lunedì 12 gennaio 2009

CAPITA A VOLTE...


... di sentire un subconscio richiamo, un presentimento sottile, un solletichio dentro lo stomaco che ti impone di partire, andare in un luogo perché sai che qualcosa ti attende, che la scoperta è dietro l’angolo, che la scarica adrenalinica del ritrovamento è un potentissimo piacere che non puoi farti mancare. Allora decidi in 5 minuti di andare, la macchina fotografica per immortalare l’attimo, l’attrezzatura necessaria e poi via fino al sito, quel luogo ormai ben esplorato, da molti conosciuto ma che il presentimento rivela celare ancora qualche segreto nascosto, come uno scrigno aperto a tutti quanti che in qualche modo ha un doppio fondo solo per te. Si va, anche se è il 31 dicembre, il freddo della bassa punge saturo di umidità, le piante imbiancate di gelo, la terra ghiacciata nera e fangosa sotto i piedi. Nessuno nei dintorni, non un suono, non un uccello, nulla. Dieci minuti e poi solo tu, in un universo di frammenti di manufatti, l’occhio vigile a scrutare qualche forma conosciuta nelle zolle di terreno. Passo lento, concentrazione altissima, attenzione spasmodica e irrefrenabile voglia di raggiungere il punto della scoperta. Non hai la certezza che avverrà, non sai in quale punto la farai, sai soltanto che devi insistere perché la sensazione è forte e il godimento è vicino. Un’ora di ordinato cammino per scandagliare un quarto dell'area interessata, con un occhio di riguardo alle gialle schegge di selce o agli ossi fossili. Si procede avanti e indietro, col sole di fronte e poi alle spalle, osservando, ragionando, pensando e sperando. Poi d’improvviso l’occhio è attratto da una sfumatura verde nel fango nero. Una sottile linea verde brillante come la malachite, un verde di certo non vegetale in questa stagione, e allora libri ed esperienza fanno uno più uno. Non può essere altro: bronzo ossidato. Provo delicatamente ad estrarre il presunto manufatto, ma questo, con estrema gioia non esce. Estrema gioia perché di certo è più grande di quanto prevedibile, allora si procede delicatamente a scavarlo. La lama affilata dell’Opinel si infila nel fango gelato affettandolo ed allontanandolo dal manufatto, poi delicatamente lo si estrae. La lama non luccica, incrostata di terra e fango, con residui di carbone ed un sottofondo di ossido verde. La ripongo nell’antico astuccio che accompagna le mie ricerche, residuato bellico riportante le scritte di un militare al fronte. Lo custodisco con cura, esultante, impaziente di ripulirlo ed osservarlo agli occhi di un microscopio. Riconosco con gratitudine quanto il sito mi ha donato e mi incammino verso casa, consapevole che spesso, al sesto senso, va dato più credito di quanto si possa immaginare. 
L’acqua toglie i residui della “capsula tempo” che l’ha conservato. Una lama in bronzo, rovinata ma quasi integra, 11 cm di storia da poco venuti alla luce, pochi grammi di una lega che ha segnato uno straordinario passo nell’evoluzione della tecnologia umana, pochi grammi di bronzo che andranno ad arricchire un museo e la memoria di tutte le persone che fortunate la potranno osservare.

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