giovedì 7 dicembre 2006

SULLE ORME DEI PRIMI ESPLORATORI

Mc Murdo 22-11-06

E venne l’ora di un meritato riposo. Finalmente, dopo molti giorni di turni ininterrotti, di perforazione continua, di preparazione ed analisi dei campioni, il primo obiettivo è raggiunto.
Il lavoro del drill site è scandito da intervalli di profondità. Il progetto iniziale prevede l’interruzione dei lavori e l’aggiunta di nuovi tubi di perforazione a profondità definite, ed il secondo traguardo di profondità è finalmente stato raggiunto. Da questo momento in poi le carote avranno un diametro inferiore (45mm) fino alla profondità massima raggiungibile di 1200 metri.
Per la manutenzione dell’impianto e l’ingresso dei nuovi tubi sono necessari almeno 3 giorni, durante i quali verrà provata e messa a punto l’intera struttura.
In questi giorni di sosta sono state organizzate escursioni turistico-naturalistiche, notturne e diurne per non costringere il personale ormai abituato ai turni, a nuovi estenuanti cambi d’orario.
Per i Night shift, cioè il gruppo del personale del turno di notte, l’escursione è programmata per le 22.00, il ritorno previsto entro le 6.00 del mattino. Partiamo con i Pistel Bully, cingolati lenti ma molto potenti che possono trasportare fino a 8 persone e sono dotati di un’ampia superficie di appoggio per viaggiare sul ghiaccio spesso solo pochi metri. Andiamo a visitare le capanne di Scott e Shackleton, i rifugi che i due esploratori ed i loro compagni di viaggio costruirono ed utilizzarono come base per le ricerche scientifiche nei primi anni del 1900. Il viaggio è lungo, ma se paragonato ai racconti di viaggio dei due esploratori è un lussuoso e comodo tragitto. L’ambiente è surreale, un’infinita distesa bianca ai piedi del monte Erebus, il più grande vulcano attivo del continente. Ogni tanto emergono dal ghiaccio colline e scogli di roccia nera ricchissima di cristalli meravigliosi di anortite che la rendono caratteristica e tagliente come rasoi. Il contrasto tra il nero della lava ed il bianco azzurro del ghiaccio è d’incanto. Sporadiche in lontananza s’intravedono alcune foche e qualche skua, per il resto, nessuna altra forma di vita, solo un infinito deserto bianco surrealmente privo d’acqua.
Dopo circa due ore di viaggio arriviamo al primo rifugio, quello che Scott ed i suoi compagni di spedizione costruirono e utilizzarono nel 1911. Una capanna in legno, ben conservata con annessa stalla per i cavalli e con tutti gli oggetti originali assolutamente in ordine, vestiti, derrate alimentari, strumenti di costruzione, di studio e di sopravvivenza, una vera emozione. Gli Stati Uniti hanno deciso di conservare questi monumenti storici a scopo didattico e divulgativo, impiegandoli come itinerari turistici per il personale della base. La discesa per la visita del rifugio è difficile. Il vento fortissimo in grado di trasportare frammenti di roccia e ghiaccio, non consente una marcia agevole costringendo a spostamenti accorti col corpo inclinato in avanti e con piedi ben saldi sul ghiaccio. Ci sono circa 25 gradi sotto lo zero ma le maschere protettive, il vestiario e l’abitudine ormai acquisita al freddo, hanno reso il passaggio assolutamente privo di sofferenze. Siamo rimasti per circa un’ora in visita al sito per poi ripartire alla volta del secondo rifugio, il più antico e da parte mia anche il più atteso perché collocato tra le montagne di fronte ad una pinguinaia, una colonia di Pinguini di Adelia di circa 500-800 esemplari. Lo spostamento tra il primo rifugio ed il secondo ha costeggiato il monte Erebus ed in particolare il fronte del ghiacciaio Barnes, un immenso cono bianco che partendo dalla cima del vulcano si appoggia sulla banchisa con una parete verticale azzurra come il mare, alta da 30 a 50 metri. Lo spettacolo è da togliere il fiato, un immenso muro azzurro, frastagliato, con qualche foca alla base ed un vulcano enorme alle spalle. L’effetto che induce è di contemplazione, di prostrazione verso tanta potenza e bellezza. Ho osservato lo scenario tra il silenzio del gruppo ed il sibilo del vento, scattando solo qualche immagine senza riuscir ad immaginare nulla di più bello al mondo.
Raggiunto il rifugio di Shackleton (1907), una piccola e spartana capanna in legno collocata in cima ad una collina vulcanica, all’interno di un anfiteatro riparato dal vento l’attenzione viene immediatamente richiamata da un vociare confuso percepito a malapena a causa del sibilo del vento. E’ una colonia di pinguini perennemente infastidita da alcuni opportunisti skua, uccelli scuri, simili a gabbiani che si nutrono di carcasse e di pulcini di pinguino appunto.
La pinguinaia è attualmente oggetto di studio di alcuni biologi accampati in un campo posto nelle vicinanze, pertanto avvicinarsi oltre un certo limite è vietato. Per cogliere qualche immagine ravvicinata degli esemplari ho aggirato la colonia avvicinandomi il più possibile di lato. Lo spettacolo è stato entusiasmante, centinaia di piccoli animali in cova sui loro nidi di pietre per nulla intimoriti dall’uomo, hanno focalizzato l’attenzione fotografica diventando oggetto di numerosi scatti. Non conosco queste specie, non conosco il loro comportamento e le loro abitudini, pertanto ogni incontro è per me un’esplorazione che ben si allontana dalle pur utili informazioni che si possono trovare su guide o manuali. Mi distacco dal gruppo di colleghi al seguito per osservare la colonia da un altro punto di vista quando dopo pochi minuti d’osservazione un esemplare si incammina solitario fuori dal perimetro protetto permettendomi di avvicinarlo per ritrarlo.
L’emozione in questi momenti è molto forte, ci si trova ad interagire con la natura, in un ambiente sconosciuto, faticando a rimanere spettatore passivo. Le fotografie ottenute, senza arrecare disturbo all’animale, sono una splendida ricompensa per la faticosa giornata al freddo.
La visita al rifugio ha rivelato molti aspetti curiosi della vita di allora, degli studi e delle esplorazioni che si stavano compiendo. Nella capanna sono ancora visibili le collezioni di rocce raccolte per l’esplorazione geologica ed alcuni pinguini mummificati. Gli esploratori, infatti, scoprirono nei pinguini un ottimo strumento di raccolta di dati geologici. I pinguini, come altri uccelli, ingeriscono rocce per la masticazione gastrica del cibo. Spostandosi in diverse aree essi raccolgono una grande varierà di piccoli frammenti di roccia che nel loro stomaco si consumano gradualmente prendendo il nome di gastroliti. Cacciando alcuni esemplari di pinguino Shackleton ed i suoi compagni di spedizione scoprirono numerosi tipi di rocce che vennero poi ricercate più approfonditamente nella regione.
Gli studi scientifici attuali sono soltanto lontani parenti delle pionieristiche esplorazioni scientifiche antartiche, ma è grazie ad esse se oggi in continente esistono basi logistiche d’appoggio e mezzi per raggiungere traguardi scientifici allora inimmaginabili. Lo studio dei pinguini di Shackleton è un curioso esempio dell’ingegno umano nel raggiungere risultati in un ambiente così ostico ed inospitale, una delle tante curiosità che si sommano all’infinita vastità di insegnamenti che possono trarre da questo luogo, un arricchimento culturale e scientifico del quale mi farò sicuramente vettore in alcuni incontri pubblici una volta ritornato in museo.

Nessun commento:

Posta un commento

ATTENZIONE:
I COMMENTI OFFENSIVI, VOLGARI O PUBBLICITARI VERRANNO ELIMINATI.
I COMMENTI ANONIMI VERRANNO ELIMINATI.