venerdì 1 dicembre 2006

LA TORRE

27 ottobre 2006 Mc Murdo, Antarctica

Ore 9.30 di una giornata cupa dal cielo grigio, i capi riuniscono tutti i membri di ANDRILL per confermate la notizia che già da giorni aleggiava tra i laboratori ancora in allestimento…le prime carote di sedimento sono state estratte, questa sera arriveranno alla base. Dopo molti giorni di incertezza si diffondono entusiasmo ed ottimismo. Il team di curator si prepara a prelevare presso il Drill Site i preziosi campioni. Carota, è un termine generico che indica un cilindro di sedimento più o meno coeso o litificato che viene estratto mediante differenti tecniche da un sito di perforazione. Le prime carote di ANDRILL, sondaggi superficiali del fondo marino, servono per studi biochimici, biologici e sedimentologici. Il team dei Curator è un gruppo di persone che congiungono il lavoro dei logisti, che operano in cantiere (drill site), con quello degli scienziati e dei ricercatori che attendono i campioni nei laboratori. E’ un lavoro di estrema importanza, nel quale anche il più banale errore può essere fortemente amplificato dalle successive analisi stratigrafiche. Ore 22.00: il team si riunisce, siamo in tre io, Matt Olney, inglese di Londra e Matt Curren americano di Talahassee, Florida. Partiamo in missione a prelevare la carota con un pick up enorme, con 4 cingoli al posto delle ruote. Percorriamo la costa fino a Scott Base, la base neozelandese e poi, previa autorizzazione radio scendiamo prudentemente giù dal pendio fino a raggiungere una piatta e infinita distesa bianca: il ghiaccio marino permanente. L’emozione è altissima, l’ambiente surreale, il turno di notte dopo una giornata noiosa d’attesa lo rende paragonabile ad un sogno in cui reale ed irreale si confondono disorientando. Scendiamo, il cielo è grigio, nevica leggermente, sulla banchisa l’unico riferimento orientativo, perse di vista le montagne alle nostre spalle, è l’orizzonte di fronte a noi, una linea pallidamente arancione che divide il grigio chiaro del ghiaccio dal grigio leggermente più scuro del cielo. Uno scenario del genere non ricordo di averlo mai visto, mostrerei lo stesso incantato stupore alla vista di un altro mondo, sembra impossibile si tratti dello stesso pianeta verde, caldo e profumato che vedo ogni giorno galleggiando in kayak sul fiume. Dopo alcune centinaia di metri, soltanto le bandierine strappate dal vento che identificano la strada da percorrere sul ghiaccio permettono di non perdere la giusta direzione. Qui non esistono i punti cardinali, ogni direzione è nord, nemmeno alle stelle ci si può rivolgere per un aiuto, da settimane ormai il sole ha sopraffatto la notte. Di fronte a noi in lontananza un rilievo, un’anomalia dell’orizzonte su uno sfondo arancione diviso tra cielo e ghiaccio da un’impercettibile linea sottile. E’ la torre. Così viene chiamato in gergo il sito di trivellazione, una torre di 30 metri circa, coperta da teli bianchi trattenuti saldamente da tiranti, all’interno della quale una struttura tecnologicamente avanzatissima sostiene aste e pesi per trivellare il fondo dell’oceano. Uno scenario fantascientifico degno dei migliori film, sembra incredibile essere qui, avere la fortuna di poter vivere un’esperienza simile e soprattutto di poterla raccontare, è entusiasmante conoscere persone che ormai da mesi lavorano in questo luogo sperduto tra i ghiacci, in autonomia, lontani da casa, con una preparazione ineccepibile ognuno con caratteristiche proprie generate dalla personalità e dall’isolamento. Non ho mai conosciuto in nessun altro luogo lo stesso spirito d’accoglienza, di condivisione e di felicità manifestato da queste persone nell’incontrare gente assolutamente sconosciuta le cui parole, sorrisi, conforto e soprattutto solidarietà sono preziose come l’oro. Un solo gruppo, come una famiglia, ognuno con i propri sacrifici personali tutti mirati ad un unico nobile obiettivo, prelevare strati di roccia che possono svelare i segreti del passato del nostro pianeta. L’arrivo è rapido, ci fermiamo, non possiamo spegnere il potente automezzo, a – 20° non ripartirebbe più a meno di un contatto con batterie supplementari o generatori. Scendiamo e cerchiamo il responsabile, un ragazzo giovane, spigliato che dirige il cantiere con il piglio di chi la sa lunga e di chi sa farsi rispettare portando rispetto e solidarietà agli altri ragazzi del gruppo. Ci invita a visitare il cantiere, un impianto progettato e realizzato da una ditta specializzata con sede in Nuova Zelanda. Uno sforzo economico fortissimo, un investimento che potrebbe rivelarsi azzardato, ma alle proposte progettuali degli scienziati in gioco, gli stati membri hanno risposto con sostegno economico consistente. Dopo la visita una tazza di caffè caldo del peggiore mai bevuto, ma per un italiano bere caffè all’estero significa tirare i dadi sperando di fare 13…Ci spostiamo in un corridoio separato dalle altre stanze, su uno scaffale isolato una grossa scatola, robusta, di metallo, il responsabile cantiere la apre accuratamente, all’interno il primo risultato di ANDRILL, 150 cm di carota proveniente dal fondo del Mare di Ross. La guardiamo incantati pensando a cosa, questo piccolo preliminare scrigno di strati ci potrà anticipare sulle scoperte future, quali organismi potrebbe contiene, quali rocce la costituiscono, come si è formata, in quali condizioni climatiche si è deposta…Un tesoro infinito di informazioni nelle nostre mani, e la responsabilità di portarla in base, fotografarla, analizzarla ai raggi x, tagliarla in due metà, mettendone una a disposizione degli scienziati e l’altra, la più importante in archivio. Quest’ultima conterrà per sempre i risultati scientifici estratti dalla metà analizzata, sarà conservata gelosamente in una cella frigorifera a Tallahasse all’Antarctic Research, dove già sono custoditi tutti i sondaggi antartici effettuati fino ad ora. Missione compiuta, il turno di notte finisce intorno alle 2.00 del mattino, stanchi e provati dal freddo ma felici, ci dirigiamo compiaciuti verso le nostre stanze per una doccia calda e per il meritato riposo. Il sonno fatica ad arrivare, l’adrenalina è ancora alta ed il pensiero di poter studiare importanti e prestigiosi campioni fa rabbrividire e ripensare alle memorabili grandi scoperte che scienziati e ricercatori in passato hanno vissuto.

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