martedì 6 novembre 2012

“FIGLI DEL TEMPO”


Così si intitola l'esposizione di Emiliano Troco ospitata fino al 2 di dicembre presso il Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po.
Non nascondo che avrei qualche problema nel definire con pochi aggettivi questa mostra che l’autore ha composto con ben cinquantacinque tele, esposte in poco più di venti metri. La sensazione che pervade il visitatore, all’ingresso nella stanza, è certamente quella di un vortice di colori, soggetti, natura, tecnologia, antropologia ed evoluzione capace di catturare ma anche stordire, confondendo facilmente le idee.


I quadri sono caratterizzati da una forte variabilità di soggetti collegati da un esile filo conduttore che persone non esperte di storia naturale difficilmente riescono a percepire... 
...ma se si intraprende il percorso corretto, la comprensione illumina la mente come sanno fare i colori più brillanti della nebulosa del quadro centrale o dell’arcobaleno che introduce l’esposizione.

 

Troco è un grande artista. Questo è innegabile. Come ogni grande artista, egli ragiona solo ed esclusivamente con la propria testa, infischiandosene di aggredire il mercato intraprendendo facili percorsi utili solo alle vendite. Dice Troco: “Purtroppo questo mio modo di lavorare mi condannerà per sempre alla fame”, forse, ma ha già ampiamente contribuito a generare un artista unico, del tutto nuovo, uno dei pochi pittori capaci di seguire coerentemente il propri interesse ed il proprio istinto infischiandosene dei banali paesaggisti o delle nature morte. Infatti Troco le nature “morte” le fa rivivere.
Un esempio della meticolosità scientifica, utile per far rivivere una specie estinta come un’ammonite ad esempio, è tutta racchiusa nel dipinto intitolato Scaphites sp., dove la scrupolosa e maniacale ricchezza di informazioni si traduce in un quadro dettagliato che esula addirittura dall’abituale stile adottato dall’artista.


E' di ieri inoltre la notizia della pubblicazione, ad opera di Andrea Cau, dell'articolo "New "Sauron" Dinosaur Found, Big as T. Rex", contenente la ricostruzione paleoambientale del Kem Kem marocchino, con una scena di predazione, eseguita allo stesso modo da Troco, mirabile connubio di competenza scientifica e arte prestata alla paleontologia. Anche questo, ormai famoso dipinto, fa sfoggio nella mostra "Figli del tempo".


Dopo aver osservato per più giorni la mostra, penso che non sia possibile sostenere che Troco adotti un metodo prediletto di dipingere, egli infatti affronta la variabilità dei soggetti con un’intensità diversificata che si ripercuote sul tema da raffigurare.
Di seguito si propone l’abstract dell’autore che accompagna i visitatori nella mostra. Si evince dal testo una profondità culturale fatta di specie, teorie scientifiche ed opinioni personali che emergono chiaramente nell’esposizione, e che da un’osservazione superficiale sembrerebbero scontrarsi nell’apparente contrapposizione tra un carro armato Mark V britannico della prima guerra mondiale ed una mandria di apatosauri in migrazione. L’evoluzione però è il nesso della mostra, un processo naturale che l’artista sa cogliere grazie alla capacità di estraniarsi dalla propria mente umana. Solo vedendo Homo sapiens come una specie animale del tutto affine alle altre, è possibile accostare l’evoluzione tecnologica alla natura, in un connubio antropocenico di processi naturali che l’uomo si illude di dominare.

 
"Per la nostra eccessiva formazione umanistica siamo normalmente portati a dividere i figli della Terra in due grandi gruppi: "le cose da uomini" e "le cose da natura". Questo appare chiaro se osserviamo la distinzione che abbiamo fatto tra storia e preistoria (1). Per la nostra eccessiva formazione umanistica tutto ciò che non riguarda l'uomo e la sua società ci appare come "inferiore". Questo riflette anche certe mire storico-religiose, e tanto per la cronaca voglio ricordare che oggi in America è attivamente ostacolato l'insegnamento delle leggi evoluzionistiche a scuola (2). Appare subito chiaro che il mio impegno artistico è volto nella direzione socio-pedagogica di una rinnovata visione evoluzionistica della vita, compresa la nostra società. Quello che vorrei è una cosa semplice e banale: che ognuno di noi fosse consapevole della storia della terra ogni qualvolta osserva qualsiasi fenomeno, sia pure l'ultimo modello di metrobus, in pratica avere una visione allargata sulla vita e poter collocare al posto giusto la nostra società. La visione scientifica distaccata permette di fare luce su molti aspetti, primo fra tutti capire i crimini sociali che compiamo verso la nostra natura biologica di homo sapiens, insomma la ricerca della felicità ha radici biologiche (3).
Come opero io in questo frangente con le mie opere? Cercando di fissare un piacevole ricordo visivo associato a un concetto evoluzionistico. E dando un alone di uniformità alle opere nel loro insieme. Non c’è attenzione particolare per il soggetto dei miei quadri, non più almeno di quanta ce ne sia per l'ambiente circostante, e le pennellate lavorano in maniera uniforme su tutta la superficie ricordando che gli atomi compongono anche i sassi e non solo la nobile corona di un re.
E, a livello più ampio, non pongo distinzione tra un soggetto attualmente esistente ed uno estinto. Anzi, gioco nel creare confusione mescolando le epoche lasciando che solo il titolo  e le corrette intuizioni possano identificare i singoli figli del tempo. In questa mostra in particolare abbiamo molti "esseri estinti" tra cui un arrugginito Mark V britannico della prima guerra mondiale. Per la nostra eccessiva mentalità umanistica(4) ci verrebbe da metterlo nella categoria "moderno", in
contrapposizione con un antico bosco di araucarie. E invece il nostro carro armato era già fuori produzione durante la seconda guerra mondiale, mentre le araucarie crescono ancora rigogliose sulle Ande, nonostante siano comparse oltre 200 milioni di anni fa. Il Mark V si trova oggi solo nei musei di storia militare allo stesso modo in cui lo scheletro di mammut si trova nei musei di storia naturale. Alcuni macchinari agricoli che ho dipinto nella loro più verniciata modernità potrebbero essere già vecchi modelli alla mia prossima mostra (5).
Il rinoceronte nero occidentale si è estinto nel 2011 (è stato sterminato dagli africani che vendevano il suo corno ai cinesi i quali lo usano per pratiche magico-medicamentose). E se io oggi illustrassi tale sottospecie dovrei pensarla come presente o come passato? Che cosa è il presente se non un punto senza dimensioni che separa il passato dal futuro? Il concetto di presente è legato forse a una sorta di speranza di sopravvivenza? Un passato recente che ha speranza di diventare un prossimo futuro? Ma siccome noi sappiamo che moriamo entro 100 anni, quanto possiamo pensarci presenti e quanto invece transitori?
Il tempo si frammenta, alcune storie si fanno più veloci di altre, altre ancora si intersecano e contaminano le vicine, certe finiscono e talune si ricavano squisite isole temporali, ma alla fine tutte rientrano nella grande freccia del tempo.
La striscia a serpentina che ho allegato alla mostra è una sorta di "istruzioni per l'uso", un vademecum che aiuterà il visitatore a viaggiare nel tempo ed identificare i suoi figli. Solo capendo che il tempo è uno solo e che anche la vita è una sola(6) e comprende la nostra con tutta la sua società, solo quando non faremo più distinzioni preferenziali di specie eletta destinata a scopi più alti di tutte le altre, solo quando sapremo collocarci nel giusto spazio temporale, solo quando smetteremo di rinnegare la nostra storia evolutiva, solo allora potremo iniziare a costruire una società su misura per noi (7)." -Troco-

1) a essere precisi preistoria oggi riguarda solo la storia dell'uomo prima della scrittura e, ancora peggio, non abbiamo un nome per indicare il periodo precedente che a ritroso va fino alla formazione della terra; alcuni suggeriscono "tempo profondo" o "tempo antico", ma io sinceramente preferirei una unica parola
2) dico “leggi” poichè il termine "teoria" in ambito scientifico ha lo stesso valore che il termine "legge" ha nel linguaggio comune, e gli antievoluzionisti si fanno forti di questi piccoli dettagli linguistici non potendo combattere frontalmente sul campo
3) Desmond Morris nel 1967 scrive “La scimmia nuda”, e i concetti espressi allora, se pur con qualche aggiornamento, sono validissimi ancora oggi: quando modifichiamo la nostra società non consultiamo mai i nostri bisogni biologici (qualsiasi nostro bisogno è biologico).
4) ciononostante  nel mio prossimo evento tenterò di recuperare i buoni principi della cultura umanistica e iniziare una critica a certi aspetti della cultura scientifica.
5) cè un motivo per cui rappresento l'Homo sapiens soprattutto con i suoi prodotti culturali piuttosto che con i singoli individui. se noi fossimo degli alieni venuti in visita sulla terra ci sorprenderemmo nel notare che alcune specie viventi producono una sostanziosa mutazione del territorio, destinata a durare anche dopo la loro morte. Un termitaio è una costruzione più ingombrante e durevole della singola colonia di termiti, la diga dei castori è in grado di modificare il corso di un fiume, lo scheletro dei foraminiferi è in grado di formare montagne come le dolomiti. anche l'uomo è una specie che compie modifiche territoriali durature, basti pensare alle piramidi o ai castelli che sono sopravvissuti ai loro costruttori e a tutte le dinastie. In pratica se io fossi un alieno e dovessi documentare la specie umana con una unica foto non fotograferei un uomo ma una città.
6) in realtà non abbiamo prova che la vita abbia una storia sola e lineare. Alcune teorie non verificate pongono una possibile vita alternativa (o più di una) sviluppatasi nei pressi delle fumarole nere, negli abissi marini durante il Precambriano. Tuttavia le leggi che la governerebbero sarebbero le stesse e a tutti gli effetti potremmo ribadire che la vita è una sola, al massimo di tipo A e di tipo B e che uno solo dei tipi ha prodotto l’evoluzione che conosciamo .
7) per evitare di pensare erroneamente di essere l'ultima creatura apparsa sulla terra ricordiamoci sempre l'orso polare: noi siamo comparsi oltre 200 mila anni fa, l'orso bianco solo 110 mila.





2 commenti:

  1. Entrando nella mostra/racconto di Troco vengono messe in discussione le immagini e strutture mentali che abbiamo della nostra collocazione nello spazio e nel tempo.
    Suona strano anche se corretto definirci come fa Troco "Homo Sapiens", perchè sostanzilamente noi siamo sempre gli stessi, ma quanto è cambiato l'ambiente!
    Tutti noi siamo abitutati al concetto di supremazia del DNA, pensiamo che il futuro stia nell'ingegneria genetica con la quale potremo padroneggiare l'evoluzione.
    In realtà la moderna biologia sta imboccando una via più moderata . Il nostro essere è l'unione tra il nostro patrimonio genetico e l'ambiente che controlla l'attivazione dei geni.
    In questo senso sono d'accordo con Troco che stiamo modificando in modo significativo l'ambiente senza tenere conto delle nostre reali esigenze biologiche.
    Silvae

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  2. Ottima l'idea di fondere scenari moderni, o comunque di memoria storica, con ricostruzioni di tempi antichi e vite estinte, sfumando il confine di qualsiasi classificazione temporale. E' forse l'unico modo per percepire la vastità del tempo, siamo troppo abituati a pensarci come capolinea della storia, anziché come punto sparso nel tempo. Bravo Troco, e speriamo di vedere altre iniziative come questa!

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