domenica 21 ottobre 2012

"PALEONTOLOGIA URBANA"

Ricercare fossili è sempre emozionante.
L’adrenalina del momento del ritrovamento ripaga ampiamente le ore di interminabile ricerca. Quest'ultima però non deve necessariamente  concludersi con la raccolta del reperto naturalistico, essa può essere soddisfacente anche solo fotografando l’oggetto. Per non distruggere il patrimonio naturale, per non incappare in sanzioni o per tutelare l’ambiente, è possibile portarsi a casa gli spunti necessari per intraprendere una ricerca, o per ricordare l’attimo del ritrovamento.
Si potrebbero trasformare, infatti, queste escursioni di raccolta in “paleosafari” fotografici da svolgere non solo in montagna, in collina o sulle rive in erosione del mare o di un fiume, ma anche in città. Si, avete capito bene, proprio in città.


Oggi ad esempio, ho portato mia figlia a cercare fossili a Cremona, e nonostante ci si sia imbattuti nel bel mezzo dell’escursione, nell’acquisto forzato del palloncino di barbapapà e di un cono gelato bigusto, siamo riusciti comunque a fare interessanti scoperte paleontologiche.
Per queste uscite non c’è bisogno di un attrezzatura da sopravvivenza, basta partire muniti di scarpe comode, buona volontà, macchinetta fotografica e tanto, tanto spirito di osservazione.
La prima regola indispensabile per raggiungere il proprio obiettivo è certamente quella di saper distinguere le rocce sedimentarie (generalmente fossilifere) dalle rocce ignee e metamorfiche (mai fossilifere).
Le rocce sedimentarie sono generate dall'accumulo di sedimenti di varia origine, derivanti in gran parte dalla degradazione e dall'erosione di rocce preesistenti, che si sono depositati sulla superficie terrestre. Tra questi sedimenti, spesso, vi sono anche i resti di organismi che nel tempo si sono conservati come fossili. Un buon modo per discriminare se le rocce sono sedimentarie o meno è la presenza di cristalli: se sono presenti siamo di fronte a rocce ignee o metamorfiche, raramente sedimentarie. In pratica, se ci sono i cristalli non ci sono i fossili.
Fatta questa distinzione abbiamo già un buon margine di probabilità di tornare a casa con la scheda di memoria della macchina fotografica piena. Ma ritorniamo a noi...
I palazzi di Cremona offrono straordinari spunti di ricerca paleontologica grazie ai materiali lapidei che li compongono. Il porfido sulle strade del centro, i sassi delle strade antistanti il centro e le rocce che costituiscono o che rivestono i palazzi e, soprattutto, gli edifici storici.
Ci si può ad esempio facilmente imbattere, come del resto in gran parte delle piazze cittadine del nord Italia, nel “Marmo” rosso di Verona, quello che, proveniente dai Lessini e dal Monte Baldo, rende impossibile l’insuccesso dell’escursione.
Il marmo rosso di Verona è un calcare nodulare che, per quanto riguarda la classificazione dei materiali lapidei, rientra nel gruppo dei calcari lucidabili. Presenta al suo interno scheletri fossili di ammoniti e rostri di belemniti immersi in una matrice microsparitica formata da fecal pellets. Può essere estratto dalla formazione del Rosso Ammonitico Veronese o della Scaglia rossa, entrambi affioranti ed estratti nei Monti Lessini.
Così, per soddisfare la curiosità e la voglia di successo della pargoletta, durante l’escursione si è presa la sicura strada per il centro cittadino, quella che raggiunge Piazza del Comune, uno spazio urbano assai unitario e suggestivo che può vantare anche alcuni dei maggiori monumenti medievali italiani.
Questa piazza assolve alla doppia funzione di centro religioso e civile della città.
Il sapiente rapporto tra i toni rosso dei cotti e bianco/rosa dei marmi, il duecentesco Torrazzo con i suoi 111 metri, il portico del Bertazzola sovrastato dalla marmorea facciata del Duomo, il Battistero ottagonale e i duecenteschi edifici della Loggia dei Militi e del Palazzo Comunale fanno di questa piazza una delle più belle d'Italia.
Con tutte queste eccellenze, fatte di materiali prestigiosi, certamente doveva risultare un sito paleontologicamente fecondo. E infatti, non appena ci si affaccia sulla piazza, ecco le ammoniti e le belemniti che fanno capolino.
Si tratta di resti di Cefalopodi inclusi in calcare bianco, rosa o rosso che, attraverso una loro classificazione, possono raccontarci quando sono vissuti o da dove provengono.
Il primo ritrovamento, avvenuto all’angolo tra via Baldesio e Piazza del Comune è una belemnite in sezione che, come una freccia scagliata verso il cielo, si trova a mezza altezza di una colonna rivestita di marmo rosso proprio di fronte al negozio dell’Unicef.


Questa belemnite, probabilmente una Hibolites hastatus, dovrebbe essere vissuta nel Giurassico superiore (Oxfordiano, 158-161 Milioni di anni fa), divenendo parte di Cremona in tempi storici recenti, come testimonia la forma moderna della colonna.
Attraversando trasversalmente la piazza raggiungiamo il battistero. Seduti comodamente su una robusta panchina di roccia, probabilmente di Tonalite, si può ammirare una lastra rosa ruvida, alla base del Battistero, contenente ben tre fossili: una belemnite e due grosse ammoniti. In questo caso, il taglio in sezione verticale delle ammoniti ed obliquo della belemnite, non rende possibile una certa classificazione (forse gli occhi di un esperto del settore potrebbero venire in aiuto...), anche se per l’ammonite più grande si potrebbe azzardare una classificazion al genere Leptosphinctes, attribuendo la lastra contenente i tre fossili coevi al Dogger (161-176 Ma), l’epoca intermedia del Giurassico. E’ comunque certo che i fossili siano inclusi in una lastra (strato) di marmo rosso di Verona, la cui età può oscillare al massimo dal Titoniano al Baiociano, cioè da 145.5 a 170 Ma.


Percorsa la semicirconferenza del Battistero ritorniamo in piazza: d’obbligo è un ingresso in Duomo. Nella cattedrale si possono ritrovare infiniti spunti di ricerca ed indagine purtroppo spesso ostacolati da stormi di giapponesi in transito. Per questo motivo decidiamo di attraversale la cattedrale per uscire di lato, in via Boccaccino dove si rende obbligatoria una foto ricordo a cavallo del leone (anch’esso di marmo veronese). 


Da li siamo ritornati sui nostri passi incontrando, lungo il cammino che costeggia la  base del  Torrazzo, altre tre ammoniti di grandi dimensioni sulla parete della cattedrale.
In questi casi sarebbe opportuno portare un segnale identificativo dell’attività che si sta svolgendo, perché fotografare una parete spoglia, in mezzo ad una miriade di turisti intenti ad apprezzare le bellezze artistiche della cattedrale, si rischia di essere giudicati male... ma noi, incuranti dell’opinione pubblica e orgogliosi di vivere al di fuori della diffusa ignoranza geopaleontologica della massa, abbiamo proceduto imperterriti scattando le immagini proposte di seguito.


Tre ammoniti nel calcare rosso ed una in quello bianco, impossibili da classificare ma certamente affini agli esemplari precedentemente osservati. Assicurati dalla litologia, confidiamo di fotografare fossili di organismi vissuti nel medesimo intervallo di tempo riscontrato.
Questi abbondanti ritrovamenti sono avvenuti in sole due ore di “escursione”. Possiamo affermare quindi che nella città di Cremona, ma sono certo sia così in altre realtà metropolitane, la frequenza di resti paleontologici è talmente elevata da consentire agli appassionati di partire, attrezzati fino ai denti, verso spedizioni tutt’altro che pericolose ed estenuanti, capaci inoltre di coniugare la ricerca paleontologica con l’arte religiosa, quella monumentale, il tessuto urbano e, perché no, la cucina tradizionale. Cremona dimostra ad esempio che torrone, mostarda e marubini, ben si abbinano con le ammoniti Giurassiche.


Reference
  • Alberto Silotti, 1971. I fossili dei Lessini Ed Corev, Verona.
  • http://turismo.comune.cremona.it/it/pois/piazza-del-comune
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Marmo_rosso_di_Verona

mercoledì 17 ottobre 2012

BIOLOGIA SINTETICA

 "La biologia sintetica, combinando sistemi di geni scoperti in forme di vita diverse, può realizzare organismi produttori di materiali nuovi" C. A. Redi

 
Non si può certo dire che siano stati raggiunti i risultati scientifici ottenuti dalla Nexus Corporation in Blade Runner, però in questi ultimi decenni la biologia e la genetica hanno fatto passi da gigante. Non parleremo ancora per diverso tempo di replicanti umani però, da quando nel 2000, due gruppi di ricerca indipendenti annunciarono su Nature la costruzione di un interruttore e un orologio che di fatto sono due cellule viventi, possiamo di certo affermare di essere su una buona strada. Nei pochi anni successivi si crearono altre cellule viventi con nuove funzioni come interruttori di vario tipo, sensori per odori, luce, temperatura, campi magnetici, memorie, generatori di impulsi, microfabbriche di farmaci, resine, plastiche biodegradabili e carburanti. 
Il primo passo verso questi successi è stato decodificare i geni presenti in una cellula che con nuove tecnologie si sono sintetizzati e “cuciti” insieme. Infine queste sequenze genetiche sono state inserite in chassis, cioè cellule svuotate del loro DNA previo il mantenimento delle parti vitali e riproduttive. In questo modo, questi contenitori viventi, farciti di geni con funzione predefinita, possono generare organismi viventi nuovi e totalmente vocati al compito programmato dall’uomo. Chiaramente diversi di questi geni possono anche venire associati, rendendo questi organismi  complessi e “multitasking”, cioè capaci di svolgere diversi compiti contemporaneamente. 
Un altro passo avanti avvenne quando, nel 2003, il MIT di Boston, aprì un sito internet (http://www.partsregistry.org) deputato a contenere le sequenze dei geni e dei loro regolatori, depositate dai ricercatori assieme ai chassis realizzati. Generalmente i contenitori o chassis realizzati, derivano da un batterio nostrano come l’Escherichia coli, oppure da lievito di birra, da virus o da cellule staminali. Selezionando ad esempio “coliroid” nel database a visione libera, si possono trovare gli 11 componenti tra geni e regolatori che dotano un chassis della capacità di diventare scuro se colpito dalla luce. 
Un complesso di questi chassis fotoreattivi consente di realizzare microfotografie, come questa di fianco, autoritratto di uno dei ricercatori della Texas University ad Austin che hanno scoperto e "costruito" questi nuovi organismi sintetici.
Un programmino per computer, oggi anche in versione per Ipad, chiamato Genoma Compiler (http://www.genomecompiler.com/), collegato ad una macchinetta che assembla le molecole nucleotidiche del DNA, quelle che costituiscono la famosa e variabile sequenza di lettere (A-T C-G e U), è in grado di replicare frammenti del DNA, cioè di geni aventi precise e definite funzioni. In pochi minuti questo sistema può realizzare diversi microorganismi sintetici che fatti replicare producono il film fotosensibile di dimensione desiderata utile per composizione di “foto batteriche”. Certo, questa è solo una curiosità, ma dà già il senso delle potenzialità scientifiche e delle applicazioni industriali realizzabili da simili metodi.
Sono stati prodotti sistemi genetici capaci di conferire alla neo-cellula movimento, oppure per creare un dispositivo di autodistruzione o di distruzione di altre cellule o per produrre resine, plastiche, farmaci o carburanti. Un buon esempio di queste applicazioni può essere quello della produzione di artemisina, un farmaco antimalarico. 
L’Artemisia annua, è una pianta erbacea capace di produrre minime quantità di questa sostanza. Individuando il gene responsabile di questa produzione, i ricercatori sono stati in grado di replicarlo, inserirlo in un chassis ed ottenere un unico singolo organismo deputato alla produzione esclusiva di quella sostanza. E’ naturale e immaginabile considerare fondamentale il saper leggere il codice genetico per distinguere ed individuare i geni da selezionare e replicare. Per fare questo sono indispensabili importanti investimenti nella ricerca, soprattutto alla luce dei successi di queste metodologie nello studio dell’evoluzione e dell’azione del debellare il cancro. Purtroppo però, visto l’andamento degli investimenti del nostro paese, con ogni probabilità dovremo accontentarci, come nel caso di questo post dell’anellomancante, di commentare o ammirare i risultati scientifici altrui.

modificato da "D'Amico A., La Repubblica, 14-10-2012"

domenica 14 ottobre 2012

THE COLLECTOR LIST


 

In genere ci si organizza per una vacanza al mare preparando una lista di oggetti indispensabili per affrontare i 15 tanto desiderati giorni di sole.
Ci si propone un’abbronzatura impeccabile, ozio sfrenato sul lettino, bibite fresche, buona frutta, letture a volontà, gossip d’ordinanza e magari nuove ed interessanti conoscenze.
Tutto questo accade quando chi decide di prenotare una vacanza è una persona normale, intendendo col termine normalità, il turista vacanziero medio, quello che con la propria famigliola standard: un paio di bimbi, una moglie ed un mutuo sulla casa, decide a metà anno di fare qualche sacrificio, ma di portare l’allegra combricola a friggere sotto il sole nord africano. Che in settembre è ancora bello tosto.
Io però non sono una persona normale.
La mia lista non prevedeva costume da bagno, crema solare protezione totale, infradito brasiliane e riviste patinate tutte tette e flirt estivi.
Nella mia valigia trovano generalmente posto sacchetti da campionatura, scatole a chiusura ermetica, pinze da dissezione, coltello Latherman multiuso, taccuino Moleskine, 3 matite, una penna, macchina fotografica, scarpe da trekking e tanta, tanta voglia di avventura naturalistica.
Certo, trovare l’adrenalina pura in un villaggio turistico è tutta un’impresa, però, lontano dagli occhi indiscreti della propria moglie, convinta di passare 15gg di condivisione pargoli e convivenza strettissima sulla spiaggia, prima di partire si può facilmente fingere di voler staccare da tutto e da tutti, lasciando a casa il MacBook o l’Ipad, e avvalendosi di un solo poverissimo telefonino da sms.
L’avventuriero però non riesce a partire allo sbaraglio, ha sempre bisogno di un piano organizzativo di ricerca e di sopravvivenza: fotografie aeree della zona, immagini 3D delle principali attrazioni archeologiche nel raggio di 100km, pubblicazioni scientifiche delle stratigrafie rocciose dell’area in esame e guida naturalistica della flora e della fauna del Mediterraneo.
Poi, l’istinto e l’esperienza del viaggiatore completano l’opera organizzativa che, sacrificando i primi tre giorni di vacanza con l’insospettabile e incondivisibile osservazione territoriale, permetterà di preparare le escursioni mirate finalizzate al recupero dei reperti.
In genere il naturalista complessato (collezionista), costruisce una lista di oggetti da ricercare che generalmente hanno in essa un ordine gerarchico di importanza e di probabilità d’essere trovati.
Per esempio, la mia lista, prima della partenza per la Tunisia, era così composta (dal reperto più comune e meno ambito al più desiderato e raro):

  1. conchiglie attuali ordinarie;
  2. conchiglie esteticamente apprezzabili;
  3. rosa del deserto;
  4. gasteropodi attuali di grandi dimensioni;
  5. fossili;
  6. fossili interessanti di aspetto apprezzabile;
  7. fossili belli, rari e paleontologicamente significativi;
  8. resti (fossili o attuali) di cheloni;
  9.  cranio di tartaruga marina.

Naturalmente la lista naturalistica non viene mai scritta, essa è perennemente impressa all’interno del cranio del collezionista, dove soltanto il proprio cervello può leggerla e rileggerla rendendola indelebile.
Anche i più grandi ottimisti però, di fronte ad una gabbia dorata come un villaggio turistico, vacillano nella consapevolezza che difficilmente riusciranno a superare la metà dell’elenco. Probabilmente ci si dovrà accontentare di ciò che passa in convento nei frangenti di libertà condizionata nel Club, quando rivenditori rigorosamente abusivi faranno il loro ingresso in spiaggia per proporre le ricchezze naturalistiche della regione.
La spiaggia appunto, primo giacimento naturalistico da indagare. Qui le conchiglie spiaggiate sono abbondanti. Innumerevoli esemplari di bivalvi per le quali non vale nemmeno perdere tempo di classificare. Qualcuna comunque va raccolta (Step 1). Rari invece sono i gasteropodi, le cui spire sempre attirano l’uomo con la loro bellezza. Opercoli colorati (Bolma rugosa) e conchiglie (Murex sp.), sono l’obiettivo da raccogliere (Step 2).
Ed ecco quindi spuntare uno di questi rivenditori, uno smilzo con un solo dente incisivo, sigaretta spezzata in bocca, borsa della spesa in plastica verde fluorescente anni 80 e 7, 8 pezzi di apprezzabile dimensione, di rosa del deserto (Step 3).
Il prezzo è stracciato, ma non posso accontentarmi i primi giorni senza combattere, di un reperto sittanto ordinario, comune e utile solo a raccogliere la polvere in salotto. Così desisto dall’acquisto, ma sfrutto la sicura esperienza dell’uomo delle rose di gesso per indagare a quale altro ambito step posso aspirare. Con le rose ha anche qualche conchiglia, grande per le dimensioni generali dei molluschi, ma ordinaria per la specie. Non esistono più gli esemplari grandi, ormai il mare li ha esauriti.
Sono sicuro che ce ne sono ancora là, indicando con sicurezza la direzione del porto mai visto ma presente sulle foto aeree.... E poi se sono rare le posso pagar bene.
Va bene amico, non c’è bisogno che vai la, se mi assicuri che la compri da me te la porto nel pomeriggio. Ok, vediamo le dimensioni e poi decido. Ma la compri? Si, solo se è grossa. Ma grossa quanto? Grossa grossa.
Nel pomeriggio il tizio ritorna. Con la stessa borsa. Senza rose del deserto e senza conchiglie ordinarie. Ma con una sola Charonia nodifera, che occupa tutto il contenitore. E’ grande abbastanza. Si lo è. 35 dinari? Ok 35. (17 euro). Viene da Djerba.
Ma delle altre, di quelle più comuni, rotonde, ne hai di grandi? No, di quelle non ce ne sono proprio. Ok, se lo dici tu? (Andrò al porto domani).
Il venerdi, al porto di Mahdia, c’è il mercato. Una folla immensa si rincorre nel caos più assoluto tra motorini, taxi e automobili logore d’altri tempi, intorno ad un mercato immenso, variegato, dove è possibile trovare ogni cosa, dal camaleonte essicato al televisore LCD, fino alle spugne grezze e alle conchiglie locali, comprese le innumerevoli Tonna galea lucidate e di dimensioni ordinarie.
Vi sono però negozi strani, quelli di spezie e di legumi, che espongo anche conchiglie e spugne e che fuori sono limitati da barili e cassoni pieni di conchiglie grezze, puzzolenti, tra le quali, invisibili, vi sono esemplari più grandi.
Vorrei quella! Ah, the big one! Si quella, quanto vuoi? Beh, quella è grande, 10 dinari! 10? Si! Ok, 10 dinari (5 euro) (Step 4).
Nei giorni successivi la concentrazione è stata rivolta alle rocce. Arenaria gialla, fossilifera utilizzata per tutte le grandi costruzioni, antiche e moderne. Pietra abbondante ed economica, certamente affiorante nelle vicinanze.
Tra le conchiglie, sulla spiaggia, numerosi ciottoli levigati ed arrotondati, di colore giallo, marrone, chiazzati di bianco. Ad un’osservazione più accurata, le macchie bianche nei ciottoli sono parse subito resti fossili, conchiglie incluse nella matrice arenacea gialla: bivalvi (Cardium sp., Glycimeris sp.) (Step 5) e gasteropodi a stretta spira, allungati, del genere Cerithium. Naturalmente la ricerca si è subito focalizzata su quest’ultimo gruppo (Step 6). Provengono dall’arenaria affiorante a 100 metri dalla battigia, ad una profondità di 5 metri.
Il rinvenimento fortuito, di fronte ad un martini bianco, tra una bottiglia di scotch ed una di vodka, di uno Strombus bubonis fossile, incrostato di arenaria grigia fossilifera, ha reso il soggiorno, anche quello interno e ricreativo, più interessante perchè finalizzato al raggiungimento di quell’esemplare.
Lo Strombus è un fossile guida, ne sono certo, perchè è un ospite caldo del Mediterraneo e quindi è stato presente per pochi frangenti nelle acque chiuse del Mare Nostrum. Raggiungo il mio obiettivo solo verso la fine della vacanza, offrendo 15 dinari al capo bar. Egli accetta subito: 7 euro (Step 7).
Gli obiettivi definiti dagli step 8 e 9, non sono facili da ricercare, perché essendo attuali non hanno riferimenti, se non le testimonianze delle persone, oppure indizi di resti al mercato.
Il mercato del venerdi offre soltanto un carapace completo di Testudo di piccole dimensioni, una tartaruga di circa 5-8 anni. Stessa specie rinvengo anche in uno shop a El Djem, in visita all’anfiteatro romano. Deduco quindi che la testuggine terrestre è specie comunemente diffusa nel territorio tunisino, perlomeno intorno a Mahdia. Le parole di un animatore italiano, assolutamente inesperto, confermano, alla mia domanda, la presenza di testuggini fino a ridosso della spiaggia: una vive sotto la baracca dei custodi!
Ma non è ciò che cerco, quello che voglio sono resti scheletrici di Caretta caretta.
Così, senza indicazione alcuna, se non quella di un altro animatore, esperto di catamarano, che mi conferma di averne visto un esemplare in mare, mi addentro lungo la spiaggia, verso il centro della città, dove tra gli scogli, e i mille rifiuti che purtroppo accompagnano il litorale tunisino, scorgo la metà sinistra di un carapace di tartaruga marina, non molto grande, ma comunque integro. La riconosco per la forma delle costole che dall’interno del carapace risultano ben visibili. Raggiungo il reperto, lo capovolgo vedendo che il carapace è stato dipinto accuratamente come fosse uno scudo, poi buttato in mare. Accessorio ornamentale di una barca? Ornamento di una casa marina? Forse. Sta di fatto che ne prelevo una costola integra, raggiungendo incredibilmente lo Step 8.
Sono soddisfatto, descrivo i miei ritrovamenti, ammiro i fossili e le conchiglie, e senza più la frenesia di collezionare mi dedico alla vacanza nel vero senso della parola. Ma la fortuna vuole proprio premiarmi.
Mi iscrivo inspiegabilmente ad un torneo di Beach Tennis. Chiamato a giocare in coppia, mi impegno passando il primo turno. Torno dopo una doccia allo sdraio di famiglia e dopo un’ora circa ritorno al campo per la seconda partita. Raggiungo le squadre e ai loro piedi scorgo un grosso cranio.
Perdo la parola.
Guardo i presenti e titubante chiedo: di chi è? Mi rispondono: cosa? Il cranio, questo cranio, e lo prendo emozionato tra le mani. Mi guardano allibiti e mi rispondono, lo abbiamo buttato lì noi, per non finirci sopra giocando. Stava là. A bordo campo.
Riguardo tutti e chiedo: lo posso prendere io? Se ci tieni!
Sapete cos’è? No. Un cranio. Si, ma di cosa? Di una tartaruga marina, della specie Caretta caretta. Introvabile. Raro. Sapete quanto vale? No. Meglio.
Ok, allora me lo tengo io, va bene? Si (Step 9).
Perdo la semifinale, ma sono comunque felice. Forse ho perso proprio perché ero appagato, o forse no. Sta di fatto che per qualche istante ho pensato di essere vittima di una candid camera.
Torno allo sdraio, mostro il cranio a tutti gli interessati e poi mentre lo guardo penso: è integro, ben conservato e recente. E se ci fosse il resto dello scheletro? Vado a vedere nel pomeriggio, scandaglio tutta l’area di retro duna interessata e ritrovo solo un singolo osso, un radio probabilmente. Uno Step oltre ogni previsione.

mercoledì 10 ottobre 2012

TRACCE FOSSILI DI PREDAZIONE

Questo post, relativo ad un piccolo frammento di carapace di una grande tartaruga di palude, rappresenta una osservazione che può divenire spunto di indagine scientifica. 
Il reperto, un piccolo frammento osseo di forma irregolare (L=51,6 mm; l=41,3 mm) e di elevato spessore (16,8 mm), appartiene certamente ad una tartaruga di notevoli dimensioni. 
Sulla superficie esterna, liscia e pianeggiante, si rinvengono numerosi forellini, del diametro medio di circa 2,6 mm e profondi da 0,52 mm a 1,99 mm, che secondo una prima impressione potrebbero essere attribuiti al consumo osseo del carapace ad opera di una patologia cutanea batterica o fungina  come la SCUD (Septicemic Cutaneous Ulcerative Disease) o la USD (Ulcerative Shell Disease). Un'analisi più accurata della distribuzione dei fori rinvenuti però, mette in luce una loro disposizione ordinata secondo un arco stretto ed allungato. Tale forma, per analogia, può essere messa in relazione con la mascella di un predatore appartenente all'ordine crocodylia (http://it.wikipedia.org/wiki/Crocodilia).
La provenienza del fossile da sedimenti palustri della Florida (USA) lascia propendere per una attribuzione al genere Alligator, l'alligatore americano.
La  forma chiusa dell'arco suggerisce essere l'impronta terminale della mascella che,  caratterizzata da una ridotta larghezza palatina (24,7 mm), dovrebbe essere attribuita ad un animale di ridotte dimensioni.
Stupisce che un predatore così piccolo  possa aver afferrato e danneggiato, anche solo superficialmente, un carapace dello spessore di quasi 2 cm. Si potrebbe altresi supporre che il "piccolo" possa aver addentato un frammento lasciato dalla predazione sulla tartaruga di un adulto, anche se il lato prossimale del carapace non mostra alcun segno dei denti.
La forma del frammento non consente un'immediata collocazione anatomica nel carapace, e nemmeno una sua classificazione. 
Solo lo spessore rappresenta un elemento non trascurabile nell'indicazione di elevate dimensioni della tartaruga.


Reference
  1. Avanzi M. e Millefanti M., Il grande libro delle tartarughe acquatiche e terrestri, De Vecchi Editore, Milano, 2003
  2. Brunetti L., Millefanti M., La SCUD in tartarughe e testuggini, in "Veterinaria" vol. 11.3, SCIVAC, Cremona, giugno, 1987.

sabato 6 ottobre 2012

SASSI COME SE PIOVESSE...



Questa meteorite, new entry nella mia collezione, è certamente una condrite. 
La diagnosi è stata effettuata grazie alle evidenze litologiche messe in luce dalle fratture subite, probabilmente, a seguito della caduta sulla terra. 
La forma di questa meteorite è quella di un plumcake, con una parte, quella certamente rivolta verso la direzione di caduta, dall'aspetto di un rugoso cappello di fungo. Questa forma è stata generata  dall'effetto dell'ablazione atmosferica.
Il margine sporgente e ondulato, unito a numerose strutture  radiali di flusso, dimostrano inequivocabilmente quale faccia è stata fusa dall'attrito con l'atmosfera terrestre prima dell'impatto in un'imprecisata zona del Mali.
Le immagini riportate nella tavola fotografica mostrano i differenti lati della meteorite con le strutture di ablazione in evidenza.
Le dimensioni della meteorite sono105x90x60mm, il peso è di 345g.
Come testimonia il pero e la lieve attrazione del magnete, la meteorite contiene una certa quantità di ferro.



venerdì 5 ottobre 2012

Il nuovo libro: "STORIE DA UNA SCATOLA DI SASSI"



Ciao Emma, cosa fai?
Scrivo…         
Con un sasso?
Sì… non lo sai che i sassi scrivono?

Il titolo “Storie da una scatola di sassi” potrebbe far pensare ad un libro di racconti o di favole ispirate ad una vecchia, polverosa ed infantile collezione di pietre. In parte, se vogliamo, è anche così, ma le storie raccolte non sono invenzioni romanzate, bensì saggi scientifici ispirati o originati da otto sassi, raccolti in giro per il mondo, che nel complesso ci raccontano la Storia Naturale della Terra.
Lo stile adottato è quello Gouldiano del saggio divulgativo all’americana, evidente e riconoscibile già nel primo libro scritto dall’autore anche grazie al tema trattato*. Il medesimo stile si insinua tra le parole e la struttura di questi nuovi saggi fatti di ricerca, citazioni, bibliografia ed esempi pratici. Si tratta di uno stile che ormai caratterizza Persico e che proviene da una formazione letteraria a base di saggistica e di un imprinting didattico-scientifico dovuto alla frequentazione del Museo Naturalistico Paleontologico di San Daniele Po e dell’Università di Parma. I nuovi saggi risultano precisi, puntuali e ricchi di links ma alla portata di chiunque. Evidente, risulta inoltre essere, il metodo da bloggers dell’autore.
L’opera coinvolge un vasto insieme di argomenti trattando dalle meteoriti all’ambra, dai fossili dell’Himalaya alla paleontologia del Po, dall’Appennino alla preistoria dell’uomo fino a giungere ad interrogativi sul suo futuro. Uno sguardo, quest’ultimo, finalizzato a fare il punto sul livello di progresso di conoscenze finora raggiunto e sulle aspettative che attendono l’uomo, o chi per esso, in un futuro prossimo. Sono queste domande, presenti solo nell’ultimo saggio, che a volte rimangono in sospeso, prive di risposte, dove influenze di autori recenti o contemporanei come Aldus Huxley o Michel Houellebecq trovano manifesta collocazione.
Da sempre la storia naturale è stata intesa come il racconto degli accadimenti o della successione faunistica e floristica di specie sul nostro Pianeta; solo da alcuni anni si intende, comprensiva di essa, anche la storia evolutiva e tecnologica dell’uomo. In questa raccolta di otto sassi, cioè episodi di storia naturale, si assiste gradualmente ad un incremento di collegamenti che rendono l’universo un sistema di interazioni dove ogni cosa, trova una giusta collocazione in un equilibrio generale. Come in una sorta di superorganismo ogni particella elementare entra a farne parte, ogni specie svolge un proprio ruolo, ogni evento geologico ha inevitabili conseguenze sul sistema ed il clima, con la sua ciclica evoluzione, si propaga come un respiro.
Questo libro nasce dall’esigenza dell’autore di soddisfare curiosità personali e si rivolge al pubblico selezionando gli interessati e coinvolgendo i disinteressati, proponendo loro una visuale di insieme della vita fatta di ruoli e di bilanci, affrontando le tematiche ambientali più attuali, dal Global Warming all’estinzione delle specie, all’ingerenza antropica, all’evoluzione geologica e biologica, nonché al forzato ridimensionamento della natura e del ruolo umano all’interno dell’universo: l’uomo non è supervisore e padrone dell’Universo, ma elemento paritario agli altri, parte integrante ed inscindibile del sistema.
Un sasso è la maestà della natura in un oggetto di piccole dimensioni, la versione materializzata dell’haiku
giapponese, cioè l’essenza del pensiero e dell’immagine che rappresenta la voce della natura: i sassi sono episodi di storia naturale sussurrati all’orecchio di chi sa ascoltare, esattamente come l’haiku è un sasso lanciato nello stagno della mente di chi ascolta.

*Davide Persico, 2009. Neodarwinismo, l’evoluzione della teoria. Ed. Il Simposio delle Muse, Crema (CR).

martedì 2 ottobre 2012

Caretta caretta

(Mahdia, Tunisia, 2012)

La tartaruga comune (Caretta caretta Linnaeus, 1758) è la tartaruga marina più comune del Mar Mediterraneo. La specie è fortemente minacciata in tutto il bacino del Mediterraneo e ormai al limite dell'estinzione nelle acque territoriali italiane.
Sono animali perfettamente adattati alla vita acquatica grazie alla forma allungata del corpo ricoperto da un robusto guscio ed alla presenza di “zampe” trasformate in pinne. Alla nascita è lunga circa 5 cm. La lunghezza di un esemplare adulto è di 80 – 140 cm, con massa variabile tra i 100 ed i 160 kg.
La testa è grande, con il rostro molto incurvato. Gli arti sono molto sviluppati, specie gli anteriori, e muniti di due unghie negli individui giovani che si riducono ad una negli adulti.
Ha un carapace di colore rosso marrone, striato di scuro nei giovani esemplari, e un piastrone giallastro, a forma di cuore, spesso con larghe macchie arancioni, dotato di due placche prefrontali ed un becco corneo molto robusto. Lo scudo dorsale del carapace è dotato di cinque coppie di scuti costali; lo scudo frontale singolo porta cinque placche. Ponte laterale fra carapace e piastrone con tre (di rado 4-7) scuti inframarginali a contatto sia con gli scuti marginali che con quelli del piastrone. Gli esemplari giovani spesso mostrano una carena dorsale dentellata che conferisce un aspetto di "dorso a sega".
I maschi si distinguono dalle femmine per la lunga coda che si sviluppa con il raggiungimento della maturità sessuale, che avviene intorno ai 13 anni. Anche le unghie degli arti anteriori nel maschio sono più sviluppate che nella femmina.
Di Caretta caretta, come della maggior parte delle tartarughe marine, si conosce ancora molto poco. Come tutti i rettili, hanno sangue freddo il che le porta a prediligere le acque temperate. Respirano aria, essendo dotate di polmoni, ma sono in grado di fare apnee lunghissime. Trascorrono la maggior parte della loro vita in mare profondo, tornando di tanto in tanto in superficie per respirare. In acqua possono raggiungere velocità superiori ai 35 km/h, nuotando agilmente con il caratteristico movimento sincrono degli arti anteriori. Sono animali onnivori: si nutrono di molluschi, crostacei, gasteropodi, echinodermi, pesci e meduse, ma nei loro stomaci è stato trovato di tutto: dalle buste di plastica, probabilmente scambiate per meduse, a tappi ed altri oggetti di plastica
In estate, nei mesi di giugno, luglio ed agosto, maschi e femmine si danno convegno nelle zone di riproduzione, al largo delle spiagge dove le prime sono probabilmente nate. Hanno infatti un'eccezionale capacità di ritrovare la spiaggia di origine, dopo migrazioni in cui percorrono anche migliaia di chilometri. Alcuni studi [senza fonte] hanno dimostrato che le piccole appena nate sono capaci di immagazzinare le coordinate terrestri del nido, a causa del magnetismo, oltre ai feromoni ed altre caratteristiche ambientali che consentono un imprintig della zona di origine. È essenziale che le piccole raggiungano il mare da sole, senza contatti umani, questo potrebbe causare la perdita della memoria del nido che consentirà loro di tornare sulla spiaggia dove sono nate 25 anni dopo per nidificare.
Gli accoppiamenti avvengono in acqua: le femmine si accoppiano con diversi maschi, collezionandone il seme per le successive nidiate della stagione; il maschio si porta sul dorso della femmina e si aggrappa saldamente alla sua corazza, utilizzando le unghie ad uncino degli arti anteriori, poi ripiega la coda e mette in contatto la sua cloaca con quella della femmina. La copula può durare diversi giorni.
Avvenuto l'accoppiamento, le femmine attendono per qualche giorno in acque calde e poco profonde il momento propizio per deporre le uova; in ciò sono facilmente disturbate dalla presenza di persone, animali, rumori e luci. Giunte, con una certa fatica, sulla spiaggia vi depongono fino a 200 uova, grandi come palline da ping pong, disponendole in buche profonde, scavate con le zampe posteriori. Quindi le ricoprono con cura, per garantire una temperatura d'incubazione costante e per nascondere la loro presenza ai predatori. Completata l'operazione, fanno ritorno al mare. È un rito che si può ripetere più volte nella stessa stagione, ad intervalli di 10-20 giorni.
Le uova hanno un'incubazione tra i 42 e i 65 giorni (si è registrato un periodo lungo di 90 giorni, a causa di una deposizione tardiva che è coincisa con il raffreddamento del suolo), e, grazie a meccanismi non ancora chiariti, si schiudono quasi tutte simultaneamente; con differenze sostanziali tra i vari substrati che costituiscono la spiaggia dove è stata fatta la deposizione: la temperatura e l'umidità del suolo, la granulometria della sabbia sono fattori determinanti per la riuscita della schiusa. I suoli molto umidi determinano spesso la perdita delle uova poiché molte malattie batteriche e fungine possono attaccare le uova; inoltre alcuni coleotteri possono raggiungere il nido e parassitarle. La temperatura del suolo determinerà il sesso dei nascituri: le uova che si trovano in superficie si avvantaggiano di una somma termica superiore a quelle che giacciono in profondità, pertanto le uova di superficie daranno esemplari di sesso femminile e quelle sottostanti di sesso maschile.
I piccoli per uscire dal guscio utilizzano una struttura particolare, il "dente da uovo", che verrà poi riassorbito in un paio di settimane. Usciti dal guscio impiegano dai due ai sette giorni per scavare lo strato di sabbia che sormonta il nido e raggiungere la superficie e quindi, in genere col calare della sera, dirigersi verso il mare. In condizioni naturali corrono prontamente verso il mare. Possiamo considerare il piccolo appena nato come una sorta di "robot" il cui programma biologico attiva la ricerca in automatico della fonte più luminosa in un arco sull'orizzonte di 15 gradi. Questa in condizioni normali è rappresentata dall'orizzonte marino su cui luna e/o stelle si riflettono. Ma ormai la forte antropizzazione determina una concentrazione di luci artificiali che spesso disorientano le piccole appena nate, facendole deviare dal cammino, determinando talora la perdita di tutta la nidiata. Bisogna costruire delle barriere per mascherare le luci parassite, in questo caso gli operatori che custodiscono i nidi dovranno accompagnare illuminando con luci fioche bianche (luci a LED azzurre) il cammino delle piccole verso il mare.
Solo una piccola parte dei neonati riesce nell'impresa, cadendo spesso vittima dei predatori, tra cui l'uomo; di quelli che raggiungono il mare infine, solo una minima parte riesce a sopravvivere sino all'età adulta.
Giunte a mare nuotano ininterrottamente per oltre 24 ore per allontanarsi dalla costa e raggiungere la piattaforma continentale, dove le correnti concentrano una gran quantità di nutrienti. Ciò è dovuto ad un forte impulso che fa parte dell'istinto, pertanto la natura ha provveduto a che una parte del tuorlo dell'uovo venga immagazzinata nelle pinne. Le pinne, con un simile carburante, composto da sostanze grasse e zuccheri, consentiranno alle piccole di nuotare notte e giorno senza interruzione, fino a che, esaurite le energie, avranno raggiunto le aree ricche di plancton di cui si cibano.
Dove esattamente trascorrano i primi anni della loro vita è un mistero che i biologi non sono ancora riusciti a spiegare, il cosiddetto "periodo buio"; solo dopo alcuni anni di vita, raggiunte dimensioni che le mettano al riparo dai predatori, fanno ritorno alle zone costiere. Alcune osservazioni, fatte in collaborazione con i pescatori della costa jonica calabrese, hanno consentito di censire diverse centinaia di esemplari quasi coetanei che soggiornano in un punto determinato, di fronte al faro di Capospartivento, dove si incontrano correnti importanti in una zona di calma: al confine delle correnti le tartarughe passerebbero diversi anni prima di iniziare la grande migrazione verso altri mari.
(http://it.wikipedia.org/wiki/Caretta_caretta)