venerdì 5 ottobre 2007

RITORNO

L’Antartide è rimasto, per tutto il tempo intercorso tra la fine della passata missione ed oggi, una memoria di ghiaccio, freddo, colori e libertà, che ritrova nel momento dell’arrivo, l’emozione in assoluto più indimenticabile. La sensazione della luce polare che penetra il ventre spalancato dell’immenso cargo è un istante che segna l’intera vita. La partenza da Christchurch è avvenuta in completa tranquillità. Sotto una fitta pioggerella primaverile, ricordo per i prossimi tre mesi, è partito il viaggio di circa 6 ore alla volta di McMurdo, la base americana che, appena uscita dalla morsa invernale, si appresta ad essere ripopolata. In questi momenti ogni dettaglio, oggetto, situazione, viso, anche il più sconosciuto, viene inconsapevolmente raccolto in un policromo e caotico mosaico che solo dopo giorni di ambientamento risulterà chiaro e delineato ricordo. Circa cento persone, per lo più sconosciute, ordinatamente sedute l’una di fianco all’altra nella stiva del C17 della US AIR FORCE, affannate a riempire il tempo per distrarre la mente dalla meta finale e per contenere la palpabile tensione. Visi stralunati dal lungo viaggio civile, gente che dorme, chi passeggia nervosamente, chi mangia, chi scrive, chi legge o ascolta musica, mentre da ore l’Oceano Meridionale scorre inesorabilmente sotto i piedi.

Rivivere un’esperienza del genere è privilegio di pochi, ma pochi forse sono consapevoli della fortuna che li ha investiti. Visi intenti nei propri pensieri, specchi di vite separate che si incrociano in questo luogo ed in questo istante, su un aereo come in un collo di bottiglia, in cui forzatamente queste persone convogliano, costrette per i prossimi mesi ad una convivenza che soltanto le immense distese bianche dell’Antartide possono alleviare. La nuova esperienza come incognita, inconsapevole cammino da percorrere, già tracciato nelle menti ma ancora invisibile, come una pellicola appena scattata che soltanto dopo un accurato sviluppo potrà mostrare i propri segreti risultati. Siamo in tre gli italiani in viaggio. Tre viaggiatori solitari che la burocrazia italiana ha mantenuto separati per farli ritrovare prima dell’ultimo volo, il vero viaggio, quello che dalla civiltà porta alla natura infinita. Credo che gli “effetti” dell’Antartide non si dissolveranno mai, in particolare vedendo le indelebili tracce di nervosismo e apprensione nelle rughe e negli occhi anche dei veterani. Leggendo di avventure polari, di spedizioni al limite e di ricerche scientifiche ci si rende conto, anche dopo aver vissuto periodi al polo, che l’Antartide per l’uomo è stato a lungo la sfida ma oggi rappresenta la meraviglia, lo stupore, il senso di pace e di protezione che in pochi attimi però può tramutarsi in subdolo tradimento. Abbaglia di bellezza ma in un attimo ti attanaglia come le fauci di un meschino e fuggitivo cane che, traditrici, perforano il guscio della pacifica tartaruga; lei che naturalmente riparata vive nell’inconsapevole idillio del “giardino incantato” dove bellezza e tranquillità sovrastano ogni cattivo pensiero ma che la lavativa superficialità di alcuni può facilmente sconvolgere. Attendiamo da diverse ore questo momento chiave, quello del piede sul ghiaccio, del freddo penetrare nelle ossa, del viso paralizzato dal vento. Il momento in cui il corpo soffre ma la sofferenza è sovrastata dal senso di libertà che prende il volo alla vista dell’infinito mare ghiacciato, dei colori frastornanti e del cielo blu intenso. Con l’arrivo, il primo traguardo è stato raggiunto. Il giorno 3 ottobre 2007 alle ore 15.00 locali, ha preso inizio la nuova avventura, quella stessa che lo scorso anno ha portato importanti risultati scientifici ed indelebili ricordi, e che quest’anno si ripropone, con intenti ancor più esaltanti ma con maggiori difficoltà, di andare scientificamente oltre, indagando alle origini della calotta polare. Sarà sicuramente un’esperienza intrisa di sensazioni ed immagini al limite della realtà che già trova riconferma in questa prima alba, in cui una piccola nuvola in cielo assume, al crepuscolo mattutino, i colori dell’arcobaleno, rimarcando prepotentemente le caratteristiche di un luogo in cui la parola “normale” proprio non trova spazio alcuno.

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