venerdì 1 novembre 2013

MONKEY vs. SNAKE


All’evoluzione biologica si è associata una crescente complessità. Gli organismi più evoluti esistenti oggi sulla Terra contengono un cumulo di informazioni, sia genetiche sia extragenetiche, nettamente superiori a quello di organismi più complessi vissuti -poniamo- duecento milioni di anni fa, il che rappresenta il 5% della storia della vita sul nostro pianeta. Gli organismi più semplici sulla Terra hanno, dietro di sé, una storia evolutiva altrettanto consistente di quella degli organismi più complessi e il biochimismo interno dei batteri attuali può essere più efficiente di quello dei batteri di tre miliardi di anni fa. Ma la quantità di informazione genetica dei batteri attuali non è, probabilmente, molto maggiore di quella dei loro antenati. E’ importante distinguere tra quantità e qualità di informazione.
Ogni taxa terrestre vivente, con nucleo cellulare, presenta dei cromosomi che contengono il materiale genetico trasmesso da generazione a generazione (Sagan, 1979). Questo materiale genetico, costituisce il supporto fisico di informazioni utili per la crescita e lo sviluppo del corpo dell’organismo e per il suo funzionamento.
Per funzionamento si intendono i processi fisico chimici che provvedono alla sua ontogenesi, cioè la crescita, al suo interagire con l’ambiente circostante, con i suoi simili, con altre specie e con specie potenzialmente dannose. Per quest’ultima funzione, è assodato che il DNA contenga informazioni utili per evitare i pericoli conclamati per la specie come l'ingerire sostanze pericolose o riconoscere, senza aver mai dovuto affrontare un’esperienza negativa, un potenziale pericolo.
Queste informazioni innate, poi, sono completate e migliorate con l’esperienza, cioè con eventi trascorsi che lasciano una memoria nel cervello di chi li ha vissuti. Per memoria si intendono informazioni ambientali che assumono base fisica nel cervello attraverso la produzione neuronale. E’ ormai conclamato che un ambiente stimolante, molto vario, ricco di curiosità, di pericoli, e di fonti informative, contribuisca ad aumentare l’esperienza, cioè contribuisca ad incrementare il numero di neuroni che compongono il cervello (Sagan, 1967).
Questo fenomeno, osservato molte volte ma anche ampiamente intuito specialmente nei primati (ma non solo), trova ampio riscontro in un articolo pubblicato poco tempo fa a riguardo dell’istinto innato dei primati nel riconoscere ed evitare i rettili ofidi (serpenti) (Morris, 1967).
Scrive Eleonora Degano su oggiscienza che “è grazie alla minaccia dei serpenti che i nostri antenati hanno evoluto capacità di visione così sofisticate: lo spiega un nuovo studio pubblicato su Pnas.
Questa teoria venne proposta già nel 2006 da Lynne Isbell della University of California, spiegando come i primati avessero evoluto una dettagliata visione a corto raggio proprio per riuscire a individuare ed evitare i serpenti con i quali condividevano l’habitat. L’ultimo studio, a opera di un gruppo di neuroscienziati della Toyama University e della University of Brasilia, ha dato nuova forza alle deduzioni di Isbell.
I ricercatori hanno infatti scoperto che nel cervello dei macachi Rhesus ci sono dei neuroni che rispondono specificamente alla visione dei serpenti, o a immagini che li raffigurano, anche se i primati non ne hanno mai visti prima. Queste cellule nervose serpente-sensibili, inoltre, sono molto più numerose e vantano una risposta più potente e rapida rispetto ad altre che si attivano di fronte a volti o zampe di altri macachi, oppure a immagini di forme geometriche. E questo è proprio l’opposto di quanto verrebbe spontaneo pensare, poiché data la nomea di animali sociali dei primati, gli scienziati si sarebbero aspettati un riconoscimento veloce prima di tutto nei confronti dei loro simili.
Secondo Isbell e i colleghi, è dunque probabile che i serpenti abbiano esercitato una pressione evolutiva molto forte sui primati. I mammiferi moderni e i serpenti sufficientemente grandi da mangiarli, infatti, si sono evoluti nello stesso periodo, circa 100 milioni di anni fa, e hanno dovuto dividersi e contendersi le risorse di un habitat comune costituito da foreste e praterie. In altre precedenti ricerche, gli scienziati avevano già osservato le reazioni dei primati alla vista dei serpenti: in questo caso, tuttavia, i macachi Rhesus erano stati cresciuti in un ambiente controllato e non erano mai venuti a contatto con dei serpenti prima dello studio, avvalorando ulteriormente la ricerca. L’attivazione dei neuroni serpente-sensibili, infatti, è avvenuta comunque molto rapidamente, il che ha fatto supporre ai ricercatori che i circuiti neurali che la determinano siano regolati a livello genetico”.
In sintesi esiste nel primate la paura innata del serpente quale competitore e predatore. In modo strettamente correlato vi è stata l’evoluzione nei primati di caratteri utili per la sopravvivenza.
Certamente in questo ambito trovano radici concrete anche la simbologia ed il significato attribuito al serpente nella religione cristiana.


Reference

Degano Eleonora, 2013. L’antica lotta tra primati e serpenti.
http://oggiscienza.wordpress.com/2013/10/31/lantica-lotta-tra-primati-e-serpenti/

Isbell, L.A. 2006. Snakes as agents of evolutionary change in primate brains. Journal of Human Evolution 51:1-35.

Morris Desmon, 1967. La scimmia nuda. Studio zoologico sull'animale uomo. Bompiani.

Quan Van Le, Lynne A. Isbell, Jumpei Matsumoto, Minh Nguyen, Etsuro Hori, Rafael S. Maior, Carlos Tomaz, Anh Hai Tran, Taketoshi Ono, and Hisao Nishijo, 2013. Pulvinar neurons reveal neurobiological evidence of past selection for rapid detection of snakes. PNAS (http://www.pnas.org/content/early/2013/10/23/1312648110)

Sagan Carl, 1979. I draghi dell'Eden: considerazioni sull'evoluzione dell'intelligenza umana, Valentino Bompiani & Co.

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