In fact only the third left upper molar (M3) is missing from the skull probably due to a post-mortem trauma.
The fossil studied in this paper is comparable to three rhinoceros skulls discovered in neighbouring areas of the Po plain. They were found in various localities surrounding of the Po plain. The one found close to San Colombano al Lambro (Milano, Lombardia) was described as Rhinoceros Merchianus Etruriae by Caccia (1928) and was later re-documented by Cantaluppi (1969) as Dicerorhinus hemitoechus aretinus. Another one was discovered at Mezzana Rabattone (Pavia, Lombardia) by Anfossi et Cantaluppi (1987) who ascribed it to Dicerorhinus hemitoechus falconeri. The third one was found in the Torrente Stirone (Salsomaggiore, Parma, Emilia Romagna) by Cigala-Fulgosi (1976), assigned to Dicerorhinus hemitoechus intermedius.
As a genus name, Stephanorhinus was first introduced by Kretzoï (1942) in honour of Stephan I, the first King of Hungary. Stephanorhinus – as a still controversial genus in literature – is here in synonymy with Dicerorhinus/Dihoplus.


The taxonomic revision of the skulls from San Colombano al Lambro and from the Torrente Stirone put better in evidence the S. hundsheimensis distribution, a species always neglected in this area throughout the time.
The exceptional status of preservation of the skull from Spinadesco reveals every diagnostic trait for its specific classification, the complete dental series and the presence of some peat residuals that had been found between the folds of the tooth. These vegetal remains are characteristic of the sedimentary facies in which the bone fossilised and they are of the great importance for future palaeoecological investigations.
During the late Middle Pleistocene and Late Pleistocene glacial stages, this area included Veneto, Carso, Istria and Dalmatia due to the fact that the Upper Adriatic had surfaced.
Up to now, the studies on the rhinoceros fossils discovered in this area have been carried out on the three skulls found in the Torrente Stirone (Parma), San Colombano al Lambro (Milano), and Mezzana Rabattone (Pavia). 
In addition to the above-mentioned skulls, other minor skeletal remains have been found along the Po such as two teeth and two radii (Bona et Corbetta, 2009). A premolar tooth, found in Torricella di Sissa (Parma), was referred to Stephanorhinus sp. (Persico, 2004), while it was only possible to determine the family for the other tooth and the two radii due to their poor preservation status and the strong resemblance of the post-cranial skeleton to the various forms belonging to the Rhinocerotidae family (Bona et Corbetta, 2009).
As is it well-known, Stephanorhinus was undoubtedly the most important European Plio-Pleistocene rhinoceros genus. It occurs with five species: S. jeanvireti (= S. elatus Croizet & Jobert, 1828), S. etruscus, S. hundsheimensis, S. hemitoechus and S. kirchbergensis.
In the middle Villafranchian the most widespread species was S. etruscus which became extinct at the end of the Upper Villafranchian. During the Early Pleistocene, preceded by a small form present in most parts of Western Europe (Mazza et al., 1993), S. hundsheimensis also appeared in large numbers yet died out at the end of the Upper Galerian. S. kirchbergensis and S. hemitoechus were also widespread in the Galerian, the latter which was used to the cold palaeoecological conditions became widespread in the post-Galerian and was the last representative of the genus to become extinct in the Late Pleistocene (Bona et Corbetta, 2009).


Ricostruzione di Emiliano Troco 
(Collezione Museo Paleoantropologico del Po)

venerdì 12 dicembre 2014

METEORITI CON CONDRULE: CONDRITI


Una meteorite è un corpo di natura non artificiale ed extraterrestre, che rappresenta il risultato dell’ablazione atmosferica (processo di rimozione di materiale dalla superficie di un oggetto mediante processi di vaporizzazione ed erosione) di un meteoroide, un frammento roccioso o metallico di dimensioni variabili, con una massa compresa tra 10-9 e 107 kg, entrato in collisione con la Terra. Quando i meteoroidi entrano nell’atmosfera terrestre si riscaldano fino ad emettere luce, formando una scia luminosa. Il riscaldamento è prodotto dall’attrito e dalla fortissima compressione dell’aria di fronte al meteorite (l’aria si riscalda e a sua volta essa riscalda il meteorite). Quest’aumento di temperatura sulla parte esterna del meteorite (temperature variabili dai 2000 ai 3000 °C) genera una crosta di fusione, con una parte vetrosa esterna, comunemente scura e alquanto sottile, al di sotto della quale normalmente non si evidenzia alcuna alterazione. La crosta di fusione è dovuta all’ablazione già prima citata, cioè alla perdita di massa che il meteoroide subisce quando è sottoposto all’attrito atmosferico. La fase di ablazione termina comunemente a 20 o 30 km di altezza dalla superficie terrestre, dove la temperatura dell’aria è molto bassa, e che il meteoroide a questo punto, avendo esaurito la propria energia cinetica, avrà ridotto la sua velocità a livelli subsonici, di conseguenza il raffreddamento della superficie sarà pressoché istantaneo (Sessa, 2013).
L'86% delle meteoriti cadute sulla Terra sono condriti.
Le Condriti sono composte di costituenti che vanno dalla grandezza di pochi nanometri fino a quella del centimetro, includono dei condruli, inclusioni ricche di calcio e alluminio (CAI), aggregati ameboidi di olivina (AOA), ferro, metalli del nichel e una matrice molto fine. Si pensa che questi componenti si siano formati come oggetti indipendenti nel disco protoplanetario da processi ad alta temperatura, come condensazione ed evaporazione. Sono generalmente composte di minerali mafici e la matrice è ricca di silicati. Le condriti sono le rocce più antiche e primitive del nostro sistema solare e rappresentano una sorta di “sedimento cosmico” (Mc Sween, 1999) prodottosi per accrezione di materiali di origini diverse.
Le Condriti ordinarie sono caratterizzate da di condrule (della grandezza di millimetri) con diverse strutture e composizioni minerali. Le inclusioni ricche di calcio ed alluminio, come anche gli aggregati ameboidi di olivina, sono piuttosto rari. Le condriti ordinarie che sono state sottoposte a metamorfismo mostrano evidenti alterazioni causate dall’acqua, evento che si verifica principalmente nella matrice. 
Le differenze a livello di gruppo vengono date dalle diverse abbondanze dei vari metalli e dalla grandezza dei condruli (Weisberg, 2006).
Le condriti hanno in genere un'età di 4,6 miliardi di anni (quindi risalenti alla formazione del sistema solare) e si ritiene che abbiano origine nella fascia principale degli asteroidi. Tra queste, ad esempio, vi si trova la meteorite caduta nel 1893 ad Alfianello (BS). 
Alfianello è una condrite ordinaria che, secondo recenti indagini analitiche, viene attribuita alla classe L6, cioè ad una categoria composta da meteoriti a bassa concentrazione di ferro (circa il 23% del peso) ed elevato grado di metamorfismo.
Di seguito sono riportate alcune fotografie scattate a un frammento di meteorite e ad una sezione sottile di Alfianello:

(Per gentile concessione del Museo del Dip. di Scienze della Terra dell'Università di Pavia)




(Sessa, 2013)

Le fotografie di seguito sono invece scattate ad una sezione sottile di una meteorite caduta in un luogo indefinito tra l’Algeria e la Libia recentemente acquistata. Per il basso contenuto in ferro e le analogie tra le condrule anche questa meteorite sembrerebbe attribuibile alla categoria delle condriti ordinarie L6, tipo Alfianello.












Reference

Mc Sweet, 1999. Meteorites and their Parent Planets. Cambridge University Press.

D. Persico, 2012. Storie da una scatola di sassi. Edizioni Delmiglio, Persico Dosimo (CR).

E. Sessa, 2013. Studio mineralogico di due meteoriti del Museo di Parma: l’eucrite Juvinas e la condrite L6 Alfianello. Università degli Studi di Parma, Tesi di Laurea.

M. K. Weisberg, T. J. McCoy, A. N. Krot (2006): Systematics and evaluation of meteorite classification. Meteorites and the early solar system II, 1, 19-52.

martedì 2 dicembre 2014

SEPTARIE

Moeraki Boulders  (Nuova Zelanda)
(http://ronorenstein.blogspot.it/2012/02/new-zealand-boulders-and-birds.html)

Le septarie sono strutture sedimentaria secondarie rappresentate da concrezioni o noduli di forma subglobosa e dimensioni variabili da pochi centimetri a oltre un metro di diametro. Sono caratterizzate da vene e fessure concentriche, talvolta radiali, spesso con cavità centrali cristallizzate. I minerali che vi si rinvengono sono essenzialmente calcite e barite, più raramente gesso, quarzo, marcasite, limonite, vivianite, ossidi di Manganese. Sono spesso fluorescenti. In Italia si rinvengono ad esempio nell’Appennino centrale, sia sul versante emiliano che, in minor misura, su quello toscano (Tealdi, 1991).

Moeraki Boulders  (Nuova Zelanda)

La genesi delle septarie è ancora dibattuta. Essendo concrezioni sedimentarie è indubbio che si generino per deposizione di sedimento intorno ad un nucleo. L’ambiente di sedimentazione dovrebbe essere equiparato ad un bacino marino, poco profondo, in una zona a clima subtropicale molto umido, nelle cui acque calde si è sviluppata una ricca fauna. Questa floridità faunistica presuppone al fondo numerosi resti in decomposizione batterica capace di incrementare il bicarbonato e l’ammoniaca disciolti. Associato a questo vi è un aumento del pH e la precipitazione dello ione Ca++ dalla soluzione. La teoria vorrebbe che la fase di decomposizione di un organismo ed eventualmente la sua fossilizzazione fossero causa e effetto per la formazione dei nuclei delle concrezioni. Ma raramente i nuclei ospitano resti fossili...


Septaria con ammonite Crioceras Oxfordiano (Jurassico superiore) Beau Voisin ( Drôme) 

Vi è quindi una seconda teoria che imputa alla nucleazione cause solamente chimiche (Vandenberghe & Laga, 1986).
Formatosi il nucleo, attorno ad esso iniziano a sovrapporsi in strati successivi sedimenti contenenti minerali che poi diverranno parte della concrezione. I minerali segregano, cioè si separano dal fluido, l’acqua marina, circolante nel sedimento durante la diagenesi. All’interno del sedimento umido si cristallizzano minerali (generalmente calcite) attorno a nuclei con forme tendenzialmente sferiche. La superficie esterna delle concrezioni litifica gradualmente screpolandosi, la disidratazione chimica incrementa la fessurazione, con la formazione di crepe di restringimento che si propagano dall’interno verso l’esterno. Come conseguenza le crepe e i vuoti si riempiono di calcite. 
Movimenti tettonici poi espongono le sezioni geologiche sedimentarie contenenti le future septarie che, soggetti ad erosione, “liberano” le concrezioni poi assoggettate a trasporto e ulteriore erosione, mettendo in evidenza il “tessuto” interno delle vene di deposizione secondaria.
Le septarie sono comune in molti luoghi d’Italia e d’europa. Nel nostro paese si annoverano, come località caratteristiche luoghi della Lombardia in provincia di Bergamo e Pavia; del Piemonte in provincia di Alessandria e Torino; in Emilia Romagna nelle provincie di Piacenza, Parma, Reggio Emilia Modena e Bologna,; in Toscana pressoFirenze, Pisa, Arezzo e Grosseto e nelle Marche tra Pesaro e Urbino e Ancona.
Belgio, Germania, Francia, Danimarca, Olanda, Regno Unito, Svizzera e Grecia presentano località famose per il rinvenimento di septarie. 
In Africa, le più famose sono certamente quelle del Madagascar.


In Madagascar, nel bacino di Majunga, nella parte nord occidentale del paese, sulla costa rivolta all’Africa, le septarie si ritrovano in formazioni di argille scistose e gessose grigie, di circa quindici metri di spessore. L’età di questi strati varia da 135/130 a 130/125 Milioni di anni fa.
In altre argille scistose grigie, in bancate più spesse (circa 50 m) e riconducibili al Malm (Giurassico medio), si rinvengono, seppur raramente, concrezioni aventi come nucleo degli esemplari di ammonite.

Queste septarie sono costituite da una matrice sedimentaria grigia, fessurata concentricamente, con vene di riempimento di calcite secondaria che va dal giallo chiaro al marrone bruno, quasi nero. A questo gruppo appartiene l’esemplare fotografato di seguito.

(D. Persico - Collezione privata)


Reference

Emiliani G. - De Septaria. Guida alle septarie e ai loro minerali e macrofossili. Massa Lombarda (Ravenna);

Tealdi E. - Mineralogia e Geologia: Vocabolario, Gruppo Mineralogico Lombardo e altri - 1991;

Vandenberghe, N. & Laga, P., 1986. The septaria of the Boom Clay (Rupelian) in its type area in Belgium. Aardkundige Mededelingen (Leuven University Press) 3: 229-238.