martedì 19 dicembre 2006

LE CRESTE DI PRESSIONE


Pressure ridges o tradotto creste di pressione, così vengono chiamate le lastre di ghiaccio verticali derivate dalla frattura per pressione del ghiaccio marino. Il ghiaccio continentale, generato sulle montagne transantartiche, scende con lunghe lingue fino al mare dove diventa un tutt’uno con la banchisa. La perenne alimentazione dei ghiacciai e la continua trazione dovuta alla forza di gravità, mantengono questi ghiacci in continuo movimento. Come un fluido altamente viscoso, anche il ghiaccio, lentamente ed in modo impercettibile all’occhio umano si sposta generando nei punti di contatto con le rocce delle fratture con l’innalzamento di porzioni di ghiaccio. Queste lastre poi in balia di cambiamenti di temperatura e soprattutto dell’azione del vento, qui continuo e fortissimo, generano meravigliose sculture naturali di colore turchese, talmente belle da attirare l’attenzione del più disattento osservatore. Le aree dove si manifesta questo fenomeno sono piuttosto pericolose, le fratture spesso vengono mascherate da neve fresca, da ghiaccio inconsistente o nascoste da ponti di ghiaccio molto fragili. All’interno di queste aree sono comuni crepacci dai quali risale acqua marina e con essa numerose foche che trovando una via per la superficie riemergono per respirare e per crogiolarsi al sole. Visitare queste aree è concesso soltanto con l’accompagnamento di una guida esperta, che conosca le caratteristiche del ghiaccio e ne comprenda pericoli e segreti. Ho visitato l’area delle pressure ridges proprio ieri, all’una di notte, sotto un flebile sole parzialmente oscurato da nubi che scendevano grigie dal continente. Il freddo era pungente, tanto da fare dubitare fino all’ultimo istante sulla fattibilità o meno della visita. Siamo partiti in una decina, ben attrezzati e vogliosi di provare una simile esperienza. L’area in questione si trova proprio di fronte a Scott Base, la base neozelandese che per l’occasione viene sfruttata come punto di appoggio per escursioni. Ad attenderci c’è la guida, una signora simpatica, neozelandese, che incontrata per strada mai e poi mai potrebbe far trasparire il lavoro che in realtà svolge. Partiamo, la guida ci illustra le precauzioni da prendere, obbligandoci a mantenere il sentiero tracciato evitando improvvisazioni avventurose. Dopo pochi minuti di cammino lo spettacolo diventa da fiaba, muri azzurri di forma e dimensioni diverse ci accompagnano attraverso canali, strettoie e ponti di ghiaccio, in un intrico riordinato soltanto dall’osservazione saltuaria su punti rialzati. Il ghiaccio assume colorazioni differenti dal bianco all’azzurro intenso passando attraverso varie tonalità di verde e grigio. Esse dipendono dal contenuto d’aria, dalla presenza di alghe diatomee, da minuscoli frammenti di sedimento inglobato ed anche dall’età. Un altro fattore che influisce sulla colorazione è la luce del sole o il riflesso dell’azzurro intenso del cielo. Nelle giornate ventose, come quella di ieri, il cielo è spesso cosparso di nuvole strane, sottili, stratificate, simili ad una rete che avvolge l’ambiente circostante. Le fotografie scattate in queste condizioni trasmettono un senso di prospettiva e di dinamicità infondendo senso di vastità, caratteristica reale dell’ambiente antartico. L’abbassamento di temperatura di questi giorni segue un lungo periodo “caldo” di un paio di settimane, durante il quale la temperatura è risalita fino a -2 gradi centigradi facendo scorgere per la prima volta alcuni rivoli d’acqua. Proprio ieri il vento e le nubi hanno causato un nuovo abbassamento della temperatura di circa 15 gradi centigradi, causando la solidificazione dell’acqua marina presente nei crepacci. Questo effetto ha generato meravigliose lastre di ghiaccio verde nei canali dei crepacci interrompendo passaggi per la risalita delle foche di Weddel. Questa specie, presente in zona, era visibile fino a pochi giorni fa con un numero di circa 10 esemplari che purtroppo non erano presenti durante l’escursione. L’aspetto surreale di questo ambiente è una caratteristica che difficilmente si riesce ad imprigionare in una fotografia. E’ un insieme di sensazioni che va ben oltre l’immagine visiva, nel quale subentrano prepotentemente fattori come il freddo secco, il vago odore di mare, la luce riflessa negli occhi, il sibilo tagliente del vento ed il rumore dei passi sul ghiaccio, un rumore piacevole questo ultimo che si potrebbe assimilare al suono generato calpestando del polistirolo, un rumore sordo generato dalla frantumazione di uno strato superficiale di ghiaccio non compattato, molto asciutto cristallino che fino alla profondità di 8-10 centimetri è composto da una fitta maglia vetrosa molto fragile che si compatta al passaggio del piede. Al di sotto di questo strato superficiale generato dall’azione del vento e dai cambiamenti giornalieri di temperatura il ghiaccio si compatta con l’aumentare della profondità divenendo in breve una durissima lastra solida. A pochi chilometri di distanza è spessa circa 90 metri e su di essa trova solido ma dinamico appoggio l’apparentemente vicina torre di perforazione. “Apparentemente vicina” perché perfettamente distinguibile ad occhio nudo dalla Base di Scott a causa dell’aria completamente priva di umidità, che accentua l’effetto di vicinanza, in realtà la distanza è di circa 10 chilometri. Questo effetto è un dei più caratteristici ed ingannevoli del luogo. Svolgendo alcune escursioni a piedi ci si rende immediatamente conto che le distanze effettive sono ben maggiori rispetto l’apparenza e spesso mete facilmente raggiungibili in realtà sono localizzate oltre le possibilità di resistenza in condizioni di freddo o con carichi di vestiario ed attrezzatura. Solo dopo un po’ di tempo ci si fa l’abitudine mettendo a fuoco con precisione gli obiettivi raggiungibili ed imparando dosare adeguatamente le forze a disposizione. Come spesso accade, anche aspetti apparentemente banali in questo luogo non sono mai scontati, l’accortezza nell’agire o nell’osservare è una regola base per vivere e sopravvivere ma anche per comprendere, capire e soprattutto tutelare questo continente.

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