venerdì 15 dicembre 2006

LA STORIA INSEGNA


15 dicembre 2006, ANDRILL è nel pieno della sua attività. Fino a qualche mese fa sembrava fantascienza parlarne, oggi è già un concreto successo. Il progetto iniziale prevedeva 1200 metri di perforazione oceanica, un’impresa mai tentata prima d’ora tramite un sistema perforante appoggiato sul ghiaccio. In giro per il mondo ci sono crociere oceanografiche (Ocean Drilling Program) che sfruttano simili strumenti per perforare il fondo oceanico ma nessuna, in nessun caso, utilizza una postazione di perforazione “fissa”, in tutti i casi il sistema di perforazione è mobile, collocato su una nave. Una complicazione sembrerebbe, in realtà è molto più semplice correggere “errori” ed imprecisioni del sistema perforante da un’unità mobile dotata di sistemi computerizzati di stazionamento che da una torre di perforazione appoggiata alla banchisa. Una volta installato il sistema di perforazione nel ghiaccio, esso rimane in balia dell’ ingovernabile movimento di quest’ultimo. Il movimento però si può prevedere, attraverso indagini pluriennali e raccolte di dati satellitari infatti, si può osservare la velocità di spostamento del ghiaccio prevedendo a quale inclinazione massima le aste di perforazione potrebbero continuare a lavorare. Ebbene il ghiaccio marino del Mare di Ross, di fronte alla base neozelandese Scott, dove si trova il sito di ANDRILL, si muove ad una velocità di 50 cm al giorno, verso “nord”, formando delle pieghe di pressione nel ghiaccio simili ad onde marine intrappolate nel tempo, meraviglioso effetto naturale ma fonte di pericolo per il drill site. Il ghiaccio sotto la torre è spesso 90 metri, scriverlo mi riesce difficile, come difficile risulta immaginarlo, ci sono poi 900 metri di oceano con correnti incrociate, queste ultime una sorpresa che ha causato inizialmente una lunga serie di inconvenienti, dalla perdita della videocamera di puntamento alla impossibilità per diversi giorni di stabilizzare il sea riser (tubo che contiene le aste di perforazione) prima del suo ancoraggio al fondo marino. Si prevede che a termine lavori, con una velocità costante del ghiaccio di 50 cm al giorno, il drill site sarà spostato di circa 130 metri dal punto di partenza. Questo spostamento determinerà però un’inclinazione della torre di aste a contatto con oceano e ghiaccio (1000 m) assolutamente trascurabile e sopportabile. Superati gli ostacoli iniziali, 45 giorni fa, il sea riser venne spinto nel fondo marino fino alla profondità di circa circa 20 metri per poi essere cementato. A questo punto iniziò la perforazione, ma le correnti marine innescate da diverse densità dell’acqua e dalle fasi di marea inarcarono i 900 metri di tubo facendo aumentare vistosamente l’attrito tra le aste di perforazione e lo stesso tubo protettivo, compromettendo l’efficienza della struttura. Richiamato urgentemente dalla Nuova Zelanda il progettista dell’impianto e portato letteralmente sul sito, si studiò il problema istruendo la squadra di tecnici sul da farsi dopo aver deciso di controbilanciare l’inarcamento del pozzo mettendo in trazione la torre con una forza pari a diverse tonnellate. I risultati furono immediati, l’attrito scomparve e dopo 45 giorni di perforazione, proprio questa notte, ho sezionato la carota corrispondente a metri 800 di profondità dalla superficie del fondo marino. Metà dell’opera è fatta, in realtà non si sperava di raggiungere la quota preventivata, normalmente le caratteristiche della roccia sorprendono ostacolando le perforazioni, per ora invece tutto sembra andare a gonfie vele. Il lavoro di curator è generalmente considerato pesante e monotono, ma posso assicurare che l’idea di vedere per primo cosa si trova all’interno dei cilindri di roccia estratti a 1800 metri di profondità dal livello del mare, annulla ogni fatica ed esalta la passione per la geologia e la storia del nostro pianeta. Questa notte, al traguardo dei 800 metri (dal fondo marino), gli strati hanno assunto una colorazione blu, il blu intenso del cielo prima di un temporale. Fitte stratificazioni blu e grigie, sottilissime si alternavano in una sequenza apparentemente incomprensibile ma minuziosamente conservata. La sensazione per chi riesce a leggere il linguaggio delle rocce è quella di esplorare mondi scomparsi, di leggere documenti sconosciuti, di ritrovare antiche memorie sepolte, come sfogliare un libro antico senza indice ne copertina dove ogni giro di pagina è una sorpresa che può svelare antichi segreti. Nell’intervallo di strati indagato, si sono intervallati diversi tipi di rocce ognuno dei quali è costituito da particolari composizioni mineralogiche e presenta caratteristiche che consentono di individuare l’agente o l’evento responsabile della formazione. Il procedimento che si esegue per le analisi dei sedimenti di ANDRILL è molto semplice, si inizia con l’estrazione delle rocce, l’individuazione del tipo di roccia, l’individuazione delle sequenze di rocce o degli strati, la determinazione degli eventi che le hanno generate e i legami che questi eventi o fattori hanno avuto con l’ambiente, con la temperatura del mare, con la formazione delle correnti oceaniche, con la composizione atmosferica. Si parte dalla fine per comprendere che cosa era l’inizio. Come in un’indagine si inizia dall’analisi della scena del delitto per ricavare movente e colpevole, nell’indagine geologica si parte dallo strato per capirne come, quando e soprattutto perché questo si è formato. La comprensione del passato è vista come chiave essenziale per prevedere futuro. E’ in atto ormai da molti anni sul nostro pianeta un riscaldamento che sta pregiudicando l’esistenza di numerose forme di vita. In passato simili periodi si sono già succeduti causando l’estinzione di numerose specie. Per nostra fortuna l’uomo in quei periodi di tempo non era ancora comparso e questo non ci consente di sapere quali effetti un simile evento potrebbe causare sulla nostra specie. Inoltre, per la prima volta, questo evento naturale è causato dall’attività di una specie vivente, l’uomo, l’unica in grado di alterare gli equilibri naturali del pianeta. A tal proposito, anche in questo caso, come in molti altri casi scientifici, la comunità internazionale è dibattuta ma la maggior parte degli scienziati è concorde nel ritenere la teoria del “Global warming” o riscaldamento globale, molto attendibile. Le prove in favore sono moltissime, per citarne alcune basta ricordare il tasso di crescita della CO2 registrato nelle bolle d’aria imprigionate nelle carote di ghiaccio (progetto EPICA) o le tracce di inquinanti presenti nel ghiaccio a partire da un livello corrispondente al periodo di tempo della rivoluzione industriale o il buco nell’ozono, o come sta scoprendo ANDRILL la presenza di resti fossili di organismi vegetali tipici di mare aperto e di acque più calde dell’attuale, in sedimenti posti oggi sotto una copertura glaciale. Conoscere il futuro potrebbe significare stimare gli effetti di un processo che a parer di molti è ancora reversibile. Per questo ANDRILL è nato e per questo stiamo tentando di viaggiare nel passato, perché siamo convinti sia l’unica strada per comprendere il futuro. Del resto da sempre si dice…la storia insegna.

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