mercoledì 28 maggio 2014

MONDORINO: FARNETICAZIONI PALEONTOLOGICHE

A seguito di alcuni articoli in uscita in questi momenti sulla stampa locale (Cremona) credo sia opportuno intervenire con affermazioni lucide a riguardo delle farneticazioni e delle diffamazioni fatte dal protagonista della vicenda:



La “Gioconda dell’osso”, è il ridicolo nomignolo attribuito, dal presunto scopritore, al cranio di rinoceronte (Stephanorhinus kirchbergensis) consegnato circa un anno fa al Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR).
Il reperto, per il quale è stata dichiarata la provenienza (non confermata) da una spiaggia di Spinadesco (CR), rappresenta una sorta di mistero estivo che grazie alla ricerca scientifica si sta gradualmente svelando. Le evidenze traumatiche sull’osso potrebbero infatti suggerire altre modalità di rinvenimento ad esempio un'estrazione accidentale dai sedimenti alluvionali mediante una idrovora.
Il fossile venne presentato dal presunto scopritore sulla stampa il 3 luglio 2013 sul quotidiano locale online di Cremona e il 4 luglio sull'edizione cartacea.

(http://www.laprovinciacr.it/news/cronaca/43093/Cranio-preistorico-in-riva-al-Po.html)

A seguito della segnalazione pubblica che citava il personale del Museo di San Daniele quali esperti da consultare,  decidemmo di contattare il presunto scopritore per un incontro chiarificatore. Andammo, previo contatto telefonico il sabato successivo in tre: il Direttore del Museo di San Daniele Po Dott. Simone Ravara, io (Davide Persico, paleontologo dell’Univ. di Parma) ed un volontario del Gruppo Naturalistico Paleontofilo, presso l'abitazione dove era custodito il reperto. Dopo un consulto, il presunto decise di consegnare il reperto al museo che venne trasportato dopo essere stato messo adeguatamente in sicurezza. Purtroppo il fossile, prima della consegna, venne incautamente ma accuratamente lavato con getto d’acqua, e successivamente reidratato, perdendo preziose informazioni scientifiche e rischiandone il danneggiamento.
Una volta introdotto nel Museo il cranio venne collocato in sicurezza nel laboratorio del Museo Paleoantropologico sotto monitoraggio, disidratazione lenta e in locale sottoposto ad allarme, per essere poi immediatamente segnalato alla Soprintendenza della Lombardia.
La prassi vuole che i fossili ritrovati accidentalmente vengano tempestivamente consegnati alle autorità competenti (carabinieri, sindaco locale, funzionario della Soprintendenza per il territorio in questione, strutture museali idonee e riconosciute dallo Stato). In questo caso il presunto scopritore agì in modo anomalo dopo aver dichiarato alla stampa la volontà di tenere per sé il prezioso fossile patrimonio dello Stato.
Dal momento in cui il fossile entrò nel museo, per quanto ci riguarda, la vicenda si concluse.

Così non è fu per lo scopritore che pochi giorni dopo finì fotografato ed intervistato sulla stampa nazionale (Settimanale Visto, giornale di gossip) con una spada medioevale tra le mani ed un cranio di Uro (Bos primigenius) sulla barca.



Oggi, questi reperti non dichiarati dall'Indiana Jones (spada e cranio di uro) sono posti sotto sequestro presso il deposito della Soprintendenza Archeologica della Lombardia a Milano.

***
Questa precisazione nasce per controbattere informazioni del tutto campate per aria che rischiano di diffamare la mia persona, il Direttore del Museo ed il Museo Paleoantropologico stesso, pur avendo agito nel rispetto delle regole.

Il reperto conservato nel museo ha ricevuto un numero di inventario ministeriale (172285 - cranio di Stephanorhinus) e non è stato oggetto di sequestro, infatti è detenuto regolarmente da una struttura museale riconosciuta e adeguata: il Museo Paleoantropologico del Po.
Previa richiesta di permesso alla Soprintendenza della Lombardia il fossile è stato studiato ed un articolo è in fase di sottomissione ad una rivista internazionale. 
Questo reperto non è un reperto unico come lo definisce l’Indiana Jones del Po, ma è un bel fossile di rinoceronte, ben conservato, che si colloca in un panorama di altri ritrovamenti fossili del fiume Po e dell’area circostante. Grazie al suo stato di conservazione ha permesso la revisione tassonomica degli altri reperti precedentemente rinvenuti, migliorando le conoscenze paleontologiche a carico dei rinoceronti fossili che abitarono la Pianura Padana durante la preistoria.

Posso comprendere la rabbia del presunto scopritore del fossile a seguito di un processo dispendioso che lo ha visto come protagonista, ma coinvolgere persone e strutture che operano regolarmente secondo le leggi italiane per il solo scopo di migliorare le conoscenze e la divulgazione scientifica, è quanto mai scorretto.

Del rinoceronte del Po si sentirà parlare ancora molto, a partire dall’11 di giugno quando il sottoscritto presenterà al convegno della Società Paleontologica Italiana un resoconto scientifico dettagliato sulla scoperta. 
Del presunto scopritore invece, speriamo se ne perdano rapidamente le tracce.

domenica 25 maggio 2014

PASSAPORTA TORRENTE ENZA

Non sarebbe incredibile scendere da un ponte per fare  un salto indietro nel tempo? fino in un'altra Epoca magari? Bè esiste un luogo dove tutto questo è possibile. 
Come attraverso una passaporta, scendendo dal ponte che attraversa il Torrente Enza, a San Polo, si passa dall'"antropocene" al Pleistocene, dagli autotreni rumorosi che solcano la strada ad un letto marino di oltre 2 milioni d'anni fa. 
Scendendo per una capezzagna e inoltrandosi nel greto del fiume, si incontra il parente giovane di un paleofiume che erose strati rocciosi di origine marina, ricchi di fossili e di meraviglie geologiche... 
Ma andiamo per ordine, cioè per ordine stratigrafico...
A valle della cascata artificiale, immediatamente sotto il ponte di San Polo, scendendo alcuni terrazzi, è possibile poggiare i piedi su di un vero fondo marino, azzurro come il mare, ma fatto d'argilla. E' la formazione delle Argille azzurre Plio-Pleistoceniche.



Strati ordinati di argille, ricche di molluschi, crostacei, echinidi e squali, si trovano inclinati e immergenti verso la pianura a ricordare il prolungato sollevamento della catena appenninica. 


Questi strati, cosparsi a perdita d'occhio di fossili marini, risultano attraversati, in maniera discordante da "tubi" rocciosi che paiono scolpiti: sono i resti di camini metanogenici, vie di fuga di gas mesozoici che hanno trovato, sul fondo del mare, un rigurgito di libertà invadendo l'atmosfera dalle profondità preistoriche.


Le Argille azzurre sono sedimenti intertidali (piana di marea), la cui origine viene determinata grazie anche alla presenza di molluschi sospensivori, come il genere Turritella ad esempio.
La giacitura inclinata fa si che spostandoci da sud a nord, secondo la direzione di corrente dell'Enza, lasciandoci alle spalle il ponte, si attraversino strati di diversa natura che diventano sempre più recenti man mano, fino a concludersi con un taglio netto nell'"antropocene", la nostra epoca.


Percorse le superfici di erosione delle argille azzurre ci imbattiamo in strati con bioturbazioni superficiali, lasciate da organismi limivori. Le tracce, incavate negli strati, indicano che gli stessi sono diritti. La conformazione rodolitica dimostra la loro origine, antica deposizione calcarea ad opera di alghe rosse, ricchissimi in resti di molluschi lamellibranchi.



Riprendono di seguito strati ad Argille azzurre che si protraggono fino ad un limite litologico caratterizzato dalla comparsa di strati arenacei con superficie basale irregolare poggiante sull'argilla che sta sotto: sono arenarie generate dall'azione erosiva e trattiva del moto ondoso. Queste ondulazioni sono denominate ripple ed altro non sono che le creste di sabbia che calpestiamo abitualmente al mare in acqua bassa.



Aumenta in questi strati la concentrazione di lignite, residui vegetali carbonificati che si concentrano in straterelli improvvisi nell'arenaria: le tempestiti, residui sedimentari stratificati da antiche tempeste e mareggiate, capaci di accumulare sulla spiaggia marina imponenti quantità di frustuli, legni, frutti ed altri resti vegetali che il tempo e la carenza di ossigeno hanno progressivamente trasformato in carbone (fossilizzazione per carbonificazione).


Fa capolino da questi strati un bivalve molto importante e facilmente identificabile, l'Artica islandica, la cui diffusione nel Mediterraneo, 1,8 milioni di anni fa, contribuì a definire il passaggio tra due epoche: il pliocene ed il pleistocene. Oggi, questo fenomeno circoscritto non è più considerato caposaldo, pertanto un altro fenomeno di carattere globale, l'intensificazione della glaciazione nell'emisfero nord, ristabilisce il passaggio plio-pleistocene a 2,5 milioni di anni fa, alla base del piano Gelasiano.


Qualche passo più avanti verso nord, riprendono monotone sopra le arenarie, di nuovo le Argille azzurre che si interrompono pochi passi dopo a contatto con la formazione delle Sabbie Gialle.


Tutto ciò che è stato descritto sotto le sabbie gialle fa parte della formazione delle "Argille azzurre" e rappresenta, sedimentologicamente, un evento di trasgressione marina, cioè un periodo di innalzamento del livello del mare.


Le sabbie gialle sono invece il prodotto di una regressione, cioè di un abbassamento del livello del mare e, viste in sezione verticale, mostrano nel loro spessore una sedimentazione incrociata, gli "Hummochy". Queste figure sedimentarie sono laminazioni prodotte da correnti ondulatorie tipiche del moto ondoso. Una trincea scavata in una spiaggia sabbiosa attuale mostra gli stessi "disegni" deposizionali.




Intercalate in questi strati vi sono livelli lignitici, le tempestiti.




Il nostro cammino procede e siamo ormai sopra (stratigraficamente) agli strati a sabbie gialle e, convinti di esserci lasciati le argille azzurre dietro, ci ritroviamo in una nuova breve trasgressione marina, caratterizzata da strati di argille azzurre ricche in fossili.


Qualche metro e improvvisi compaiono strati di ciottoli, conglomerati intercalati alle sabbie gialle, che costituiscono il prodotto del trasporto di un antico fiume che sfociava proprio in mezzo a queste spiagge, con un delta capace di trasportare ciottoli di grandi dimensioni.



Questi strati di sabbie gialle con intercalazioni stratificate di ciottoli fluviali sono sovrastati da altre argille grigie questa volta apparentemente prive di fossili. Un'indagine più oculata però dimostra la presenza di legni carbonificati e fragili gusci di molluschi terrestri. Queste argille, diverse dalle precedenti, rappresentano il prodotto sedimentario di un ambiente paludoso, ricco di vegetali acquatici e di gasteropodi e bivalvi dulciacquicoli: siamo ora quindi in un ambiente sedimentario continentale.
Oltre questi strati argillosi bancate potenti di ciottoli disposti in modo caotico comunicano una facies di fan-delta, cioè di un ambiente sedimentario caratteristico di delta fluviale, il paleoEnza che sfociava in mare trasportando ingenti quantità di ciottoli.


Percorriamo con attenzione questi conglomerati fino ad uno strato di materiale fine, ordinato e lineare, il primo paleosuolo, una superficie emersa di qualche centinaio di migliaia di anni fa. Sopra di questo altri conglomerati deltizi e strati argillosi paludosi ripetuti in sequenza più volte. Abituati ormai al nostro percorso preistorico d'improvviso veniamo interrotti da un consistente strato di ghiaia dello stesso tipo di quello che abbiamo disceso sotto il ponte circa 500 metri a monte del torrente. Siamo tornati nell'antropocene, nella consuetudine di un ambiente alluvionale di pianura che inizialmente ci aveva accolti e che gentilmente si lasciò attraversare come una passaporta avventurosa.