mercoledì 19 novembre 2014

LA PIENA DI SANT'OMOBONO


Forse sarà ricordata come l’alluvione del ’14, anche se a San Daniele Po fu soltanto una piena. Una bella, corposa piena stagionale. Un poco in ritardo causa inverno pigro, la piena ha fatto seguito a due bombe d’acqua estive capaci di rendere San Daniele più rivierasco del previsto.
“Per quest’anno abbiamo già dato” si dicevano alcuni del paese. Ma chi vive sul fiume sa che la sicurezza non è tale finché ottobre e novembre non se ne sono andati.
E così arriva la sagra, programmata e definita, due domeniche novembrine tra cultura, luna park, marubini e sport e poi Sant’Omobono, che al posto di estrarre dalla sua infinita borsa qualche sollievo stavolta ha portato acqua a volontà.
Ricordo la macchia rossa incombente sulle mappe metereologiche satellitari, con quella pupilla viola intenso al centro fissa là, tra il Piemonte, la martoriata Liguria e l’alta Lombardia, quella dei laghi.... Si proprio loro, il Lago Maggiore e il Lago di Como, i responsabili, secondo alcuni, della catastrofica alluvione del 2000. 
Qui, nella bassa dove tutto scola, qualcuno se li immagina sempre quei perfidi operai idraulici che una volta visti i loro bacini stracolmi decidono, incuranti di chi sta sotto, di aprire le malefiche, immense, insormontabili chiuse. Sono loro il Giove Pluvio capace di decidere la sorte di milioni di padani della Bassa.
“Ecco!!!!” si vociferava in piarda, “Adesso che siam zuppi svuoteranno anche i laghi!!!!!”...mentre invece già da giorni i laghi riversavano l’eccesso negli affluenti del Po, senza destar particolare attenzione.
Ma poi la perturbazione preannunciata si fece vera. E in una notte ed un lungo giorno riversò sulle prime montagne e sull’alta pianura centimetri su centimetri di tiepida pioggia che nell’autunno classico padano par proprio fuori luogo. Come temperatura, s’intende.
E allora i laghi di nuovo traboccano ed i torrenti si ingrossano ed i fiumi straripano e poi? E poi, prima o poi, tutto si riversa nel Po.
Una piena rapida preceduta da un corposo assaggio, un’onda di due metri, ben distribuita sulla distanza che, finché non la misuri, questa non appare. E scende inesorabile da lontano e non comprendi finché non si ferma alla Becca. Dove sarà mai questa Becca, oracolo per piacentini, cremonesi e parmigiani?
La Becca sta a Pavia ed è un ponte con idrometro, localizzato in un punto nodale del corso del grande fiume, ed è il livello raggiunto sotto quel ponte che lascerà prevedere di che morte dovrem morire o che santo dovrem ringraziare.
E mentre questa scende noi da basso guardiamo il fiume salire. Sale poco, ora è fermo, ora sale e un poco scende, ma la su? “La su ho sentito che sta inondando tutto, che a Milano non si vedeva una cicca mentre pioveva, che il Seveso, il Lambro, il Tanaro sono straripati, che l’Adda non da tregua e i livelli non si lasciano misurare...” sembra che Sant’Omobono stavolta ci voglia sorprendere.
Convocazione urgente in Prefettura!!!! Tutti i sindaci rivieraschi si facciano trovare. Ed intorno ad una tavola imbandita solo di tensione, facce preoccupate cercano gli occhi del tecnico dell’Agenzia per il Po in attesa di scorgere un segnale rassicurante, qualche parola di conforto, una briciola d’ottimismo e invece? Invece nemmeno si attende l’incontro. Chiamate su chiamate, bollettini via email, siti delle previsioni in allarme, SEI PUNTO VENTI! Questo ci aspetta. Ma i fiumi non si lasciano misurare con precisione e allora bisogna anticipare i tempi, bisogna prevenire.
Di corsa a casa nel paese a cercare chi il fiume lo conosce. Chi il fiume gli è già passato in casa. Si parla, e nemmeno tanto si discute. Evacuare. Bisogna evacuare per non fare la fine del topo, per non avere come nel 2000 l’acqua alle calcagna mentre si smontano i mobili, mentre si sventrano le case consenzienti nel farsi trapassare, inzuppare, insudiciare di fango e dei resti di una cloaca ingrossata dal maltempo.
La decisione è difficile. Viene d’improvviso, maledetta, tutta sulle spalle, e allora interpellato devo decidere e rassicurare. Le autorità chiedono quanto tempo penso di resistere, a che livello penso di evacuare? I numeri spaccano la testa, l’esperto dice che a 6 metri e 10 il frontiera verrà scavalcato, ma già a 5.40 potrebbe tremare, l’argine d’argilla che protegge i campi diventa anche la protezione prima delle cascine, delle case sperdute nei boschi, il diaframma di terra contadina che si frappone tra il fiume e l’argine comprensoriale, il numero due che deve affrontare la piena per proteggere il re, il maestro, il baluardo ultimo a difesa dell’abitato. 
Ragionare. La piena che verrà è importante. Ragionare. L’argine secondario è malandato, ricostruito non a modo con troppa maledetta sabbia che già d’estate si mostra in crepacci che fagliano la barriera e che non danno la sicurezza necessaria per fidarsi. Ragionare, evacuare la golena secondaria quella tra i due argini. Ragionare, che se si rompe il frontiera e l’acqua si abbatte sul secondario passano si sei (6!) ore ma queste sono troppo poche per evacuare il vecchio paese. Ragionare. Meglio proporre un sacrificio alle persone già provate chiedendo loro di evacuare. 
A differenza delle altre volte stavolta la tecnologia delle comunicazioni aiuta. Un messaggio dopo l’altro, una informazione dopo l’altra e la gente prende consapevolezza del pericolo, della necessaria tempestività d’agire ed è allora che la gente della bassa si unisce, che diventa comunità fluviale, che calzati gli stivali di gomma corre in golena ad aiutare. Ognuno con le proprie braccia, chi ci mette il carro chi sa guidare il trattore, chi avvisa le persone chi le aiuta a smontare, chi coordina le forze chi programma i soccorsi, chi telefona ai rinforzi chi si mette la divisa e comincia a insacchettare.
I SOLDATI!!! SE ARRIVANO I SOLDATI VUOL DIRE CHE E’ BRUTTA!! Senza armi e con divise smontano il paese con gentilezza e fermezza, corrono dividendosi a preparare sacchi di iuta farciti di sabbia, lo stesso materiale che rende fragile il comprensoriale. Sembra paradossale che la barriera migliore sia il sedimento inzuppato del fiume. Polvere erosa dalle montagne, opportunamente insacchettata, come soffici mattoni a formare muri temporanei invalicabili, capaci di arginare Giove fintanto che Giove lo permette.
E il sole subdolo capace di rendere inverosimile l’imminente evento si staglia sulla calda domenica autunnale come a sminuire le certezze profuse dalle autorità e le previsioni per il giorno dopo. Ma poi il giorno dopo arriva, fradicio e grigio a preludere una piena che subdola arriverà di notte, lasciando tutto il pezzente giorno a preparare un paese che nella golena è già fantasma. 
Chi dai parenti, chi dagli amici lascia la propria casa per sperare di ritornarvi presto e guarda al fiume come la minaccia ricorrente, ma le proprie radici non le vuole strappare. Sommo senza il fiume sarebbe solo fantasia. Un paese più volte ferito dal fiume ma che tiene a ricordare che aveva un Porto e che se si trova li è proprio grazie al fiume ed ora non vuole più farsi tradire.


Scende la notte, acqua dal cielo spazzata dal vento. Luci dei fari e dei mezzi di soccorso. Il frastuono della ruspa, gli ordini dei soldati, la fretta nelle gambe di tutti quanti fino alla notizia che ferma il tempo: ALLA BECCA SI E’ FERMATO. Non è stato così esagerato. Vediamo a Piacenza cosa combina e sapremo quanto farà a Isola Pescaroli. Passano le ore, il livello cresce lentamente ed estenuante, due centimetri l’ora, ci vorrà ancora molto tempo.  Si confortano gli amici, si rassicuria la gente, che forse anche stavolta la riusciamo a scampare. A Piacenza ha rotto, vediamo a Cremona dove si intende fermare....Quattro e cinquanta, forse quattro e trenta...ecco il caposaldo.  
A Isola farà un metro in più. 
Forza ragazzi che il frontiera 5 metri e 30 li riesce a tenere; prepariamo i sacchetti per i fontanazzi che, se tenuti a bada, saranno la nostra salvezza. 
La notte sarà lunga. La torcia è sul livello. Alle tre passa la piena. Nel frattempo monitoriamo la barriera e attendiamo lo stabilizzarsi delle acque. Quattro chiacchiere, ricordi di alluvioni passate e si fa l’una, si fan le due e a metri 5.30 Giove decide di non salire più. 
Mi siedo su una sedia, frugo nel tabacco e rimbocco la pipa, accendo una zaffata di sapori e penso che l’abbiam scampata. Vado a riposare. Qualche ora, fino alle quattro quando suona il cellulare ed il sindaco poco a monte felice mi dice che la piena da lui è passata. E non ha fatto danni.
Non dormo più. Accendo il Mac e scrivo nella rete: “5.30 m come da ultima previsione.
La piena sta lentamente passando, la felicità rapidamente tracima.
Attendiamo ancora qualche ora per dire se l'abbiamo sfangata ma il peggio sembra passato. (Sommo è salvo)”.
Passa un minuto, squilla un “Mi Piace”. 

C’era qualcun altro, nella Bassa, che non dormiva.

sabato 8 novembre 2014

NIPPONITES (Troco and Persico, 2014)


Nipponites è un genere di molluschi cefalopodi appartenente al gruppo delle ammoniti. Visse nel cretaceo superiore (circa 70 milioni di anni fa); i suoi resti sono stati trovati in Giappone e negli Stati Uniti. La forma della conchiglia di queste ammoniti era decisamente bizzarra: a prima vista, le spire svolte si intersecavano disordinatamente formando un groviglio altamente irregolare. A un esame più attento però, si riconosce un disegno preciso di elementi che continuano a ripetersi: in sostanza, la conchiglia era costituita da un reticolo tridimensionale a forma di U. 
Sulla conchiglia era presente una complessa sutura, ma le coste erano semplici. Una delle specie più note è Nipponites mirabilis del Giappone, dal diametro di circa 6 centimetri.

Come molte altre ammoniti svolte, si pensa che la Nipponites fosse un animale dallo stile di vita planctonico: probabilmente si faceva trasportare dalle correnti e si muoveva verticalmente seguendo le acque calde del Cretaceo superiore. Si nutriva di piccoli organismi catturati mediante i tentacoli che sporgevano dalla conchiglia.
La Nipponites rappresenta una delle forme più estreme nella storia evolutiva delle ammoniti, e non a caso è apparsa nella documentazione fossile soltanto nel corso del Cretaceo superiore. Probabilmente si è sviluppata da forme avvolte a spirale ad elica come Bostrychoceras e Turrilites
Delle Nipponites si sa relativamente poco. Tutto ciò che è riassunto nei paragrafi sopra riportati è frutto di limitati ritrovamenti giapponesi e statunitensi. Ricostruire un paleoambiente con queste ammoniti in vita è stata quindi una sfida che paleontologo e paleoillustratore hanno voluto affrontare per misurarsi e perché no, divertirsi con un soggetto che in generale non ha mai attratto particolare attenzione.
La sfida si è concretizzata definitivamente dopo una visita all’Atelier Troco, presso Cividale del Friuli, dove una bozza del dipinto era già accantonata in attesa di essere completata tra i diversi e più disparati soggetti artistici. Sintomo di una curiosità innata da parte dell’artista, verso soggetti problematici ma stimolanti.
Troco è un paleoillustratore naturalista. Un pittore capace e consapevole che solo l’attualismo può essere la chiave per rendere il dipinto di specie estinte un’ipotesi plausibile e naturalisticamente armonica. Mai un soggetto scontato, e mai un esemplare rappresentato in posizione da modello per cartolina.
Se le Nipponites erano planctoniche e se l’ipotesi di trasporto passivo mediante correnti marine è corretta allora poteva succedere che queste, viventi in colonie planctoniche, potessero spiaggiare a causa di imponenti mareggiate su qualche spiaggia perduta nel Cretacico superiore tra le coste del “paleoGiappone” o del “paleoTexas”, dove gli strati sedimentari testimoniano ancora oggi gli antichi trascorsi di questi strani molluschi.
Supponendo quindi per reali tutte le ipotesi e le considerazioni precedentemente riportate,Troco ed io abbiamo immaginato una spiaggia cosparsa di questi particolari molluschi.
Una analogia non trascurabile esiste, a mio giudizio, tra la forma generalmente “globosa” (seppur generata da un tubo ad U più volte ripiegato) delle Nipponites e quella sferica o pseudosferica delle coccosfere di Haptophyceae, alghe unicellulari, dal corpo globoso, caratterizzate da una copertura di placche calcaree.
Uno degli scopi di questa copertura “sferica” delle alghe calcaree, è quello di agevolare il trasporto planctonico ad opera delle correnti marine. Non una forma idrodinamica, bensì una forma galleggiante, che oppone resistenza, adatta ad essere facilmente trasportata.
La galleggiabilità delle coccosfere è data dalle ridotte dimensioni della cellula, e dalla morfologia dei singoli coccoliti, cioè le placche che ricoprono il corpo cellulare, spesso caratterizzata da eliche e prominenze.


Nel caso delle Nipponites, le dimensioni sono molto differenti, seppur contenute, e la galleggiabilità è favorita, oltre che da queste, anche dall’azione di spostamento gas-acqua esercitata dal cefalopode per privilegiare gli spostamenti batimetrici. Non una motilità orizzontale volontaria, la morfologia non lo consentiva, ma una risultante globulare che ricorda da vicino la forma terziaria delle proteine, oltre ad un peso specifico variabile utile per migrare batimentricamente.
Il trasporto passivo e la scarsa motilità volontaria, suggeriscono una dieta di tipo planctonico, fatta di piccoli organismi, viventi nella colonna d’acqua, trasportati anch’essi passivamente o comunque motili ma subordinati all’energia delle correnti.
Oggi non esistono cefalopodi con questo stile di vita, se non i nautilus che comunque manifestano una motilità volontaria certamente maggiore alle Nipponites. Animali con questo stile di vita potremmo identificarli nel gruppo di alcuni celenterati marini come la caravella portoghese (Physalia physalis Linnaeus, 1758), un sifonoforo costituito dall’aggregazione di 4 diversi organismi (zooidi) talmente integrati da dipendere l’uno dall’altro per sopravvivere. Non è poi così sbagliato quindi considerare la caravella portoghese un organismo.
Munita di un organo galleggiante, questa specie, viene trasportata passivamente dalle correnti marine, affondando una chioma di tentacoli riccioluti urticanti, utili per predare.
A questa specie ci si è ispirati per rappresentare le sconosciute parti molli delle Nipponitescui è stato lasciato, nel dipinto, un colore evocativo tendente al rosa e all’azzurro.


L’aspetto generale però non può essere altro che quello dei cefalopodi. Ecco quindi che un corpo sormontato da due occhi specializzati, si proietta in una chioma di tentacoli prensili ma più passivi di quelli dei parenti prossimi. Come strutture specializzate, per regressione, ad appendici per la cattura planctonica, pur in assenza di cellule urticanti.
Le ammoniti spiaggiate, pertanto, sono rappresentate con parti molli molto afflosciate, alla stregua delle caravelle portoghesi che spesso si osservano attualmente in abbondanza tra i ciottoli delle spiagge liguri.


Le dimensioni delle Nipponites erano ridotte, circa 6 cm di diametro. Nel dipinto si è resa necessaria una associazione con organismi estinti ma con discendenti attuali come il limulo.
La specie coeva alle Nipponites, rinvenuta in medesime formazioni geologiche del Texas (USA) è la Crenatolimulus paluxyensis, di cui viene di seguito riportata una immagine, che aveva dimensioni di circa 15, 16 cm.


Crenatolimulus paluxyensis


A questa specie, sono state associate anche valve di veneride, tipici bivalvi del cretaceo superiore, che presentano innumerevoli analoghi attuali che abbondano sulle spiagge marine sabbiose come quelle dell’Adriatico, per esempio.



Il quadro finale quindi è una spiaggia localizzata nei pressi di una foce fluviale, dopo un evento di tempesta, caratterizzata da numerose Nipponites spiaggiate di recente, su di un sedimento sabbioso-limoso, con ciottoli sparsi, e valve di veneridi, con un Limulo ancora in vita come si rinviene abitualmente nelle lagune salmastre della Florida soggette a mareggiate.



Come per gli antichi pescatori le meraviglie del mare si preannunciavano frammentarie sulle spiagge rinnovando lo stupore ma aumentando il mistero delle acque, così noi, scandagliando metaforicamente spazio e tempo attraverso le formazioni geologiche marine del Cretacico superiore, abbiamo tentato di resuscitarne frammento di antica memoria. 

References


FELDMANN, R., SCHWEITZER, C., DATTILO, B., & FARLOW, J. (2011). Remarkable preservation of a new genus and species of limuline horseshoe crab from the Cretaceous of Texas, USA Palaeontology, 54 (6), 1337-1346 DOI: 10.1111/j.1475-4983.2011.01103.x

Klinger, H. C. 1980. Speculations on Buoyancy Control and Ecology in some Heteromorph Ammonites, p. 337-355. In House, M. R. and Senior, J. R. (eds.), The Ammonoidea. Systematics Association Special Volume 18. Academic Press, London, UK.

Scott, Gayle, 1940, Cephalopods from the Cretaceous Trinity Group of the south-central United States: The Univ. of Texas Publ. 3945, pp. 969-1125, figs. 138-179, pls. 55-68.

Westermann G. E. G. 1996. Ammonoid life and habit, 607-707. In Landman N. H., Tanabe K., Davis R. A. (eds.), Ammonoid Paleobiology, Topics in Geobiology Volume 13. Plenum Press, New York, USA.

http://www.nhm.ac.uk/research-curation/about-science/staff-directory/earth-sciences/j-young/index.html

http://www.wired.com/2011/11/in-evolutions-race-horseshoe-crabs-took-a-slower-pace/