domenica 24 dicembre 2006

FINALMENTE NATALE...


Thoracosphaera sp.

E’ il 25 dicembre, Natale. Secondo le previsioni, domani sarà l’ultimo giorno di perforazione del Mare di Ross. ANDRILL è alle battute conclusive, dopo aver stabilito il nuovo record di profondità per un sito sul continente antartico: circa 1200 metri perforati e molti dati, tanti in più di quanti ci si aspettasse inizialmente.
I cambiamenti tecnici occorsi nell’ultimo mese hanno notevolmente alleggerito i miei carichi di lavoro, lasciando tempo libero per le attività collaterali. Qualche tempo fa, dopo alcuni contatti con i miei Professori di riferimento a Parma e a Tallahasse, in Florida, ho deciso di andare oltre il lavoro assegnatomi ufficialmente per inoltrarmi nella ricerca scientifica micropaleontologica, mio vero ambito di indagine e di approfondimento. Questo settore, purtroppo non previsto direttamente in Antartide, troverà il suo spazio in un secondo tempo presso l’Università degli Studi di Parma e la Florida State University, dove si studierà specificatamente il contenuto in nannofossili calcarei. Le attività di un team di ricerca, in progetti internazionali, sono gestite e regolamentate dai capi progetto, ai quali ho dovuto richiedere il permesso per iniziare il lavoro di analisi nel tempo lasciato libero dall’incarico ufficiale di curator. Lo studio dei campioni ha delineato immediatamente interessanti scenari.
I nannofossili calcarei sono frammenti di microscopiche alghe unicellulari che vivono ancor oggi in mare e che prendono il nome di nannoplankton calcareo. Essi sono stati oggetto per due anni della mia tesi di laurea, per quattro del dottorato di ricerca e per altri 3 anni di approfondimenti per borse di studio in relazione a progetti internazionali. Il loro studio on-ice non è stato previsto in ANDRILL perché progetti scientifici trascorsi hanno evidenziato la loro assenza in sedimenti recenti posti a latitudini così elevate (77° Sud). Durante tutti questi anni di ricerca ho sempre lavorato a progetti riguardanti l’Oceano Meridionale, cercando di ricostruirne la storia climatica, avvalendomi proprio dell’ausilio di queste minuscole particelle di calcare.
La volontà di studiare subito i nuovi campioni è stata incentivata più che dalla speranza di qualche ritrovamento, dall’intenzione di lasciare il segno in vista di progetti futuri e soprattutto dallo scetticismo di molti riguardo alla possibilità di ritrovare in Antartide questo gruppo di fossili. D’altro canto, osservando l’equipe sedimentologica al lavoro e le descrizioni geologiche effettuate, lo studio dei resti calcarei appariva troppo trascurato.
Tra lo scetticismo generale, alle 4 del mattino di 20 giorni fa ho deciso di sedermi al microscopio per iniziare l’analisi del primo campione. Lo strumento non era propriamente adatto a questo tipo di ricerca, ma la volontà di tentare era troppo forte. “Sarà forse un’assurda battaglia ma ignorare non puoi, che l’assurdo ci sfida per spingerci ad esser fieri di noi..” così Guccini urlava attraverso i miei auricolari quando mi accingevo ad effettuare il primo ritrovamento. Da lì è stato tutto un susseguirsi di frenesia, eccitazione, necessità di guardare oltre, di comunicare subito a qualcuno quanto riscontrato. Risulta ancora difficile per me descrivere l’emozione provata nel vedere di nascosto un passaparola improvviso nel gruppo, un rincorrersi di informazioni approssimative che gradualmente si congiungono come i tasselli di un puzzle, come un domino confuso che pian piano comincia a trovare ordine, trasformando l’informazione in dato ed il dato in un vasto quadro sempre più logico e sorprendente, apparentemente scontato ma indefinito, come un’immagine dietro un vetro appannato che un semplice e rapido passaggio di mano aiuta a mettere a fuoco.
Mentre scrivo questo articolo ho già visionato 1150 metri di carote, circa 1000 campioni, in 154 dei quali ci sono nannofossili. Bloccati tra due sottili vetrini da microscopio sono stati scoperti in sedimenti deposti oltre 1 milione d’anni fa, sotto il ghiaccio e l’oceano, nel fondo marino, come inclusi nell’epidermide della Terra, in attesa che un sottile ago venisse calato dall’alto per prelevarli e portarli in superficie. Sono microscopiche briciole di calcite, frammenti di altrettanto microscopiche sfere che 1 milione di anni fa galleggiavano vive nella parte superficiale del mare. Appunto, galleggiavano nel mare e proliferavano alla luce del sole, in un mare freddo ma libero dai ghiacci che oggi invece si presenta come un’infinita solida e fredda distesa bianca.
Un milione di anni fa, quando lo strato contenente i nannofossili si formò, il clima era più caldo dell’attuale e l’assenza di ghiaccio superficiale rendeva le acque del Mare di Ross libere e soleggiate. Al loro interno, oltre alle centinaia di migliaia di specie viventi di vertebrati ed invertebrati, proliferavano minuscole ed apparentemente insignificanti cellule vegetali rivestite di carbonato di calcio, che una volta morte si sono depositate sul fondo dove sono state sepolte per poter attraversare il tempo e raccontare tutto quanto vissuto a chi le avesse ritrovate.
“Interglaciale numero 31” lo chiamano gli esperti, un periodo caldo già riscontrato in altre perforazioni, ma mai creduto tanto caldo da far collassare il ghiaccio del Mare di Ross. Dai primi dati emersi giorni fa, qualcuno cominciava a sospettare dell’accaduto ed il ritrovamento di questi fossili rappresenta una prova in più di quanto successo. In molti altri strati sottostanti il “livello 31” i nannofossili sono presenti, confermando con dati forniti da altre discipline che le fasi di scioglimento e riformazione dei ghiacci si sono ripetute ciclicamente molte volte, caratterizzando la storia climatica “recente” del nostro pianeta. Il gruppo si è mostrato entusiasta perché la scoperta dei fossili calcarei ha portato conferme alle loro ipotesi. Alcuni hanno chiesto la presentazione dei dati per poter condividere osservazioni o valutare obiezioni. Nei giorni successivi, l’esposizione è stata accolta con entusiasmo ed approvazione.
Nella stanza centrare del Crary Lab, dove sono collocati i laboratori per la ricerca di ANDRILL, è stato appeso un pannello sul quale sono stampati i primi dati sedimentologici, magnetostratigrafici e paleontologici. Questo poster mostra l’evoluzione dei risultati, il quadro geologico del pozzo, prodotto da ogni ricercatore che studia, scopre, trova o semplicemente osserva. Ognuno può interagire istantaneamente, integrando il pannello con dati propri e contribuendo alle sequenziali evoluzioni. Passando di fronte al quadro ogni mattino è possibile vedere i progressi, comprendere i passi avanti compiuti durante il giorno e la notte, fare osservazioni e trarre conclusioni, a volte sfacciatamente azzardate e talvolta timidamente corrette. Lo scopo di questo metodo è quello di mettere il team nelle condizioni di discutere di fronte a informazioni relative a tutte le discipline.
Prima di partire speravo di poter provare un’esperienza di ricerca vera, in cui ogni aspetto potesse rappresentare motivo d’apprendimento, ma mai mi sarei immaginato di poter esser chiamato in causa per produrre risultati così seriamente considerati.
All’inizio dell’esperienza in Antartide la mia attenzione era rivolta ad osservazioni naturalistiche ed ambientali, ma col procedere dei lavori la concentrazione si è spostata sul vero ed unico obiettivo inizialmente prefissato: contribuire all’aumento delle conoscenze sui cambiamenti climatici.
Dopo tutto questo tempo e gli innumerevoli tentativi di comunicare quanto più possibile circa questa esperienza, credo sia ancora difficile per il lettore intuire quanto sia stato fatto nel progetto ANDRILL. In un certo senso è ancora difficile anche per me realizzare concretamente la possibilità di arrivare in pochi giorni di viaggio nel luogo più difficile ed inospitale del pianeta, perforare 90 metri di ghiaccio, attraversare 900 metri di oceano, penetrare nel fondo marino per 1200 metri, estrarre oltre 1 chilometro di cilindri di roccia all’interno dei quali ricercare fossili calcarei delle dimensioni di 0,005 mm, le cui presenze possono rivelare informazioni sulla temperatura dell’acqua marina superficiale di oltre 1.000.000 di anni fa... Nei prossimi anni si sentirà certamente parlare di ANDRILL come del progetto guida per le ricerche scientifiche antartiche e ad esso faranno riferimento nuovi altri importanti studi internazionali. In attesa di ulteriori scoperte si dovrebbe comunque far tesoro delle informazioni acquisite, cominciando a porre rimedio ad una situazione che, sulla base di prove certe, porterà il pianeta verso catastrofici cambiamenti ambientali.

Nessun commento:

Posta un commento

ATTENZIONE:
I COMMENTI OFFENSIVI, VOLGARI O PUBBLICITARI VERRANNO ELIMINATI.
I COMMENTI ANONIMI VERRANNO ELIMINATI.