mercoledì 31 gennaio 2007

ACCADDE UN GIORNO...

Da sempre vivo col fiume. Un’infanzia difficile, ma la sopravvivenza è ciò che conta. Vivo nella vasta pianura del grande fiume, nel bosco, in un piccolo villaggio con la mia gente, una comunità solo da qualche generazione stanziale. Il grande fiume è la nostra vita, ci da cibo, riparo, acqua da bere, legno e tutto ciò di cui abbiamo bisogno, per questo abbiamo deciso di vivere qui.
Il fiume è un grande padre, provvede a noi, ci aiuta nel raccolto, ci offre le sue fresche acque, ospita per noi meravigliosi frutti, cervi, cinghiali, castori, orsi, ed ogni meraviglia conosciuta.
Un padre premuroso cui dobbiamo la vita ma che dobbiamo servire e riverire ad ogni stagione, senza mai dimenticare che quanto ci da, la sua irritazione ci può togliere, per questo quando arriva il tempo dei fiori e quando cadono le foglie dobbiamo pregare. I nostri doni sono una giusta ricompensa alla casa che ci offre, al cibo che mangiamo, all’acqua che beviamo. Non possiamo dimenticare, non dobbiamo, perché lui non si dimentica mai di noi, non ci trascura mai, ci offre sempre tutto il necessario e se noi perdiamo riconoscenza la sua irritazione sarà immane.
E’ successo lo scorso anno, era caldo in quella stagione, più di ogni altra stagione. I gruccioni arrivarono prima, molto prima del solito, ed il loro urlare preludeva a qualcosa di terribile, di inaspettato. Il vecchio lo diceva che non aveva mai visto il clima cambiare in quel modo, diceva di portare doni, di calmare il grande fiume perché stavamo abusando di lui senza una giusta ricompensa. Nessuno del villaggio ormai lo ascoltava più, troppe volte aveva mentito, troppe previsioni non si erano avverate. Il vecchio era ormai una quercia inascoltata, come una parte di bosco la cui scomparsa nessuno avrebbe ricordato. Ma questa volta capiva, si lamentava, nella sua cecità vedeva, sentiva, perché i gruccioni urlano quando arrivano dopo un viaggio stremante affamati e decimati, e come frecce color fuoco radono l’acqua e le cime degli alberi sopra il villaggio.
Diceva che gli uccelli di fuoco urlavano per una catastrofe incombente, segnavano nell’aria la fine del mondo, tutto poteva far pensare ad una catastrofe, ma la cecità dovuta all’abbondanza di pesci, di cervi e cinghiali, ricopriva il buon senso offuscando le menti.
Era notte quando successe, dalle palafitte qualcuno osservò l’acqua salire, le donne presero i bambini, mentre gli uomini prepararono le piroghe, ma fu tutto inutile. Cominciammo a scappare nella direzione nord, verso le grandi montagne, ma eravamo troppo lontani per poterle raggiungere, cime azzurre sempre innevate che vedevamo da lontano sognando un giorno di toccare. I mercanti raccontavano di cime maestose, in cui la selce era abbondante e colorata, una gemma preziosa senza la quale non saremmo potuti sopravvivere.
Quella notte era molto buio, il cielo sembrava cadere, tuoni e fulmini scendevano facendo tremare la terra, mentre il caldo continuo da diversi giorni scioglieva i ghiacciai delle montagne. Il vecchio urlava, non voleva abbandonare la capanna principale, urlava che sapeva, e che era giunto il momento di pagare, che il fiume stava per riscuotere la propria ricompensa, che nessuno si sarebbe salvato e che era inutile scappare.
Scappare appunto, l’unica soluzione, presi il mio bambino, e con altri del villaggio decidemmo di percorrere il sentiero che dopo il canneto si stagliava verso nord. Raccolte poche cose, racimolate in fretta poche risorse decidemmo frettolosamente di partire, sapevamo che a poche ore di cammino le rive diventavano alte, c’erano gli strati della morte che delimitavano il letto di piena. Strati di terreno che alzavano la riva e che chiamavamo della morte perché nascondevano numerose ossa, molte, ammassate, ossa enormi di antichi animali che il vecchio saggio descriveva come terribili mostri, orsi enormi e animali giganti dal lungo naso. Raccontava che i suoi avi parlavano del grande freddo, che oltre al ghiaccio aveva portato strani animali dal pelo lungo rossiccio e dal lungo naso, ma erano storie per i bambini a cui nessuno realmente aveva mai creduto.
Cercavamo gli strati della morte che per uno strano destino avrebbero potuto salvarci la vita.
Non ricordo molto di quella notte, l’acqua ci bagnava i piedi, scendeva dal cielo e saliva dal terreno allagando tutto quanto. La terra era improvvisamente viscida, a fatica riuscivo a correre ed il mio piccolo urlava, piangeva infreddolito e spaventato dai tuoni del cielo, ma dovevamo resistere, correre, trovare un rifugio rialzato che permettesse all’acqua di arrestarsi e a noi di non affogare.
Ho un ricordo vago di quella notte, ricordo che il gruppo mi spingeva a continuare, correvamo esausti verso una salvezza che a pochi minuti di cammino venne meno.
La parete che saliva, colpita dall’acqua alla base crollò travolgendo in un turbine di fango, ghiaia e ossa il nostro piccolo gruppo in fuga, mi sembra di ricordare che persi il mio piccolo e confusa tentai disperatamente di aggrapparmi ai rami, ma fu tutto inutile…
…Mi svegliai molto tempo dopo, sotto un caldo opprimente, un naso umido si strofinava sul mio viso, da lontano una sagoma scura, deformata dal calore, si muoveva stancamente in un bagliore torrido ed afoso incredibilmente silenzioso e tranquillo.
Il vecchio vestiva indumenti strani, colorati, ed il lupo che portava con se lo indirizzò nella mia direzione. Era uno strano lupo, non ne avevo mai visti di quel colore ed anche la pelliccia non era consueta. L’uomo si affacciò su di me dall’alto, fece un gesto per toccarmi ma poi improvvisamente arretrò la mano. Era spaventato, io immersa nella sabbia bollente lo spaventavo, non capivo, ma vedevo che retrocedeva e dopo un secondo tentativo di avvicinarmi chiamò scosso il lupo e si allontanò con passo veloce.
Trascorsero alcuni giorni, altre persone mi notarono ma soltanto una mi portò con sé...

***

..Era il mese di agosto dell’anno 2001 quando Sandy venne ritrovata sulla barra fluviale di Motta Baluffi (CR), con grande stupore venne portata nel Museo di San Daniele Po, dove, una volta ripulita, venne accuratamente preparata, ed amorevolmente studiata e custodita. Sandy è un cranio umano, del quale non conosciamo il periodo di vita, ma con certezza riteniamo si tratti di un individuo vissuto durante la preistoria. Grazie agli studi antropologici e paleontologici oggi sappiamo molto di lei, conosciamo quanti anni aveva, dove era vissuta, ed anche ipotizzare che aspetto potesse avere. Immaginiamo che il fiume oltre ad averle donato la vita gliela tolse, come tolse quella di molti del suo villaggio. Fu probabilmente durante una piena stagionale del fiume, che, in assenza di argini e barriere protettive, la furia delle acque devastò intere regioni della pianura. E’ in questa pianura che continuiamo a ritrovare reperti preistorici di ogni genere, antichi tasselli di un puzzle del quale non conosciamo l’immagine finale o il numero di frammenti, quello che sappiamo con certezza è che mai troveremo ogni tassello mancante. Per questo il passato della nostra pianura emerge timido da supposizioni e ragionamenti che derivano da sporadici ritrovamenti casuali e che un museo o una raccolta può contribuire a costruire e far conoscere.

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